“BREVE STORIA DELL’ARTE DI RICORDARE” di Paolo Zellini

Sono spesso i miti a rivelarci la natura delle cose. Che cosa è la memoria? Quando possiamo dire di rammentare un evento del passato? Per saperlo faremmo bene a evocare, innanzitutto, Mnemosyne, divinità orfica e madre delle Muse, a cui Platone attribuiva il merito di averci donato la capacità di ricordare. Il dono della dea non era affatto qualcosa di impalpabile o evanescente: Platone lo assimilava a una materia malleabile, a una specie di cera plasmabile sulla quale, opportunamente esposta alle percezioni sensibili e ai pensieri, restavano impressi sigilli o immagini di varia natura. E appunto su quelle immagini si innestava la nostra capacità di rappresentazione, l’esercizio della phantasia, che era pure la via, obbligata ma insidiosa, per accedere a una visione più autentica ed essenziale delle nostre esperienze. Così furono interpretate dai neoplatonici anche le traversie di Odisseo: un continuo smarrire la meta prefissa, l’approdo a Itaca, con una sosta interminabile nell’isola di Calipso, la phantasia appunto, che ci obbliga, per la nostra debolezza, a indugiare tra suggestioni e miraggi, ritardando indefinitamente il ritorno in patria. Il ritorno di Odisseo simboleggiava la facoltà di cogliere, al di là delle immagini, le vere ragioni delle cose. Il mito illustrava anche la natura del pensiero matematico: il geometra traccia figure e diagrammi; scende quindi nel mondo dell’immaginazione, ma solo per trarvi forme esteriori, immagini imperfette e pure adeguate ai concetti astratti e generali necessari a comprendere il reale.
Ma il dono di Mnemosyne doveva essere messo a frutto: al puro segno impresso sulla cera doveva aggiungersi la reminiscenza, l’anamnesis, una ricerca analitica che, attraverso le più varie stratificazioni di conoscenze e acquisizioni, risaliva alle cause e alle ragioni più vere. Questa era la parte attiva della memoria, capace di riprendere nomi, fatti ed esperienze passate, pur senza pretendere di conferire sempre, come avrebbe poi notato Proust, un’individualità precisa alle cose ricordate. Nel Fedro Platone vedeva la reminiscenza come la raccolta calcolata, in un’unità coerente, delle nostre molteplici percezioni e come un recupero di ciò che l’anima aveva scorto camminando al seguito di un dio.
Nel suo breve trattato sulla memoria e la reminiscenza Aristotele avanzava una tesi importante: non è possibile ricordare in assenza di un’immagine mentale ( phantasma), capace di provocare la riflessione su un evento passato. Quella di Aristotele suona come una richiesta categorica, che assegna all’immagine la stessa materialità e gli stessi precisi contorni dei sigilli che erano impressi, secondo Platone, sulla cera di Mnemosyne. Ed è questa la stessa precisione, la stessa nettezza matematica di contorni che ritroveremo nei luoghi di memoria della magia rinascimentale. Anche se, nota Frances A. Yates, autrice di “Giordano Bruno e la tradizione ermetica” e “L’arte della memoria”, non è facile per noi ritrovare lo spirito con cui i principi del Rinascimento progettarono e allestirono palazzi e parchi come un sistema vivente di memoria, ove tutto il sapere, l’intera enciclopedia potesse collocarsi secondo elaborate disposizioni di luoghi e di immagini. In Bruno troviamo i luoghi della memoria come spazi delimitati che raccolgono nuovamente i sigilli di Mnemosyne, figure di natura geometrica che ci ricordano quali sono le forze divine che regolano la natura e la nostra stessa vita. Le immagini di Bruno, ispirate a dottrine pitagoriche e cabalistiche, corrispondono a visualizzazioni interiori ma rivelano pure, in un solo sguardo, come l’universo smisurato, cangiante e dispersivo ubbidisca pure a leggi di invarianza e di perfezione formale.
Si tratta soltanto di esperienze passate? Niente affatto. Come racconta Gerard Russell nei Regni dimenticati (Adelphi, 2016), in territorio libanese capita ancora di scorgere pentagrammi nei motivi di decorazione di ordinari edifici e di antiche moschee. I pentagrammi erano figure geometriche formate da stelle a cinque punte, di nuovo un’impronta di Mnemosyne e un segno inconfondibile della tradizione pitagorica gelosamente conservata dai drusi di quella zona. Antichissime culture greche e mesopotamiche continuano a sopravvivere, peraltro, in Siria, in Libano e in Iraq, ma non c’è da stupirsi: diversi esponenti del neoplatonismo, e quindi del pitagorismo, venivano dal Medio Oriente, ed è nel Medio Oriente che si rifugiarono gli ultimi affiliati dell’Accademia platonica di Atene dopo la sua chiusura definitiva nel 529 d.C. La sopravvivenza di simboli pitagorici sta pure a sottolineare quanto importante sia una stratificazione millenaria di esperienze per capire il nostro destino. Lo dice in poche e illuminanti parole Sami Makarem, un professore druso della American University di Beirut: “Servono generazioni per prepararsi alla verità… La vera conoscenza è reminiscenza”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’autore
Paolo Zellini (1946) è un matematico e saggista. Tra i suoi libri Breve storia dell’Infinito e l’ultimo La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini
pubblicati da Adelphi
La mappa
Nella mappa a sinistra sono citati in latino filosofi e pensatori che si sono occupati della memoria. Tra questi: Aristotele, Cicerone, Tommaso d’Aquino, Giordano Bruno, Raimondo Lullo e Giulio Camillo
Dalla dea Mnemosyne citata da Platone fino ai luoghi di Giordano Bruno la stratificazione delle esperienze ci aiuta a rammentare gli eventi passati

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