“Kapuscinski La terra dei poveri vista da vicino” di PAOLO RUMIZ

Quando mi dissero che era morto, la sera del 23 gennaio 2007, rividi l’attimo preciso in cui l’avevo sentito nominare la prima volta. Era in Bosnia, durante la guerra. Una notte piena di grilli. Un collega tedesco iniziò a parlare di un grande reporter polacco, e quel nome suonò subito come uno squillo di tromba. Kapuscinski. Mi feci mandare “Imperium” e lo divorai. A Sarajevo tuonava il mortaio, ma a giornata finita tornavo con K. nel gelo della Siberia. Dal libro traevo parole- chiave che mi avrebbero segnato per sempre. Dai voce a chi non ne ha. L’80 per cento del mondo è dei poveri. Mangia il loro cibo e usa i loro mezzi di trasporto. Evita i grandi alberghi. Non fare domande, ascolta. Zurigo, cinque anni dopo. Il primo rendez-vous con lui, in aeroporto. Vedo venirmi incontro un omino esitante, timido, dal passo sbilenco, e credo di aver sbagliato persona. Penso: non può essere lui il mio mito, il grande viaggiatore
che ha vissuto ventisette rivoluzioni, il disgelo sovietico e il risveglio dell’Islam. Invece è lui. In volo sorride a tutti e ringrazia le hostess per ogni nonnulla. «Il nostro lavoro dipende dagli altri», mi dice come per giustificarsi di tanta gentilezza. Dopo quell’incontro imparerò a conoscere attraverso la condivisione.
Un’altra foto. Anno 2000, Varsavia. Nevica in via Prokuratorska, davanti alla sua villetta. Da lontano, lo vedo sulla terrazza che avvista l’ospite. Quando entro, mi osserva a lungo le pedule, quasi mi giudica da esse. Per un reporter italiano non è ovvio che la buona scarpa sia un ferro del mestiere. Per uno che viene dal fango dell’Est lo è: lui si è comprato il primo paio a 25 anni, dopo aver fatto scalzo i mille chilometri tra il borgo natìo, Pinsk, e Varsavia. Capisco che si può, anzi si deve scrivere coi piedi.
La sua mansarda, la neve che lievita sui davanzali. Cinque stanze, e in ciascuna i libri di un continente. Dietro la geografia del Pianeta, la radiografia di un uomo in continuo stato d’allerta. Manca un anno all’attacco di Bin Laden, ma la deriva del mondo gli è chiara. «Tre sono i flagelli che ci minacciano. Nazionalismo, razzismo e fondamentalismo religioso. Impossibile penetrare in una mente contagiata da questi mali. Essa arde di un rogo sacro che aspetta solo le sue vittime e ignora ogni discorso pacato. Ha una sola idea fissa: il nemico».
Stesso giorno, tram per il centro di Varsavia. Spartineve in azione, l’immenso palazzo della cultura avvolto nella tormenta, K. che scende, aiuta a rialzarsi una donna scivolata nella fanghiglia, poi mi porta in un negozio di mappe, dalle parti del ghetto ebraico che fu. È insaziabile, curioso come una donnola. Con gli occhi ardenti e gli zigomi tartari, pare un uomo del Mesolitico, intento a racimolare ogni cosa. Carte dell’antica Via della seta e dei sotterranei di Londra. I fondali del lago Bajkal e i sentieri del deserto dell’Atacama. Cerca negli spazi meno illuminati, è onnivoro e mimetico. Non critica mai nessuno. La sua prudenza è tale che i polacchi gli attribuiscono un inimitabile giudizio su Hitler: «Non era una brava persona». Dopo la sua morte, l’allievo Artur Domoslawski mostrerà in quell’atteggiamento guardingo l’ombra del compromesso col vecchio regime. Una dissacrazione che non demolisce il mito.
Ancora Varsavia, settembre 2001. Gli chiedo dell’attacco alle Torri Gemelle, e lui non si sottrae, anche se è conscio che la sua ansia di capire i malesseri del Terzo mondo può essere letta come giustificazione dell’orrore di New York. «Siamo a una collisione planetaria fra il mondo dei ricchi e quello dei poveri. Ci siamo cullati nell’illusione che la fine della guerra fredda fosse la fine di tutte guerre. È una rimozione alimentata ad arte. Guai pensare ai poveri, deprime i consumi. Per questo i giornali ci intontiscono di varietà e non mandano corrispondenti nelle zone depresse».
È allora che, per la prima volta, si blinda in casa. Scrive di Erodoto, miscela i testi antichi con le osservazioni sull’oggi. I pezzi escono la domenica sulla Gazeta Wyborcza. Ma una settimana non ce la fa a uscire puntualmente. Il motivo è spiegato dal quotidiano: «L’Autore deve rispondere a troppe lettere». Sì, perché K. risponde a tutti, con la stessa implacabile gentilezza che lo consuma. La sua tensione verso l’Altro arriva al punto da occultare la famiglia. Mai una parola su Alicia, la moglie. Perfino gli amici più intimi ignorano che abbia una figlia, Zofia.
Roma 2003, con Ezio Mauro e Vera Verdiani, la sua traduttrice. K. conquista il teatro Argentina. L’allora direttore di Repubblica lo vuole tra le sue firme, mi fa insistere, ma Ryzsard esita. Non mercanteggia, è solo il tempo che gli manca. Decenni di strapazzi cominciano a pesargli. Sospira: «Viene il momento in cui non si ha più voglia di facce nuove». L’uomo che ha narrato il Sudamerica, l’Africa, l’Iran e l’Urss, vuole tornare a Itaca. Essere reporter sconosciuto. Gli chiedo della nuova Polonia e alza le spalle: «I servizi segreti comunisti sono passati in blocco agli americani. Sarà un problema per l’Europa». Vede lontano, come sempre.
Ottobre 2006, una “Stube” tirolese sopra Bolzano. Attorno a lui una ventina di liceali. K. è già malato, ma felice di esser lì. Torna su Pinsk, il favoloso paese natale oggi in Bielorussia, dove svernava la Marina fluviale polacca e tre abitanti su quattro erano ebrei. «È lì che ho cominciato a fantasticare sul mondo». Svela la sua voglia di tornarci, per salvare dall’oblio quel frammento del mondo di ieri, ma è un sogno che non realizzerà. «Io so», dice ai ragazzi, «perché avete bisogno di un vecchio arnese come me. Internet non vi basta. Cercate il testimone ». Racconta di essere stato invitato, anni prima, a cena dal re di Svezia. «A tavola c’erano alcuni degli uomini più potenti della Terra. Ebbene, quando narrai le disuguaglianze create dalla loro politica, così come le avevo viste coi miei occhi, li vidi addolorati, come se capissero la verità solo allora. Non è pazzesco? I padroni del mondo non avevano mai incontrato nessuno che avesse visto il mondo da vicino».
Il giorno dopo, in auto per Malpensa. Parla della crisi del cristianesimo, nonostante un ventennio con un papa polacco. «Troppo lontano dal mondo», lamenta. E aggiunge: «Guai se crescesse un’onda anti-islamica. Faremmo il gioco dei terroristi. Essi non chiedono di meglio che di gettarci nella paura. Sarebbe lo scontro, e quello scontro ci vedrebbe perdenti. Loro sono un miliardo e 300 milioni e hanno di gran lunga la religione più dinamica. In più, getteremmo i musulmani liberali nelle mani dei fondamentalisti ». L’ultima immagine è d’aeroporto, come la prima. Lui che scompare, risucchiato in basso dalla scala mobile verso il piano partenze. Lo vedo ancora mentre saluta con la mano e l’eterno sorriso gentile, da ragazzino. Solo mesi dopo avrei letto in quel gesto un addio.

Un pensiero su ““Kapuscinski La terra dei poveri vista da vicino” di PAOLO RUMIZ

  1. Bellissimo articolo! Lessi ” In viaggio con Erodoto” e fu un colpo di fulmine, un grande uomo e giornalista.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...