“Sulle rotte della morte nell’ultimo volo dei desaparecidos” di ATTILIO BOLZONI fotografie di GIANCARLO CERAUDO

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MEMORIA E DOLORE
La sofferenza di chi ha perso un figlio, un compagno, un amico, e ne conserva il ricordo, aggrappandosi a una vecchia foto, alla lista degli scomparsi, alla visione degli aerei utilizzati per il massacro. In queste paginele immagini del fotografo italiano Giancarlo Ceraudo, parte del libro “ Destino Final”, realizzato con la giornalista investigativa Miriam Lewin ( ex desaparecida).
Decollavano il mercoledì e il sabato, soprattutto il mercoledì. Due volte la settimana, quattro ore per attraversare i cieli sopra il Rio de La Plata e poi tornare a Buenos Aires senza più il carico. Un carico umano. Erano ragazzi, prelevati all’alba nei padiglioni della Escuela de Mecánica de la Armada – la famigerata Esma, scuola per gli ufficiali della Marina – o da qualche altra camera di tortura a Morón o a Villa Devoto, a Pozo de Banfield, a La Cacha. Universitari, studenti delle superiori, c’erano molti minorenni. Li buttavano giù, nel vuoto. Li prendevano per le gambe e per le spalle mentre un prete, un cappellano militare – in nome di dio – confessava e assolveva i boia in divisa dai loro peccati.
Se ne sono andati in trentamila in poco meno di tre anni. Dal marzo del 1976, quando i generali presero il potere con un golpe. Alla fine del 1979, quando una generazione argentina non c’era già più. Desaparecida, scomparsa.
Voli della morte. Di sola andata fino a Punta Indio.
Ci sono ancora un paio di quegli aerei della Lockheed, modello Electra, che sono finiti come reliquie al Museo della Marina di Buenos Aires. Un altro, l’hanno comprato da uno sfasciacarrozze per farlo diventare un ristorante. Un quarto è stato venduto a una società lussemburghese, che poi l’ha ceduto al ministero dell’Interno britannico. Prima quell’aeroplanino ha trasportato intelletuali e “delinquenti sovversivi” spediti al macello, poi ha combattuto contro gli inglesi nella guerra delle Malvinas, alla fine è diventato di proprietà dei vecchi nemici. Un aereo che ha avuto tre vite e tre bandiere.
Ma c’è anche uno Skyvan che ancora oggi vola dalla Florida, che si alza ogni mattina da Fort Lauderdale per consegnare sacchi di posta nelle isole Bahamas. Avanti e indietro, avanti e indietro. Sopra i Caraibi ha custodito nella sua carlinga per tanti anni i misteri della guerra sucia, la guerra sporca, la brutale repressione dei generali argentini. E proprio rovistando nel passato dello Skyvan, fra i suoi registri di manutenzione, qualcuno ha ricavato i piani di volo ai tempi del golpe. E ha ricopiato le rotte. E ha accertato l’i- dentità dei piloti che accompagnavano le vittime al destino final.
Dopo un ventennio ne hanno identificato tre. Sono stati arrestati, processati, condannati. Che colpa avevano? Davano l’ordine. La testimonianza di Adolfo Scilingo, l’ex capitano di corvetta dell’Armada Argentina che ha confessato al giudice spagnolo Baltasar Garzón cosa accadeva nei cieli sul Rio de La Plata: «Estaban inconscientes: los desnudábamos y, cuando el comandante del vuelo nos daba la órden, abríamos la puerta y los arrojábamos, desnudos uno por uno». Erano incoscienti, li denudavamo e, quando il comandante del volo ci dava l’ordine, aprivamo la porta e li buttavamo giù, nudi uno per uno.
In fondo all’Oceano. E dove, in quale punto? E in quanti? Ci sono voluti altri morti, tanti altri morti, per risalire ai nomi di quelli – solo alcuni che hanno come tomba il mare.
Sempre seguendo quegli aerei e quei piani di volo. Sempre seguendo i piloti. E i racconti delle Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo. E dei pochi sopravvissuti. Come Miriam Lewin, una che è uscita viva dalla Esma: «Sono venuti a interrogarmi e mi hanno tolto il cappuccio. Posso vedere la mia cella, sulla parete è disegnata una svastica ».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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