Quel tesoro sommerso al largo di Gela: “Salviamo la flotta greca dai tombaroli del mare”

di DALLA  INVIATA di Repubblica ALESSANDRA ZINITI

25 febbraio 2017 01:45  

Una rete metallica non ferma i furti. La Procura: relitti da recuperare. Ma la Sovrintendenza non ha fondi. Dieci anni fa una delle cinque imbarcazioni è stata restaurata: ora è chiusa neglio scatoloni del museo
GELA – Di giorno vanno a pesca di seppie, di notte tirano su elmi, anfore, statuette, lingotti di prezioso oricalco. Qui, a poche centinaia di metri dal pontile del Petrolchimico, di fronte alla spiaggia dove nel 1943 sbarcarono gli americani guidati dal generale Patton, i predoni del mare hanno gioco facile a saccheggiare il tesoro di valore inestimabile custodito nel ventre dei quattro relitti di navi che giacciono da oltre venti secoli sul fondale di argilla e sabbia finissima della baia di Bulala, il cuore dell’ex colonia greca.
Soli quattro metri di profondità che però sembrano un abisso per chi lavora, senza fondi, al recupero e alla conservazione dei beni culturali in Sicilia. Di nave greca qui sotto ce n’era un’altra. Fu tirata fuori nel 2008, dieci anni dopo la sua individuazione e mandata a restaurare in laboratori d’avanguardia a Portsmouth in Inghilterra; tornata in Italia tre anni fa, è rimasta chiusa a pezzi in scatoloni che giacciono tristemente nel museo archeologico di Gela, semplicemente perché non c’è lo spazio dove rimontare il relitto.
Le altre tre sono alla mercé dei predoni del mare. Per cercare di proteggerle, la magistratura ha disposto che i relitti vengano ingabbiati con una rete termosaldata ancorata al fondo con pesanti sacchi di sabbia per impedire che i tombaroli subacquei possano introdursi all’interno. Ma preservare un tesoro sott’acqua è un’impresa ciclopica. Per questo il procuratore Fernando Asaro lancia un appello accorato: “Dobbiamo impedire il saccheggio del nostro mare e tutelare il patrimonio storico e culturale che nella sua sabbia si conserva. Ma noi possiamo solo fare prevenzione e repressione dei reati. Il mio è un appello a chi ha l’onere del recupero e della valorizzazione di questi reperti”.
Il sovrintendente del mare della Regione Sicilia, Sebastiano Tusa, archeologo di fama internazionale, apre le braccia sconsolato: “Non abbiamo fondi per una campagna di recupero di questi relitti dei quali ovviamente conosciamo bene l’importanza. Ho 3.000 euro di missione l’anno, ci hanno tagliato telefoni e macchine. Il budget annuale dei Beni culturali in Sicilia è passato dai 100 ai 18 milioni l’anno, l’Italia destina solo lo 0,7 per cento del Pil al suo patrimonio culturale. Grazie ai miei rapporti personali potrei anche trovare degli sponsor privati, ma poi per farne cosa? Per mandare a restaurare questi relitti chissà dove, visto che in Sicilia non esiste un centro restauro, e poi per tenerli a pezzi negli scatoloni come la nave greca che è stata tirata fuori 10 anni fa? Sono 29 anni che Gela aspetta il suo museo del mare. Io il progetto l’ho già pronto. Per recuperare una di quelle navi e renderla fruibile al pubblico serve un milione e duecentomila euro”.
A Guardia costiera e Guardia di finanza non resta che pattugliare il mare di Bulala cercando di salvare il salvabile. “Qui sotto – dice il comandante della Capitaneria di Porto Pietro Carosia – c’è una cassaforte senza combinazione che contiene un tesoro a cui chiunque può accedere. Navi greche accanto a carrarmati Usa, reperti di inestimabili valore accanto a mine della seconda guerra mondiale. Per motivi di sicurezza, abbiamo inibito l’area e pattugliamo come possiamo ma sappiamo bene che reperti che arrivano da Gela invadono ogni giorno il fiorentissimo mercato parallelo dell’arte. Ricordo ancora il primo giorno di lavoro qui. Un pescatore mi portò in ufficio un omaggio: una statuetta di Demetra magnificamente conservata perché il fondale di sabbia e argilla riesce a mantenere intatti reperti che hanno più di 20 secoli. Ovviamente l’abbiamo consegnata, come tanti altri oggetti, al museo archeologico. Ma spesso non hanno neanche le vetrine dove esporli”.
Quando l’acqua si muove un po’ e la sabbia gioca con i fondali, capita che il mare restituisca tesori. Da quello che era l’emporio commerciale più importante del Mediterraneo in età greca partivano navi cariche di ogni ben di Dio, compresi i lingotti del prezioso oricalco, lega di rame e zinco considerata il metallo più prezioso dopo l’oro con cui gli artigiani dell’acropoli del Bosco Littorio realizzavano monete, gioielli, oggetti di valore. L’ultimo ritrovamento, due settimane fa, ha portato alla luce ben 47 lingotti di oricalco. Giù in mare, con la sua action cam in testa, è voluto scendere anche il capitano Massimo De Vito, comandante della Guardia di finanza di Gela. “È stata un’emozione partecipare alle operazioni di recupero: abbiamo portato su due elmi perfettamente conservati, resti di anfore, ampolle, un’ancora. Ma la nostra lotta contro i predoni del mare è impari: proprio nell’ultima operazione di recupero abbiamo constatato come siano stati creati dei varchi nella rete di protezione dei relitti. È un peccato che Gela, la Sicilia rinuncino a godere di questo patrimonio inestimabile che oggi, con la chiusura del Petrolchimico, potrebbe cambiare le sorti di un territorio avvelenato per anni e che potrebbe finalmente scoprire la sua vocazione turistica”.

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