“Così è fallita la lotta dei giudici alla corruzione” di RAFFAELE CANTONE e FRANCESCO CARINGELLA  

da Repubblica oggi in edicola 
In Italia, fino alla fine del primo decennio di questo nuovo secolo, la strategia prioritaria messa in campo nella lotta alla corruzione è stata, di fatto, quella repressiva. Del fenomeno corruttivo si sono occupati principalmente i giudici, attraverso le indagini e i processi penali. Ebbene, si tratta di una politica votata al fallimento.
Come ammonisce Salvatore Satta, il processo non deve perseguire scopi esterni al processo stesso. Non è compito delle indagini giudiziarie correggere i costumi, moralizzare la società, migliorare l’etica collettiva.
I magistrati devono solo giudicare comportamenti specifici, senza educare qualcuno o insegnare qualcosa. I giudici non sono angeli con un compito salvifico, pedagoghi o filosofi. Non sono neanche politici, non devono formulare giudizi universali sulla politica e non sono chiamati a elaborare un sistema di valori e di princìpi da propagare con la forza delle sentenze.
Se le cose stanno così, si deve convenire che l’efficacia dell’azione della magistratura può essere misurata in base alla sua capacità di dare risposte rapide, eque ed efficaci alle istanze di giustizia che le vengono di volta in volta sottoposte, non certo con il termometro dei miglioramenti indotti nella società in termini di etica, moralità e, quindi, legalità.
Anche la repressione penale più efficiente non può essere, quindi, autosufficiente ai fini di un’azione di contrasto a una malattia sociale di sistema qual è la corruzione. Si consideri, tra l’altro, che le indagini della magistratura riescono a smascherare solo una parte (modesta, purtroppo) della corruzione penale, senza poter lambire la corruzione in senso lato (non penalmente rilevante), ossia quei diffusi fenomeni di immoralità e malaffare collegati alla violazione delle regole etiche comunemente accettate. Comportamenti e deviazioni che sono il bacino di coltura in cui maturano le premesse per la commissione di reati specifici e, poi, di sistemi criminosi.
La repressione penale, lo ribadiamo, deve per sua natura perseguire i reati e individuare responsabilità personali, non risolvere problemi strutturali, come quelli di una corruzione di sistema. Non deve quindi stupire che anche la più importante e capillare indagine svolta in Italia sulla corruzione, ossia l’inchiesta milanese di Mani pulite, non abbia debellato la piaga sociale e morale di cui stiamo parlando.
Infine, non va sottovalutato un altro aspetto: la delega (di fatto) del contrasto alla corruzione affidata al solo potere giudiziario penale rischia, alla lunga, di produrre una (inevitabile) «stanchezza » nell’opinione pubblica, che si trasforma poi in un distaccato disinteresse. È quanto è accaduto nella fase finale di Mani pulite, dove si è passati dalle assemblee popolari davanti al palazzo di giustizia di Milano a sostegno delle indagini al disinteresse non solo per ciò che avveniva, ma persino rispetto a riforme governative che rendevano più difficili le indagini o rispetto alle azioni disciplinari (se non addirittura penali), più o meno strumentali, avviate nei confronti dei magistrati che avevano condotto le indagini.
LA STRATEGIA
La strategia contro la corruzione è stata quella repressiva Ebbene, si tratta di una politica votata al fallimento
IL RUOLO
I magistrati devono solo giudicare comportamenti, non sono politici e non devono elaborare sistemi di valori
MANI PULITE
Non deve stupire che anche Mani pulite non abbia debellato la piaga sociale e morale che sono le mazzette

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