“Uno, nessuno e centomila” recensione   di Susanna Nirenstein a TUTTO QUELLO CHE NON RICORDO

TITOLO: TUTTO QUELLO CHE NON RICORDO
AUTORE: JONAS HASSEN KHEMIRI EDITORE: IPERBOREA
PREZZO: 17,50 EURO PAGINE: 352 TRADUTTORE: ALESSANDRO BASSINI
Nel pirotecnico “Tutto quello che non ricordo”, Jonas Hassen Khemiri racconta la vita di uno Zelig per mostrarci come, nella letteratura e nella realtà, l’esistenza sia sempre un mistero
Jonas Hassen Khemiri, classe 1978, padre tunisino e madre svedese, nato e cresciuto a Stoccolma, laurea in economia, quando, ancora pochi anni fa, andava a trovare l’amata nonna vedeva come lei riempiva la casa di piccoli post-it con i loro nomi, per ricordare come si chiamavano. La nonna tentava, insomma, di dare stabilità alla memoria che se ne andava.
Chiamava Jonas nel mezzo della notte e se realizzava che aveva fatto proprio il numero che gli corrispondeva era felice come una pasqua. Ma se la sua memoria fosse passata dall’ottanta per cento al venti per cento sarebbe stata ancora lei?
Poi non riconobbe più i suoi famigliari: “In qualche modo non c’era più”, riflette Khemiri in un video trovato sul web, con quel suo gran bell’aspetto ieratico, ibrido per eccellenza, scuro di pelle, tratti minuti, capelli corvini e però lunghi e lisci come quelli di uno svedese.
Nel nuovo romanzo dello scrittore, Tutto quello che non ricordo, la nonna c’è e ricorre, e non solo per quanto riguarda l’odiata demenza senile affrontata con molta ironia. Khemiri ruota piuttosto intorno al fatto che siamo quel che riusciamo a imprimerci nella mente, e quel che la gente riesce a rammentare di noi. E che tutto questo ha pochissimo a che fare con la verità, perché il ricordo è di per sé manipolativo, in grado di fornirci dieci, cento, mille versioni di una stessa persona, di una stessa storia. Se poi il soggetto è immigrato o figlio di profughi, le sue identità diventano ancor più molteplici. E così eccoci nel cuore dell’audace racconto. C’è un ragazzo di nome Samuel, chiamato così dal padre nordafricano per evitargli le reazioni perplesse di eventuali datori di lavoro, che muore (lo sappiamo fin dalle prime pagine) in un incidente di macchina. Casualità, suicidio? Di fatto uno scrittore senza nome cerca di mettere insieme gli eventi che hanno portato a quella fine, rintracciando le testimonianze di amici, vicini di casa, parenti, ex. E qui si scatena il putiferio, non solo perché i ricordi sono discordanti, ma perché Khemiri giustappone piccole frasi di ognuno dei testimoni a quelle dell’altro, senza dirci chi sono.
All’inizio la tecnica narrativa è spiazzante, ma pian piano, miracolosamente, ogni pezzo del puzzle diventa riconoscibile e trova un suo posto, anche se il quadro resta in parte misterioso. A parlare ci sono, capiamo lentamente, Vandad, il coinquilino legatissimo a Samuel (un tipo grande come un lottatore di sumo, ambiguo ma fedele, un po’ brigante, un po’ disoccupato cronico), la madre riottosa che non sa cosa dire di definitivo sul figlio (le pare che più scava, più trascura altri particolari), l’amica d’infanzia denominata Pantera (vive a Berlino credendo di essere un’artista), l’ex fidanzata Laide (traduttrice di arabo e svedese per le istituzioni che si occupano di profughi, militante politica per le donne senza permesso di soggiorno, molto ansiosa), tutti figli di matrimoni incrociati tra etnie diverse che sentono odore di ingiustizia intorno a loro. Il Samuel che esce dal quadro è cangiante come uno specchio esposto a una luce stroboscopica. Per qualcuno è soprattutto uno Zelig, sempre pronto a uniformarsi a chi ha di fronte, per altri definitissimo, ma troppo in cerca del grande amore e soggetto quindi a farsi abbagliare in maniera irrimediabile, per altri ancora è infinitamente generoso (per altri no, tirchio), disponibile a mille slanci (o invece no, assente e concentrato su di sé) ma insicuro e fragile come un gattino, tanto che si appunta gli argomenti di cui parlare quando incontra un nuovo interlocutore. Comunque ha detto a ognuno certe cose fisse: che nel suo libro delle esperienze vuol mettere il maggior numero di vissuti possibili, che vuol sapere come le persone definiscono l’amore, che vuole farsi ricordare.
Come? Magari legando un suo gesto a qualcosa di memorabile, oppure a una circostanza o un oggetto annodati alla routine.
Ma dunque Samuel chi era in realtà? Per chi sa leggere letteratura, il rebus fornisce elementi sufficienti alla risposta.

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