Il diario di Rebecca “L’Islam non è fanatismo” Londra-Teheran In bici contro i pregiudizi

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foto Rebecca Lowe
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE ENRICO FRANCESCHINI
Si sa che gli inglesi, dal capitano Cook alla conquista dell’Everest, amano l’avventura. Ed è noto che uno di loro, Lawrence d’Arabia, è andato a cercarla nel deserto. Adesso ha una seguace in Rebecca Lowe, una londinese 30enne che, invece del cammello, usa la bicicletta: pedalando per 11 mila chilometri, dal Tamigi a Teheran, per dimostrare che Africa e Medio Oriente «non sono soltanto terrorismo e fanatismo religioso». Un’impresa da Guinness dei primati, che l’anno prossimo potrebbe diventare un libro e poi forse anche un film a Hollywood. Ma che, quando è stata concepita, ha portato sua madre a chiederle se non fosse impazzita. «Le ho risposto che un po’ era anche colpa sua», dice lei a Repubblica ricordando la conversazione. «Mia mamma è di origine ungherese, mi avrà trasmesso un po’ di sangue gitano e la voglia di girare il mondo».
Non tutte le ragazze della sua età, però, lo girano in bici, attraversando tre continenti e venti nazioni per arrivare al traguardo prefissato. La sua odissea, di cui ha parlato sabato la Bbc, non è nata da una qualche crisi di tipo di personale: «Avevo un lavoro come giornalista per una rivista di diritti umani, una vita stabile a Londra e nessun motivo per mollare tutto», racconta. «Ma il mio mestiere mi aveva portato a seguire le vicende mediorientali e, in particolare dopo la Primavera Araba, a interrogarmi sul modo in cui in Occidente guardiamo a quei popoli e quei paesi. Così un giorno si è impossessata di me l’idea di un viaggio in bicicletta tra la gente normale, fuori dai soliti circuiti mediatici, e non mi ha più lasciato finché sono partita ».
L’odissea su due ruote è cominciata nel luglio del 2015 ed è finita quattro mesi più tardi. La prima parte, attraverso Francia, Italia e Balcani, fino a Istanbul, «è servita a rimettermi in forma e rassodarmi i glutei», ironizza Rebecca.
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Poi è entrata nel mondo che voleva visitare con occhi nuovi: Turchia, Libano, Giordania, Egitto, Sudan, Emirati Arabi, Iran. Una donna tutta sola in velocipede su strade polverose e spesso desertiche o in megalopoli del Terzo Mondo. Non aveva paura?
«La verità – spiega – è che puoi correre rischi anche fuori da un pub il sabato sera a Londra. Qualche brutto incontro l’ho fatto. Uomini che cercavano di sedurmi, palpate, un tentativo di assalto sessuale, respinto agitando un coltello da cucina intorno alle parti basse dell’assalitore. Avrò anche avuto fortuna, ma sono stati più numerosi gli incontri positivi. Dovunque ho trovato gente disposta a offrirmi cibo e ospitalità, a darmi una mano, a dimostrare nei miei confronti curiosità e simpatia. A conferma di una regione piena di umanità e calore e a smentita degli stereotipi con cui identifichiamo il Medio Oriente».
Il momento peggiore? «Nel deserto del Sahara, dove ero rimasta senz’acqua, ho avuto un collasso e stavo delirando, quando una famiglia di nomadi mi ha salvato la vita».
Il suo Grand Tour è finito a Teheran, «perché è il luogo che più mi affascina di tutta quella immensa regione». Durante il percorso, ogni volta che ha potuto collegarsi al web in wifi, ha postato fotografie e commenti su Twitter. Al ritorno ha pubblicato il suo reportage su un sito, chiamato “The Bicycle Diaries”, I Diari della Bicicletta, per evocare quelli “della motocicletta”, il film del 2004 ispirato al viaggio in America Latina di un giovane Ernesto “Che” Guevara. Sabato la Bbc ha raccontato la sua esperienza. «E adesso il mio agente è in trattative per farne un libro che dovrebbe uscire nel 2018. Un film dal libro? Incrociando le dita». Nel frattempo “Rebecca d’Arabia” ha ripreso a fare la giornalista free-lance a Londra. Continua ad andare in bici? «Certo, è diventata il mio mezzo di trasporto abituale, in città non uso altro», risponde. «E devo dire che è molto più facile andarci, quando non hai 35 chilogrammi di roba da portarti dietro sul portapacchi!».
“Il mio mestiere di giornalista mi aveva portata a seguire le vicende mediorientali e, dopo la Primavera araba, a interrogarmi su come in Occidente guardiamo a quei popoli” “Il momento peggiore è stato nel deserto del Sahara, dove ero rimasta senza acqua Ho avuto un collasso e stavo delirando Una famiglia di nomadi mi ha salvato la vita”
FOTO: © REBECCA LOWE
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