Da Dante Alighieri a “Vacanze romane” quanti buoni motivi per amare l’antichità di PAOLO MAURI  

C’è un luogo a Roma dove non manca mai la fila: è il portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin. I turisti non sono lì per la chiesa, che è antichissima e ha una sua storia: vogliono vedere e toccare la famosa Bocca della Verità, un tombino ormai leggendario, protagonista muto di Vacanze romane.
Come Gregory Peck molti allungano la mano nella Bocca e magari fingono di essere stati morsicati, anche se il film non l’hanno mai visto e conoscono solo la leggenda. Sono pochi comunque quelli che danno un’occhiata almeno al Tempio di Vesta che sta dall’altra parte della strada, forse ci vorrebbe un altro film. Forse per raggiungere i nostri antichi servono strade traverse.
Queste magre considerazioni mi venivano in mente leggendo l’ultimo libro di Maurizio Bettini:
A che servono i Greci e i Romani? (Einaudi) che passa in rassegna i motivi di un disinteresse sempre più accentuato, con il liceo classico che vede diminuire le iscrizioni, l’insegnamento delle lingue morte troppo spesso burocratico, gli immortali luoghi comuni sul latino che insegna la logica. Imparare a tradurre, dice Bettini, non basta e alla fine un autore antico si riduce, appunto, a un brano da tradurre. Compito oggi risolvibile grazie a internet senza far troppa fatica e magari con l’insegnante che fa finta di non sapere. Se li studiamo o avviciniamo così, argomenta Bettini, Greci e Romani non servono a niente, ma è chiaro che ignorando i grandi testi dell’antichità noi perdiamo molto. Se perdiamo Virgilio alla fine perdiamo anche Dante, che lo usa come guida per attraversare parte dell’aldilà.
Che cosa bisogna fare per evitare che Greci e Romani si allontanino sempre più da noi? Bettini ha molte proposte che gli vengono anche dall’aver dedicato parecchio tempo a queste questioni, che investono in primo luogo la scuola secondaria dove molti insegnanti cercano con passione la strada migliore. Intanto non giudica affatto nefasto che si leggano autori antichi in traduzione. A me è capitato l’estate scorsa di riprendere in mano la Germania di Tacito. Col testo a fronte, essendo il mio poco latino terribilmente arrugginito, ho ripreso contatto con una analisi socio-antropologica estremamente interessante. Il caso ha voluto che in Umbria incontrassi un amabile signore tedesco amico di amici che lì passa le sue vacanze. Bene: chiacchierando venne fuori che anche lui aveva letto la Germania nei mesi precedenti. Concludemmo che avere testimonianze antiche su luoghi e argomenti di cui parliamo moltissimo oggi è un bene inestimabile. Dunque per raggiungere i nostri classici possiamo partire da ieri e arrivare all’oggi, o fare l’esatto contrario: prendere oggi come punto di partenza e andare all’indietro. Non per cercare le somiglianze: gli antichi erano diversi da noi e pensavano e vivevano diversamente, dobbiamo saperlo anche se parlando e scrivendo in italiano in qualche modo teniamo vivo il latino.
Qualche sera fa si è inaugurata al Colosseo una bella mostra documentaria che riguarda proprio la storia di questo monumento. A un certo punto una signora ha puntato il dito verso l’esterno e ha mostrato, sghignazzando, all’amica che la accompagnava la famosa casa acquistata a sua insaputa da un noto uomo politico. Un episodio recente faceva dunque irruzione nella storia millenaria del Colosseo: quella casa era stata costruita proprio per guardare l’anfiteatro e ora era in qualche modo l’anfiteatro che guardava la casa.
Una storia infinita, concluderei con Bettini, ci lega ai Greci e ai Romani, sta a noi trovare il modo adatto per non buttar via una grande ricchezza.

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