Intervista del Manifesto a Lorenzo Guadagnucci, il giornalista torturato alla Diaz nel 2001: “ho rifiutato l’indennizzo perché chiedo giustizia”

Intervista. Parla il giornalista che nel 2001 fu vittima di violenze e abusi nella scuola Diaz: «Ho fatto ricorso alla Cedu non per un ottenere un indennizzo ma perché voglio giustizia. Che vuol dire una legge sulla tortura e codici identificativi personali»
Lorenzo Guadagnucci
Eleonora Martini
EDIZIONE DEL
07.04.2017
PUBBLICATO
6.4.2017, 23:59
È uno di quelli che ha rifiutato il risarcimento come forma di patteggiamento da parte dell’Italia davanti alla Corte europea dei diritti umani, il giornalista Lorenzo Guadagnucci, torturato all’interno della scuola Diaz, durante il G8 del 2001, da uomini che ancora non hanno un volto né un nome. Tra i fondatori del «Comitato verità e giustizia per Genova», Guadagnucci sa solo a quale reparto appartenevano i suoi torturatori.

Anche a te lo Stato italiano ha chiesto di accettare il patteggiamento?

Sì, la proposta mi venne fatta nell’ambito del ricorso collettivo alla Cedu presentato da un gruppo di persone, vittime sia alla Diaz che a Bolzaneto, coordinato dallo studio Onida di Milano. Mi vennero offerti 45 mila euro perché quella era la cifra che l’Italia ha dovuto versare ad Arnaldo Cestaro, come indennizzo accessorio alla condanna emessa esattamente due anni fa. Quello fu il primo ricorso individuale esaminato, tra i tanti casi ancora pendenti davanti alla Corte. Il governo italiano cerca così di chiudere tutti i procedimenti per evitare le decine di condanne analoghe.

Dei 65 cittadini italiani e stranieri che si sono rivolti alla Cedu, solo sei hanno accettato il risarcimento come forma di «risoluzione amichevole». Tu perché hai rifiutato?

Perché ho fatto ricorso alla Corte di Strasburgo non per avere un risarcimento economico ma, da cittadino, perché credo che il governo italiano debba fare i conti con le proprie responsabilità, che sono aver negato una vera giustizia alle vittime di Genova, non aver preso sul serio gli abusi commessi, non aver fatto nulla per prevenire il ripetersi di tali violazioni in futuro.

L’Italia questa volta ha dovuto ammettere che la tortura c’è stata, e non è stato un singolo caso isolato. Ha preso anche impegni, labili, ma li ha presi. Non basta?

La sentenza Cestaro del 2015 dice che l’Italia ha gravi problemi strutturali nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Tant’è che si è ricorso alla Cedu malgrado le sentenze di condanna dei tribunali italiani sia per Bolzaneto che per la Diaz. Quelle condanne però non hanno fatto giustizia, perché i responsabili non sono stati individuati e le pene non sono state adeguate. Strasburgo parla di violazione dell’articolo 3 – tortura e trattamenti inumani e degradanti – della convenzione a cui aderisce l’Italia. Quella sentenza dà precise prescrizioni. Innanzitutto, una legge specifica sulla tortura, nel rispetto tra l’altro dell’impegno preso dall’Italia nel 1988 in sede Onu. Infatti, tutti i reati di Bolzaneto e quasi tutti quelli commessi alla Diaz, escluso il falso, sono caduti in prescrizione. La Cedu poi ha chiesto all’Italia se ha preso provvedimenti di sospensione o di rimozione dei responsabili di quegli abusi. Il governo italiano non ha risposto.

Non poteva: è stata condannata solo la catena di comando, mentre gli autori materiali degli abusi, non avendo alcun codici di riconoscimento, non sono stati identificati.

Appunto. Io, da cittadino che ha vissuto questa esperienza che però riguarda tutti e che fa parte ormai della storia di questo Paese, sarei disposto ad accettare un risarcimento se ci fosse almeno l’applicazione di quella sentenza. Credo invece che il governo sia in malafede: cerca il patteggiamento perché non sa e non vuole applicare la sentenza europea. Basti guardare la legge sulla tortura, che è diventata una barzelletta: nel testo la tortura non c’è, e la legge si è addirittura arenata in parlamento. Quest’anno, poi, scadranno i provvedimenti disciplinari applicati ai condannati, e quei funzionari riprenderanno il loro posto nelle forze dell’ordine. I codici di reparto promessi da Minniti? Sono una presa in giro: alla Diaz sappiamo quali reparti hanno partecipato, non sappiamo i nomi dei torturatori. È il codice identificativo personale che manca.

Dici che questa pagina fa parte della storia italiana, ma come mai un italiano su due, secondo un’indagine Amnesty-Doxa, crede che la tortura da noi non sia praticata?

La distorta percezione della realtà è colpa dei governi, e dei media complici, che hanno fatto sì che parlare di polizia sia da noi argomento tabù. La storia ci dice che la tortura è stata praticata con continuità nel tempo e sistematicamente. E che quello che è successo nel 2001 è solo ma vistosa manifestazione di quella pratica, perché applicata su gruppo grande di persone qualunque e non nelle segrete di un carcere. Ma non mi sorprende, perché se vai a leggere gli atti parlamentari ti accorgi che quelle persone, che dovrebbero essere le più avvedute e responsabili, hanno parlato di tutto – di Argentina, di Beccaria, del Medioevo, degli strumenti di supplizio -, di tutto, tranne della tortura reale che viene praticata in Italia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...