Simonetta Fiori intervista Javier Cercas “Mia madre la guerra e io”

Nel suo nuovo romanzo lo scrittore spagnolo racconta i familiari morti dalla parte sbagliata, i franchisti “Non è revisionismo, è fare i conti”
SIMONETTA FIORI
«Da sempre. Da quando ne ho avuto consapevolezza. Anche perché a casa nessuno ne parlava. E il silenzio può essere terribile. Quel silenzio è la guerra».
Per tanti anni ha avuto paura di indagare. Cosa temeva di trovare?
«Mi facevo delle domande. Di quali crimini si era macchiato Manuel Mena, sottotenente di complemento destinato a un’unità d’assalto delle truppe falangiste? Era lo zio giovane di mia madre Blanca Mena, quasi un fratello maggiore. E nonno Paco, che ruolo ebbe nei delitti franchisti commessi a Ibahernando, il paese da cui provengo? Avevo paura delle risposte».
E ha trovato quel che temeva?
«No, alla fine il passato non era così grave. Di mio nonno Paco ho scoperto anche atti generosi di cui non ha mai voluto parlare. E zio Manolo è stato una vittima del falangismo, come molti suoi coetanei. Nel libro uso una frase molto forte: Manuel Mena è morto per colpa di una banda di figli di puttana che avvelenarono i cervelli dei bambini mandandoli al macello. L’abbiamo dimenticato, ma sono sempre i bambini a fare la guerra».
Il suo giudizio storico-politico sulla guerra civile spagnola non è cambiato. Ma alla fine di questa nuova inchiesta famigliare cosa ha capito di più?
«La ragione politica è solo da una parte, dalla parte della repubblica democratica ferita a morte da un golpe militare. Ma questo significa che tutti coloro che combatterono dalla parte giusta della storia erano anche brave persone? E gli altri tutti mostri assassini? Mena ha combattuto dalla parte sbagliata, ma io non mi considero migliore di lui, piuttosto il contrario».
Ora le faccio la stessa domanda che le ha rivolto il suo amico produttore David Trueba. Si è inventato l’eroe repubblicano dei “Soldati di Salamina” per poi poter scrivere dello zio franchista?
«Ma no, sono passati quindici anni da quel libro. Prima avevo provato a scrivere un romanzo su Manuel Mena ma non c’ero riuscito.
I soldati di Salamina nasce da quel fallimento. Non ero pronto, sul piano tecnico-formale e sul piano morale: le due cose per me si tengono insieme».
Forse inconsapevolmente aveva bisogno di rendere omag- gio alla parte giusta della storia per poter scrivere più liberamente dei suoi fantasmi?
«Questo libro è un completamento de I soldati di Salamina. Là rivendicavo con passione il nostro passato repubblicano. Ne Il sovrano delle ombre mi assumo la responsabilità del mio passato franchista: io vengo da qui, anche se non mi piace».
In realtà quasi tutti i suoi romanzi appaiono preparatori di questo racconto più difficile: la storia è sempre vista nella sua complessità.
«È così. Forse la relazione più stretta è con L’impostore, dove il protagonista s’inventa un’esistenza eroica per nascondere un vissuto miserabile. Qui ho voluto fare l’operazione contraria: torniamo al passato ma torniamoci davvero, anche se è sgradevole».
Il suo amico David aveva cercato di scoraggiarla: ancora un libro sulla guerra civile?
Ma chi te lo fa fare, ti accuseranno di revisionismo perché ritrai i franchisti come persone normali.
«È successo anche di peggio. Uno storico mi ha accusato di aver imbiancato i trascorsi franchisti della mia famiglia, ma uno studioso serio ha smontato le sue bugie. Il problema è che la Spagna non ha ancora digerito il passato. La destra è incapace di fare i conti con i crimini di Franco, mentre la sinistra ha lasciato aperta la ferita delle fosse comuni per poter utilizzare politicamente le vittime. Una perversione inaccettabile».
Lo sfondo del romanzo è la guerra civile, ma il vero protagonista non è lo zio franchista.
Il libro può essere letto come un confronto intimo con sua madre, con la casa di Ibahernando, con la sua storia di
scrittore.
«Sì, vero, è mia madre la protagonista segreta del romanzo. Per la prima volta racconto anche il nostro trasferimento dal piccolo e avvolgente villaggio di Ibahernando a Girona. E lo spaesamento che mi ha accompagnato negli anni di formazione. La scrittura è stata una forma di risarcimento, mi ha restituito quella protezione che era venuta meno».
Qual è stata la reazione di Blanca nello scoprire che lo zio era in realtà un perdente?
«Forse lo sapeva già, istintivamente. S’è divorata il libro per tre volte di seguito, scoprendo cose che lei stessa non sapeva».
E lei Cercas cosa ho scoperto più di se stesso?
«Per tutta la vita ho creduto che mia madre mi volesse come Manuel Mena, l’Achille dell’Iliade che trova in battaglia la morte eroica. E alla fine ho capito che invece mia madre mi voleva come l’Achille dell’Odissea che pensa sia preferibile conoscere la vecchiaia essendo il servo di un servo piuttosto che non conoscerla essendo il sovrano delle ombre. Questo mio romanzo è bellicosamente antibellicista. Ma mia madre è la più antibellicista di tutti, avendo visto la guerra».
Lei scrive: sono diventato scrittore per non essere scritto da mia madre. Però poi…
«…scopro che alla fine sono stato scritto da lei. Resta una grande ambiguità, ma senza ambiguità la letteratura non esiste. È stata mia madre a farmi scrivere questo libro? Non lo so. Probabilmente sì. L’unica certezza è che dopo averlo scritto mi sono sentito meglio. Chi sono io, Javier Cercas? Ora lo so un po’ di più».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
IL LIBRO
Il sovrano delle ombre di Javier Cercas ( Guanda trad. di Bruno Arpaia pagg. 304 euro 18).
Cercas sarà a Tempo di libri a Milano il 19 aprile alle 16,30
BARCELLONA
Esiste il romanzo della vita, quello al quale ci si avvicina a passo lento, libro dopo libro, tra progressioni e fallimenti? Per avere una risposta, bisogna andare a trovare Javier Cercas, lo scrittore capace di trasformare in letteratura i demoni della Storia e le sue imposture. Ora ha deciso di dare corpo ai suoi personali fantasmi raccontando il passato franchista della famiglia. «Ho l’impressione di essermi allenato tutta la vita per scrivere
questo libro. Il più intimo, dunque il più difficile». Nel suo studio disordinato di Barcellona, al quarto piano di una palazzina non distante da Avinguda Diagonal, Cercas si muove esattamente come il personaggio Cercas che compare spesso nelle sue opere: diretto, curioso, appassionato, allergico alle ipocrisie, un fuoco d’artificio di interrogativi. «Scrivere un romanzo significa formulare una domanda complessa nella forma più complessa possibile. E la domanda su Manuel Mena, l’eroe falangista della mia famiglia, è la prima domanda seria che mi ha posto la vita: perché un ragazzo di 17 anni, sensibile e intellettualmente vivace, nel 1936 è andato a combattere per una causa ingiusta? E perché per mia madre zio Manolo è sempre stato un mito incrollabile? ». Mentre parla Javier batte spesso la mano sul tavolo, come a sottolineare la dignità morale dei suoi dilemmi. Dalle pause, dallo sguardo irrequieto, si capisce che sta trattando una materia viva, «perché i nostri antenati vivono in noi come noi vivremo nei nostri discendenti». Non soltanto lo zio Manolo, morto dalla parte sbagliata della storia. Ma anche il nonno Paco Cercas, primo sindaco franchista d’un paesino rurale al centro dell’Estremadura, e altri famigliari che ancora prima della guerra civile s’armarono contro la Repubblica. «Mi sono a lungo domandato se sarei mai stato capace di scrivere quelle storie. Poi ho capito che non potevo più rimandare». Il sovrano delle ombre è uno dei suoi romanzi più belli. Come larga parte dei libri precedenti, affonda il bisturi nelle pieghe più nascoste della storia e della vita, ma questa volta con un’elettricità emotiva anche maggiore.
Cercas, nei suoi romanzi compare spesso un io narrante che però non è autobiografico. Questa volta, invece?
«Sono completamente io. In tutto il romanzo c’è solo un tre per cento di finzione, una goccia necessaria perché questo libro fosse diverso da L’impostore, costruito totalmente sulla realtà. Ma questo tre per cento non riguarda il mio personaggio».
E allora è autentico anche la vergogna che prova per il passato franchista della sua famiglia. Quando è cominciata?

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