Intervista di Antonio Monda a Jonathan Franzen

ROBINSON
LETTERATURA E POTERE/ 2
Il bravo scrittore nell’America buia
Testo di Antonio Monda
Ha criticato con veemenza i suoi colleghi scrittori e la presunta morte del romanzo, i guasti del politicamente corretto e l’ipocrisia di un certo mondo liberal, la corruzione morale di un mondo senza valori, i danni creati dai social media. Jonathan Franzen, a dispetto della sua naturale ritrosia, in realtà ha sempre preso posizione in modo pubblico, spesso andando controcorrente, facendo di quella che ha definito la sua “zona di disagio” il motore di una ribellione etica, che trova compiutezza espressiva nei suoi romanzi e saggi. «Non amo parlare dei massimi sistemi — racconta nella casa di Santa Cruz, in California, dove ormai passa gran parte dell’anno — come per esempio del senso ultimo della letteratura: quello che dobbiamo fare è essere molto concreti. Ognuno, nel proprio mestiere, deve fare al meglio quello che sa fare, specie in un momento così difficile. E quindi il compito dello scrittore è: scrivere bene».
Ha mai pensato di scrivere di temi politici?
«Dopo l’11 settembre mi sono detto: questo è un tema che non vorrei mai trattare, è già accaduto, cos’altro posso dire? Aggiungo: uno scrittore non può servire due padroni, e la politica non è verità ma semplicemente politica».
La letteratura è il modo più efficace per trattare ogni tema?
«Se parliamo di contenuto ritengo che la letteratura sia insuperabile, per varietà, ampiezza e flessibilità. E mi riferisco ovviamente sia alla narrativa che alla saggistica. Se invece parliamo di emozioni, allora è difficile superare la musica; ma anche il cinema sa parlare ai sensi in maniera diretta e travolgente».
Nell’era Trump “1984” di Orwell ha avuto un boom di vendite. E un fenomeno analogo riguarda anche “Il complotto contro l’America” di Roth.
«Si fanno collegamenti a volte semplicistici, e ci piace pensare che gli scrittori siano profeti, ma lo stesso Roth ha negato qualunque collegamento con la situazione attuale. Orwell era uno scrittore politico, e nelle sue pagine si trovano anticipazioni delle “false notizie” e dei “fatti alternativi”. Ma era interessante sul piano del linguaggio e nella creazione dei personaggi: è quello che mi appassiona come scrittore».
Lei si è schierato contro i rischi del linguaggio dei social media.
« Possono venire cose buone dai social media. Mi sono state segnalate su Facebook molte informazioni su temi che mi appassionano, dalla politica al birdwatching. Tuttavia io mi riferivo al linguaggio, e credo che il rischio sia alto. Personalmente sono un ammiratore dei grandi aforisti, come Karl Kraus o Oscar Wilde: il limitarsi in poche righe può rappresentare uno strumento di disciplina. Ma quello che accade su Twitter è diverso: quando non ci sono esigenze commerciali o di propaganda io vedo un modo per diffondere stupidità, rabbia e solitudine».
Non crede che l’asetticità del linguaggio politicamente corretto abbia generato dei danni sia sul piano artistico che sociale e politico?
«Non c’è alcun dubbio, e ho ricevuto la mia dose d’insulti per averlo denunciato: credo di avere scritto molto sui limiti e i rischi del politicamente corretto, e certamente ora vediamo una reazione aberrante».
Si dice che il risultato elettorale nasca dalla reazione di un mondo di uomini bianchi che si sono sentiti ignorati e dimenticati.
« Certamente, ma non dobbiamo sprecare troppe lacrime sul povero uomo bianco dimenticato. Le elezioni hanno evidenziato la separazione netta tra il mondo rurale e quello urbano. La domanda spesso ignorata è quale sia la prospettiva del contadino o dell’operaio di questo mondo rurale, che vede l’establishment come responsabile della propria crisi. Non solo: la città, il mondo intellettuale, artistico e anche finanziario, diventa ai loro occhi un mondo corrotto e portatore di distruzione dei loro valori. A sinistra si è dimenticato troppo spesso come guardare il mondo, e i democratici sono diventati ostaggi della politica d’identità: funziona a Brooklyn, non altrove ». ?
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