“La pedofilia come salvezza il romanzo inaccettabile di Walter Siti” MICHELA MARZANO recensisce “Bruciare tutto”

di Michela Marzano, da Repubblica oggi in edicola
IL LIBRO
Bruciare tutto
di Walter Siti ( Rizzoli pagg. 371 euro 20)
Il protagonista dell’ultimo romanzo di Walter Siti, “Bruciare tutto” (Rizzoli), è un prete pedofilo. E anche se l’unico rapporto sessuale completo che ha vissuto con un bambino risale a molti anni prima, quando ancora non aveva preso i voti, don Leo non può fare a meno di pensare al sesso ogni volta che vede un bimbo. Don Leo prega, digiuna, combatte una lotta di cui cerca di non far trapelare nulla all’esterno. Ma l’ossessione è più forte di qualunque cosa, fede compresa – «Dio è amore: sì, ma che tipo di amore? Dio non lecca, non bacia, non ha un corpo da penetrare e da cui essere penetrati». L’ossessione non passa e non passano certi ricordi come quello dettagliato e lungo svariate pagine di un vecchio sacerdote che gli racconta le delizie della carne dei bambini: «Se vuoi fartelo succhiare ricorda che ci sono degli shampoo alla fragola, al
lampone e al cioccolato». Questo orrore c’è nel libro. E se possibile anche peggio: ci sono le visite sui siti clandestini del deep web e vengono riportati commenti disumani come quello di un pedofilo sulla foto del piccolo Aylan morto riverso sulla spiaggia («però, seducente questo Aylan col culetto all’insù – qualcuno può postare una foto di quando il papà gli ha tolto i calzoncini?»).
Uno scrittore deve poter parlare di tutto. Anzi, talvolta ha persino il dovere di farlo. La letteratura ha d’altronde le spalle larghe, e può sopportare quasi qualsiasi peso. Quasi. Perché poi tutto dipende da come lo si fa, dallo scopo che ci si prefigge, dalle conclusioni che se ne tirano. I pedofili esistono e, se si sente il bisogno di parlarne, lo si può (e forse lo si deve) fare, ma a patto di restare autentici e veri fino alla fine. Che scopo, dunque, si prefigge Siti? Che conclusioni trae raccontando la storia di don Leo partendo da premesse così gratuitamente scandalistiche?
Bisogna rivelare parte della trama per rispondere. Le cose precipitano quando a don Leo viene affidato il piccolo Andrea. Quando lo accoglie, il sacerdote riesce a resistere alla tentazione, anche se è il bambino a offrirgli il proprio corpo (scena, in realtà, alquanto irrealistica). Solo che Andrea, respinto da don Leo, precipita nella disperazione e si uccide (anche qui la casistica psicologica è piuttosto irrealistica). E il prete, dopo l’iniziale euforia per essere stato capace di aver superato la prova divina, urla contro Dio la sua ultima bestemmia: «La mia croce era resistere alla natura e adesso che fai, mi togli la croce da sotto il culo? dici e disdici, non sai nemmeno tu quello che vuoi, ma che cazzo di onnipotente sei? un cretino indeciso che si fa chiamare dio».
Che cosa suggerisce allora Siti in Bruciare tutto? Che è meglio dannarsi l’anima facendo sesso con un bambino che istigare a un suicidio? «Ho considerato la salvezza della mia miserabile anima più importante del tuo ancora aperto futuro», dice don Leo al capezzale del bambino. «Perdonami, dovevo accettare di fare l’amore con te, qualunque prezzo mi fosse costato ». Il lettore assiste così a un rovesciamento insinuato ad arte dall’autore che l’induce a credere che sia così che va il mondo: non è perché Dio non esiste che tutto è possibile, ma è proprio perché Lui esiste che tutto è permesso, e che resistere non serve a nulla, come recita il titolo del romanzo con cui Siti vinse lo Strega nel 2013. Ma chi può anche solo immaginare che abusare di un bambino possa salvarlo?
L’autore di Bruciare tutto è solo l’ombra del Siti di Troppi paradisi in cui l’osservazione attenta e profonda della realtà gli aveva permesso di intuire lo sciogliersi della fine del secolo nella marea dei reality, dei corpi a perdere, della quotidianità misurata e valutata a prezzi da outlet. Se così non fosse, Siti avrebbe colto l’identikit di Andrea, bambino geniale e fragilissimo, come se ne incontrano purtroppo tanti, che porta su di sé le ferite di una famiglia andata a pezzi. La madre è spesso ubriaca e si dimentica di andare a prenderlo a scuola. Il padre è un bruto che, quando finalmente si ritrova a San Vittore accusato di violenza domestica, non esita a chiedere al figlio di testimoniare contro la madre. Forse è per questo che, quando don Leo comincia ad occuparsi di lui leggendogli dei libri e rispondendo alle sue domande – «È vero che dai buchi neri si può uscire?» –, è tutto un mondo nuovo che si spalanca davanti al bambino. Un’occasione mancata perché le pagine migliori del romanzo sono proprio quelle consacrate al mondo dell’infanzia, alle domande dei bambini che cercano un “perché?” a qualunque cosa, al loro bisogno di amore e di attenzione in un mondo fatto di adulti nevrotici o indifferenti. Don Leo, quindi, i bambini li capisce. Li aiuta anche a fare i compiti durante il doposcuola – è soprattutto con loro, con i più piccolini, che Leo è disponibile e paziente, molto più di quanto non lo sia con i fedeli della propria parrocchia cui non esita a negare l’assoluzione quando ritiene che vengano a confessarsi senza far prova di uno sforzo sincero di cambiare.
La sera del suicidio, la cosa importante che Andrea dice a don Leo è che lo ama, non che gli vuole “toccare il pisello”. Andrea si comporta esattamente come avrebbe fatto qualunque altro bambino che, forse per la prima volta nella propria vita, sperimenta l’accettazione e il riconoscimento e non vuole quindi perderlo – don Leo sta per partire per la Siria e glielo annuncia proprio quella sera. Solo chi è troppo concentrato sul proprio ego e sui propri fantasmi – dimenticando la complessità della vita e sacrificando all’altare del nichilismo la verità – può immaginare che ciò che scatena in Andrea rabbia e disperazione (fino al suicidio) sia il rifiuto del sesso. Ma la conclusione di Siti è questa: meglio dannato da Dio che omicida, meglio pedofilo che assassino. La letteratura può sopportare questo? È letteratura questa? James Ellroy, tanto per fare un esempio, non esita a entrare nella testa dei serial killer: mosso dal desiderio di capire che cosa fosse realmente accaduto quando sua madre era stata assassinata, lo scrittore americano si butta nella scrittura per cercare indizi, ricucire quella realtà brutale e assurda che l’aveva profondamente segnato da bambino, porre i lettori di fronte a domande scomode che spesso valgono molto più di ogni risposta. Per non parlare poi di Bernanos – forse uno dei modelli di ispirazione per Bruciare tutto, anche se nulla di don Leo ricorda i tormenti del curato di campagna o del sole di Satana – che si era talmente immedesimato nel dolore dei dannati, da non esitare a scomodare il diavolo in persona, lui che di Dio era sinceramente innamorato, lui che la rivolta la viveva sulla propria carne. Ma sulla carne di chi si consuma la storia di Siti? Quella di don Leo? Quella di Andrea? Quella di Siti stesso? Ad aumentare la confusione, oppure ad aggiungere lucidamente un altro elemento scandalistico, la dedica del libro: “All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani”. Un omaggio quasi incomprensibile in un libro che, dell’esplicito, sembra fare un vanto. Che cosa vuol dire Siti? Forse insinuare il fatto che anche don Milani avrebbe dovuto sopportare il calvario di don Leo? Che anche lui avrebbe resistito inutilmente alla tentazione perché non solo non ha senso resistere, ma rischia di essere dannoso? È troppo comodo, per uno scrittore, utilizzare la narrazione e nascondersi dietro la licenza del creare. La letteratura ha le spalle molto larghe, certo. Ma può sostenere anche il peso dell’assoluzione? E, se letteratura non è, come giudicare un’operazione editoriale il cui cinismo appare così evidente?

Un pensiero su ““La pedofilia come salvezza il romanzo inaccettabile di Walter Siti” MICHELA MARZANO recensisce “Bruciare tutto”

  1. Ieri grandi polemiche in rete per la recensione della marzano:

    Tempesta su Siti
    Tweet, veleni e difese d’ufficio per il libro che divide l’editoria
    PAOLO DI PAOLO
    Forse, la vera notizia è che ci si scaldi tanto per un romanzo. Accade raramente – è accaduto ieri, in Rete, sui social – che una questione letteraria guadagni un po’ di luce nel dibattito pubblico. L’articolo che Michela Marzano ha dedicato su “Repubblica” al nuovo romanzo di Walter Siti, “Bruciare tutto”, appena uscito da Rizzoli, ha innescato una valanga di reazioni. Commenti, post, tweet – con toni insoliti per la materia. Per la Rizzoli, e per il mondo editoriale italiano, non è stata una giornata facile. Forse l’impatto di un’opera del genere era stato sottovalutato. O forse no. Ci sono giornali che hanno smontato e rimontato in pagina la recensione al libro prevista tra qualche giorno, aggiornandola con la polemica.
    Chi aveva ignorato l’uscita ora si avvia a correre ai ripari. E infatti, Bruciare tutto guadagna subito posizioni nella classifica Amazon (ieri pomeriggio era già nella top 100). Perché il punto adesso è leggerlo. Fare i conti direttamente – più che con il “cosa” – con il “come” Siti lo racconta.
    Ponendo con durezza il tema della “accettabilità” di un romanzo – nel caso di Siti, la storia di un prete pedofilo –, Marzano ha riaperto un dibattito ormai opaco: quello sul rapporto fra letteratura e morale, fra scrittura ed etica. La domanda radicale che Marzano ha posto a Siti – se la letteratura possa sostenere “anche il peso dell’assoluzione” – ha scatenato, al netto degli insulti, spesso misogini e insostenibili nei confronti dell’autrice, riflessioni di vario profilo. Anche se, in effetti, a scatola chiusa: il romanzo di Siti, ricordiamolo ancora, è uscito ieri stesso. Pochissimi, se non nessuno, l’hanno già letto. Fatto è che una stroncatura – genere giornalistico dato ormai per moribondo – ha svegliato all’improvviso lettori, scrittori, critici, blogger, redazioni dei giornali. E perfino i politici – anche l’ex premier Matteo Renzi ha ritwittato l’articolo – di solito poco sensibili alla letteratura.
    «Uno scrittore deve poter parlare di tutto», scrive Marzano nelle prime battute della sua recensione, ma rimprovera allo scrittore di «nascondersi dietro la licenza del creare». «Che cosa suggerisce allora Siti in Bruciare tutto? Che è meglio dannarsi l’anima facendo sesso con un bambino che istigare a un suicidio?». Il riferimento è al fatto che il ragazzino protagonista – dopo essersi offerto sessualmente al sacerdote e ricevendo da lui un rifiuto – si uccida. Obiettivamente, non è facile maneggiare un tema simile, né digerirlo: fra i commentatori più infastiditi, si coglie un rifiuto netto e senza condizioni dell’argomento in sé – riassumendo brutalmente: la pedofilia è un reato gravissimo, meglio non parlarne. Ma si tratta di una posizione, benché legittima, ingenua – e non solo su un piano letterario.
    All’opposto, liquidare come inutile moralismo le obiezioni di Marzano risulta forse altrettanto infantile: anche solo considerando la sterminata bibliografia critica sui confini del “dicibile” (del rappresentabile, del visibile) in ogni forma di comunicazione, artistica e non. Richiamando la lezione di Wayne Booth, di Nussbaum, di Yehoshua, in un suo scritto su etica e letteratura, Cesare Segre ha chiarito: «Non pretendevo dallo scrittore l’adesione a una data concezione morale, né tanto meno la sua celebrazione. Ritenevo però che egli, reso responsabile dall’autorevolezza di cui gode, debba essere sempre consapevole, quando scrive, dell’influsso che i suoi scritti possono esercitare sui lettori».
    Nella tipica e rabbiosa polarizzazione da social, se Siti è diventato colpevole di apologia di comportamenti pedofili, Marzano è diventata una sostenitrice della censura lettera- ria. Marcello Veneziani, in un tweet, ha scomodato perfino Dostoevskij: «Censurando WalterSiti Repubblica dovrebbe censurare pure Dostoevskij».
    C’è chi evoca Céline e Sade, chi recupera un brano di Romain Gary a proposito di un film di Louis Malle con un incesto: «Un artista ha il diritto di trattare i temi che vuole e il pubblico di andare o di non andare a vederlo. Trovo francamente che sia abbastanza penoso servirsi di un’opera d’arte come pretesto per creare ad arte uno scandalo».
    I detrattori di Siti si appellano invece all’autorità del suo coetaneo Aldo Busi, che in un’intervista a Maurizio Bono nei giorni dello Strega 2013 diceva: «Mah, ho letto un po’ dei suoi libri, ma non fino in fondo, perché a me non interessa il ricamare intorno a un’ossessione. Tantomeno sessuale».
    Ma c’è qualcosa, e non un particolare da poco che resta fuori dalle polemiche e dai social: quella dedica all’“ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani” con cui Walter Siti ha scelto di aprire il suo libro più controverso. Perché dedicare un’opera così scomoda all’educatore, al prete della scuola di Barbiana, scomparso esattamente cinquant’anni fa? Ma a questa domanda può rispondere soltanto Walter Siti.

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