Mostre: “Da Caravaggio a Bernini” I capolavori dell’arte italiana entrati alla corte di Spagna di LEA MATTARELLA

MOSTRE
Alle Scuderie del Quirinale sono in mostra le opere del Seicento che appartengono alle Collezioni Reali e testimoniano una tradizione di scambi e influenze

 

ROMA
Caravaggio e Velázquez sono sicuramente i due giganti della pittura del Seicento. Basterebbero questi fuoriclasse a giustificare una visita alla mostra “Da Caravaggio a Bernini, Capolavori del Seicento italiano nelle Collezioni Reali di Spagna”, aperta alle Scuderie del Quirinale fino al 30 luglio, realizzata in collaborazione con Patrimonio Nacional e con il sostegno del Gruppo spagnolo Abertis. Si tratta del secondo appuntamento del nuovo corso dello spazio espositivo, passato al Ministero dei Beni Culturali. È proprio il presidente di Ales-Scuderie del Quirinale a sottolineare come «il nostro inserimento nella rete del Mibact consente di usufruire delle possibili organiche collaborazioni con i musei italiani, in modo da meglio sviluppare grandi progetti internazionali». Com’è, indubbiamente, questa grande mostra sul Seicento. E come sarà la prossima dedicata al genio di Pablo Picasso. Caravaggio accoglie il visitatore ipnotizzandolo fin dalla prima sala con la sua “Salomè e la testa del Battista”. Il nuovo restauro, a cui il dipinto è stato
da poco sottoposto, consente di apprezzare ancor più di prima la costruzione del dipinto con la figura della giovane donna che emerge in maniera quasi plastica e scultorea con il suo drappo rosso dal fondo scuro su cui oggi possiamo notare con maggiore efficacia l’utilizzo del verde. Inoltre è di grande effetto la composizione dell’opera con le quattro teste che sembrano quasi formare un cerchio: quella del Battista in basso, poggiata su un vassoio, quella del suo carnefice, la cui torsione del busto rivela la sapienza anatomica con cui Caravaggio lavorava sui corpi, la vecchia ancella e l’impassibile Salomè, che pare quasi ritrarsi dalla composizione. Come se la barbarie appena avvenuta non la riguardasse, come se qualcuno le avesse messo in mano non si sa per quale ragione quel piatto con la sua macabra pietanza. L’azione è già successa, tutto è compiuto e il dramma pare non riguardare più nessuno dei personaggi.
Accanto a Caravaggio ecco un’altra testa decollata (nella pittura del Seicento il tema è molto diffuso): questa volta è Giuditta ad aver giustiziato il terribile Oloferne che minacciava il suo popolo e la sua virtù. L’autrice dell’opera è Fede Galizia, una donna che probabilmente vuole identificarsi con l’eroina biblica, figura affascinante perché unisce una femminilità sensuale alla fede religiosa più autentica. E la nostra pittrice è proprio Fede che si chiama, tanto che, pur non conoscendone i tratti somatici, siamo portati a pensare che quest’opera possa essere un autoritratto. Il mondo della Galizia è molto lontano da quello di Caravaggio: se questi lavorava sul chiaroscuro, indifferente al dettaglio, Fede restituisce con grande attenzione la ricchezza delle vesti e dei gioielli che adornano Giuditta. Bellissima è la figura della vecchia ancella che la guarda pensierosa, con il superbo particolare della mano che tiene il vassoio e si riflette su questo.
A realizzare un tris di figure femminili di grande impatto emotivo, nella stessa sala troviamo la Santa Caterina di Guido Reni, dove è evidente la suggestione della Santa Cecilia di Raffaello. Ricchissimo di particolari nella lavorazione delle pietre dure e nel modellato delle piccole figure in bronzo dorato è il tabernacolo di Domenico Montini.
La qualità di queste opere è eccellente e rivela come ciò che doveva essere portato in Spagna fosse selezionato con grande attenzione. Ambasciatori e viceré furono grandi collezionisti. E nel corso del tempo l’importazione di dipinti italiani in Spagna diventa fondamentale per la nascita di un gusto e di una scuola nazionale che con Velázquez conquisterà vette assolute.
Del grande Diego è esposta un’opera datata tra il 1630 e il 1634, nel momento immediatamente successivo al suo primo viaggio in Italia. I torsi nu- di, di spalle e di lato dei fratelli di Giuseppe che portano la veste sporca di sangue al padre Giacobbe per dimostrare la morte del suo figlio prediletto, sono di chiara derivazione italiana. Com’è noto i giovani stanno mentendo: hanno venduto il fratello come schiavo, ma Giacobbe non intuisce nulla e l’unico ad aver capito l’inganno è il piccolo cane che abbaia contro di loro, riconoscendoli subito come nemici.
Il Crocifisso del Bernini (proveniente dal Monastero di San Lorenzo dell’Escorial e raramente accessibile al pubblico) è una delle opere che sono state commissionate o acquistate dai mandatari del re. Altre ancora sono state comprate dai rappresentanti della monarchia spagnola in Italia, alla morte dei quali sono andate ad accrescere le collezioni reali. In altri casi, le opere in mostra costituirono i doni diplomatici da parte di principi e governatori della Penisola al fine di ingraziarsi protezione e favori:
Lot e le figlie di Guercino e La conversione di Saulo di Guido Reni, ad esempio, furono donati a Filippo IV dal principe Ludovisi per garantire la protezione spagnola sul piccolo Stato di Piombino. In questo modo le opere italiane invadono pacificamente la penisola iberica e nel 1865 la regina Isabella II rinuncia alla proprietà personale dei beni ereditati dai propri antenati e ne cede la gestione allo Stato, rendendo queste opere accessibili ai visitatori dei luoghi in cui sono conservate.
Oggi noi ne ammiriamo un gruppo straordinario nelle sale delle Scuderie. Sono potenti i dipinti di Ribera che nasce in Spagna, ma vive gran parte della sua vita a Napoli: San Francesco lascia intravedere l’afflato visionario di El Greco accanto a quello pauperistico, evidente nella tonaca rattoppata del santo. Giacobbe e il gregge di Labano è un capolavoro, con quella mano dell’uomo che tiene le pecore di cui percepisci il lento movimento, come se ti venissero incontro. Incantevoli sono i piccoli bronzi di François Duquesnoy, soprattutto quello che ritrae Apollo che insegna a Cupido a tirare con l’arco, che poi diventerà la sua arma per fare innamorare dei e mortali. Andrea Vaccaro colpisce con una Fuga in Egitto dove il bambino tiene la mano sul seno della Vergine in un gesto di grande naturalezza.
Non c’è un quadro che non abbia qualcosa da dire. Il Seicento è un secolo ricco di sorprese in cui verità, bello ideale e realismo spesso si confondono tra loro, creando così un linguaggio in cui ognuno di noi può sentirsi a casa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
LE OPERE
Dall’alto in basso,Schermata 2017-04-14 alle 07.09.28
Giovanni Battista Foggini: Sacra famiglia ( 1679 ca- 83);
Schermata 2017-04-14 alle 07.08.14
Guido Reni: Conversione di Saulo ( 1621 ca);
Schermata 2017-04-14 alle 07.08.27
Massimo Stanzione:I sette arcangeli ( 1620);
Schermata 2017-04-14 alle 07.08.42
Carlo Maratti: Lucrezia che si dà la morte( 1685 ca)
LE IMMAGINI
Schermata 2017-04-14 alle 07.14.42
Sopra, José de Ribera: San Francesco si getta in un rovo di spine ( 1630- 32)
Schermata 2017-04-14 alle 07.13.21
A destra, in senso orario Gian Lorenzo Bernini: Cristo crocifisso
( 1654- 56); Fontana dei quattro fiumi
( 1651- 65); Charles Le Brun: Cristo morto compianto da due angeli:
( 1642- 45) Nella foto grande, Caravaggio: Salomè con la testa del Battista ( 1607)Schermata 2017-04-14 alle 07.07.48

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