Un brano di Amitav Ghosh su “Ambiente e letteratura “

da Robinson, inserto Cultura di Repubblica oggi in edicola
I miei antenati sono stati rifugiati ambientali molto prima che si coniasse tale definizione. Venivano da quello che oggi è il Bangladesh, e il loro villaggio si trovava sulla riva del fiume Padma, uno dei più possenti corsi d’acqua di quella regione. Stando ai racconti di mio padre, le cose andarono così: un giorno, intorno al 1850, il grande fiume deviò all’improvviso dal suo corso, sommergendo il villaggio; solo alcuni abitanti riuscirono a fuggire dove il terreno era più alto. Fu tale catastrofe a disancorare i nostri avi, che cominciarono a spostarsi verso occidente e non si fermarono fino al 1856, quando si insediarono sulle sponde di un altro fiume, il Gange, in Bihar. Sentii questa storia per la prima volta durante un nostalgico viaggio famigliare, mentre discendevamo il fiume Padma su un battello a vapore. Ero un bambino, allora, e scrutando quelle acque vorticose immaginavo una grande tempesta, con le palme da cocco che si flettevano all’indietro fino a sfiorare il terreno con le foglie; mi sembrava di vedere le donne e i bambini in fuga tra gli ululati del vento mentre le acque si gonfiavano alle loro spalle. Pensavo ai miei antenati accoccolati su un terrapieno, mentre le loro case venivano spazzate via.
Ancora oggi, quando penso alle circostanze che hanno modellato la mia vita, ricordo la furia degli elementi che sradicò i miei antenati dalla loro terra d’origine costringendoli a una serie di viaggi che hanno preceduto, e reso possibili, i miei. Quando guardo il mio passato, ho la sensazione che il fiume incroci il mio sguardo e mi fissi negli occhi, quasi a domandare: mi riconosci, dovunque tu sia?
Il riconoscimento segna notoriamente il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza. Riconoscere, pertanto, non è la stessa cosa che entrare in contatto per la prima volta, né abbisogna di parole: quasi sempre il riconoscimento è muto. L’aspetto più importante del termine riconoscimento sta dunque nella prima sillaba, che rimanda a una consapevolezza preesistente. Fu questo, credo, che i miei antenati sperimentarono quando il fiume si levò a reclamare il loro villaggio: dovettero riconoscere una presenza che aveva plasmato la loro vita a tal punto da arrivare a darla per scontata quanto l’aria che respiravano. Anche l’aria può prendere vita con improvvisa e mortale violenza — come accadde in Camerun nel 1986, quando una gigantesca nube di anidride carbonica eruttò dal lago Nyos e investì i villaggi circostanti, uccidendo millesettecento persone e un numero imprecisato di capi di bestiame. Ma lo fa più sovente con silenziosa tenacia, come sanno fin troppo bene gli abitanti di New Delhi e Pechino, dove le infiammazioni polmonari e le sinusiti dimostrano che non c’è differenza fra dentro e fuori, fra usare ed essere usati. Sono anche questi momenti di riconoscimento, in cui ci rendiamo conto di come l’energia che ci circonda, fluendo sotto i nostri piedi e lungo i cavi nelle pareti, alimentando i nostri veicoli e illuminando le nostre stanze, sia una presenza diffusa e costante che potrebbe avere mire sue proprie di cui non sappiamo nulla.
Anche la mia consapevolezza dell’incalzante prossimità di presenze non-umane è maturata attraverso momenti di riconoscimento provocati dall’ambiente che mi circondava. Stavo scrivendo della grande foresta di mangrovie che ricopre le Sundarban, nel delta bengalese, dove il flusso di acque e limo è tale che processi geologici normalmente di lunga durata avvengono così in fretta da poterli misurare di settimana in settimana. Può accadere che un argine sparisca nell’arco di una notte, talvolta trascinando con sé case e persone; ma intanto altrove s’innalza una bassa striscia di fango e nel giro di poche settimane la sponda si sarà allargata di qualche metro. Si tratta perlopiù di processi ciclici, ma già allora, nei primi anni del ventunesimo secolo, si scorgevano gli indizi di un irreversibile cambiamento, nel ritirarsi delle linee costiere e nella continua infiltrazione di acque saline su terre in precedenza coltivate.
È un paesaggio così dinamico che la sua mutevolezza comporta innumerevoli momenti di riconoscimento.
Ne ho ritrovati alcuni nei miei appunti di quel periodo, per esempio in queste righe, scritte nel maggio del 2002: “ Credo davvero che qui la terra sia manifestamente viva; che non si limiti a esistere, quasi marginalmente, come palcoscenico per lo svolgersi della storia umana, ma sia essa stessa protagonista”.
Ma quando si è trattato di tradurre tali intuizioni in quello che è lo strumento della mia immaginazione, ovvero la narrativa, mi sono trovato di fronte a sfide del tutto diverse da quelle con cui avevo dovuto vedermela nelle opere precedenti.
Che il cambiamento climatico getti sul paesaggio della finzione letteraria un’ombra assai più ridotta di quella che getta sull’arena pubblica è facilmente verificabile. Basta scorrere le pagine delle più autorevoli riviste letterarie in lingua inglese come la London Review of Books, la Literary Review o la New York Times Book Review.Quando il tema del cambiamento climatico fa capolino in queste pubblicazioni, si tratta quasi sempre di saggistica; difficile che in tale orizzonte compaiano romanzi e racconti. Anzi, si potrebbe sostenere che la narrativa che si occupa di cambiamento climatico sia un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari. È senza’altro molto difficile concepire la serietà come qualcosa di cieco di fronte a minacce che possono cambiare la vita. E se l’urgenza di un argomento è un buon criterio per valutarne la serietà, be’, visto ciò che lascia presagire per il futuro della terra, credo che il cambiamento climatico dovrebbe essere la principale preoccupazione degli scrittori di tutto il mondo — e non è così, mi pare. Ma perché? Forse le correnti del surriscaldamento globale sono troppo impetuose per navigarle coi consueti vascelli della narrazione? La verità è che se certe forme letterarie sono incapaci di vedersela con simili flutti, significa che hanno fallito, e i loro fallimenti dovranno essere visti come un aspetto del più generale fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica.
Il problema non è certo dovuto a carenza di informazioni: oggi sono pochissimi gli scrittori ignari delle alterazioni climatiche in ogni area del mondo. Eppure, quando decidono di scrivere del cambiamento climatico, i romanzieri non optano quasi mai per la narrativa. Ne è un esempio l’opera di Arundhati Roy, che non è solo una delle prosatrici più sottili e raffinate del nostro tempo, ma anche un’attivista appassionata e informatissima dei cambiamenti climatici. Eppure in tutti i suoi scritti sull’argomento ricorre a forme non narrative. O prendiamo il caso ancora più sorprendente di Paul Kingsnorth, autore di un ammirato romanzo storico ambientato nell’Inghilterra dell’undicesimo secolo. Kingsnorth ha dedicato vari anni della sua vita alla militanza ambientalista, e sebbene abbia scritto un poderoso saggio sui movimenti di resistenza globale, non ha finora pubblicato un romanzo in cui il cambiamento climatico abbia un ruolo di primo piano.
Anch’io mi interesso da molto tempo del cambiamento climatico, tuttavia si può dire lo stesso del mio lavoro, dato che l’argomento compare solo marginalmente nei miei romanzi. Riflettendo sulla sfasatura fra i miei interessi e il contenuto delle opere che ho pubblicato, mi sono convinto che tale discrepanza non deriva da un’inclinazione personale, ma dalle peculiari forme di resistenza che il cambiamento climatico oppone alla cosiddetta letteratura seria.
Nel suo fondamentale saggio Il clima della storia, Dipesh Chakrabarty afferma che, in quest’epoca in cui “gli esseri umani sono diventati agenti geologici, modificando i più basilari processi fisici della terra”, gli storici saranno costretti a rivedere buona parte delle loro principali ipotesi. Vorrei spingermi oltre e aggiungere che l’Antropocene rappresenta una sfida non solo per le arti e le scienze umane, ma anche per il nostro modo abituale di vedere le cose, e per la cultura contemporanea in generale. Non c’è dubbio che tale sfida nasca dalla complessità del linguaggio tecnico che utilizziamo come lente primaria sul cambiamento climatico, ma deriva anche dalle pratiche e dai presupposti che guidano le arti e le scienze umane. Stabilire come avviene tutto ciò potrebbe essere la chiave per capire perché la cultura contemporanea trovi così difficile affrontare la questione del cambiamento climatico. A ben vedere, è forse il problema principale con cui deve vedersela la cultura nella sua accezione più ampia — inutile negare che la crisi climatica sia anche una crisi della cultura, e dell’immaginazione. La cultura induce desideri — di mezzi di trasporto, elettrodomestici, un certo tipo di giardini e case — che sono fra i principali motori dell’economia basata sui combustibili fossili. Una veloce decappottabile
non ci entusiasma perché amiamo il metallo e le cromature, né per un’astratta conoscenza della sua tecnologia, bensì perché evoca l’immagine di una strada che guizza in un paesaggio incontaminato; pensiamo alla libertà e al vento nei capelli; ci sembra di vedere James Dean e Peter Fonda che sfrecciano verso l’orizzonte; pensiamo a Jack Kerouac e a Vladimir Nabokov. Di fronte a una pubblicità che collega l’immagine di un’isola tropicale alla parola “paradiso”, si accende in noi una catena di desideri i cui primi anelli risalgono a Daniel Defoe e Jean-Jacques Rousseau. Quando vediamo un prato che è stato innaffiato con acqua desalinizzata, a Abu Dhabi, nella California meridionale o in qualche altro posto dove un tempo la gente si accontentava di usare con parsimonia la propria acqua per bagnare una singola vite o un arbusto, ci troviamo di fronte alla realizzazione di un sogno che potrebbe risalire ai romanzi di Jane Austen. I manufatti e le materie prime evocati da tali desideri esprimono e al tempo stesso nascondono la matrice culturale che li ha provocati. Tale cultura è intimamente legata alla più ampia storia dell’imperialismo e del capitalismo che hanno plasmato il mondo. Ma saperlo non significa conoscere davvero le specifiche modalità in cui tale matrice interagisce con le diverse forme di produzione culturale: poesia, arte, architettura, teatro, narrativa e così via. Nel corso della storia tali espressioni culturali hanno saputo affrontare la guerra, le catastrofi ambientali e molte altre crisi, perché dunque una così strenua resistenza ad affrontare il cambiamento climatico?
Da questa prospettiva, le questioni che oggi gli scrittori e gli artisti dovrebbero affrontare non riguardano solo gli aspetti politici dell’economia dei combustibili fossili, ma anche i nostri stili di vita e il modo in cui essi ci rendono complici degli occultamenti messi in atto dalla cultura in cui siamo immersi. Per esempio: se le tendenze contemporanee in architettura prediligono scintillanti grattacieli rivestiti di vetro e metallo, non dovremmo chiederci quali forme di desiderio vengono alimentate da simili edifici? Se io, come romanziere, decido di usare questo o quel marchio come elemento della descrizione di un personaggio, non dovrei chiedermi se e in quale misura ciò mi rende complice delle manipolazioni esercitate dal mercato? Nello stesso spirito, credo ci si debbano porre altre domande: che cosa nel cambiamento climatico fa sì che il solo menzionarlo comporti l’esclusione dai ranghi della letteratura seria?
In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità.
Amitav Ghosh è uno dei più grandi scrittori indiani.
Il suo ultimo libro, La grande cecità,  da cui è tratto questo testo, esce il 20 aprile per Neri Pozza. Il 19 maggio sarà al Salone del Libro di Torino con la lectio “ Ambiente e Letteratura”

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