“Com’è lontano Trump qui nel cuore del Libano sismografo delle guerre” un racconto di Paolo Rumiz

Un racconto di PAOLO RUMIZ
Schermata 2017-04-17 alle 19.27.00
“UFO ROBOT” NELLA CAPITALE LIBANESE La processione nella Domenica delle Palme a Beirut davanti ad un murale che riproduce il volto dell’eroe dei fumetti giapponesi Goldrake
AIN EL ARAB
LIBANO, frontiera siriana. Montagne pietrose, vento, capre, antichi mulini ad acqua. Poche case, voci di bimbi e canto di galli che danno la sveglia a un villaggio che sopravvive di piccolo contrabbando. Oltre il monte, a quindici chilometri, Damasco e la guerra.
SUL crinale, il check point dell’armata libanese. A Sud, il gigante innevato del Monte Hermon, controllato da Israele. A Ovest, uno spazio conteso da millenni, la verde valle della Bekaa, formicolante di profughi. Una polveriera etnica: in proporzione, è come se l’Italia si tenesse venti milioni di esiliati. Un’altra linea di faglia, un altro taccuino vagabondo da riempire.
In Libano la visione “sismica” del mondo semplifica le cose. Riduce a specchietti per le allodole i bambini uccisi, i rifugiati, le democrazie da esportare. Nell’occhio del ciclone, momentaneamente calmo tra le bombe americane su Damasco e gli attentati contro i cristiani d’Egitto, il rebus medio-orientale diventa un gioco trasparente, un gioco di placche continentali in collisione. L’Iran sciita che vuole affacciarsi sul Mediterraneo, Assad che lo lascia filtrare con l’appoggio della Russia di Putin, potenza claustrofobica assetata di mare. Il mondo arabo sunnita che vuole sbarrargli la strada d’accordo con Israele e la Turchia, a costo di dar respiro all’Isis. Trump che cerca guerre esterne per nascondere l’impotenza interna.
Note inquiete, come il pennino di un sismografo. Oltre il Jabal el Mazar, un mondo perso per sempre. Quando ho attraversato la Siria in viaggio per la Terra Santa, qualche anno prima della guerra, ho visto cristiane e musulmane a braccetto, bevuto birra liberamente nei bar, sentito litanie in chiese mai così brulicanti di fedeli come ad Aleppo, nel cuore di quello che Bush chiamava “Paese canaglia”. Per i cristiani, per i curdi o per gli armeni, la Siria era un paradiso rispetto alla Turchia di Erdogan. Ora è tutto finito. Padre Paolo Dall’Oglio scomparso, il suo monastero di Mar Musa irraggiungibile, il dolce canto mariano delle suore di Ma’Lula spento dal vento del deserto.
Ad Ain el Arab e altrove, qui in Libano, la campana della chiesa suona ancora, batte il mezzodì prima che parta il canto del muezzin. È una coabitazione che innesca domande doverose ma scomode. Ma a noi cittadini dell’Ue cosa serve il bombardamento americano su Damasco? Che ci azzecca un’azione militare unilaterale che riaccende la guerra fredda e finisce per dare respiro all’Isis, il peggior nemico dell’Europa? Cosa abbiamo in comune con chi ha appoggiato il raid a gran voce, vale a dire un uomo come Trump che criminalizza i profughi, una Theresa May che piccona l’Ue con Brexit, un Erdogan che ci ricatta, e gli sceicchi che finanziano l’estremismo wahabita in Europa e in Egitto?
Sui monti verso Israele il cielo si oscura. È un vortice di cicogne migranti sopra il castello crociato di Beaufort. Tre-quattrocento, in volo planato ad alta quota. Qui solo gli uccelli passano liberamente. La terra è blindata: chilometri di muro stile Berlino Est, reticolati e fili ad alta tensione. E’ la frontiera, pattugliata dall’Onu, che taglia la piana agricola libanese tra il villaggio cristiano di Marjaayoun e il suo dirimpettaio sciita di El Khiam. Da qui gli Hezbollah hanno sparato i loro razzi sulla Galilea. Ovunque i ritratti dei loro “martiri” e, sullo sbarramento in calcestruzzo, una frase eloquente: “Israele a mare”. Almeno, ne viene fatto il nome. Perché, sulle carte, lo stato non esiste. Trovi solo la parola “Palestina”.
Oltre i reticolati, una piana paradisiaca di frutteti. Israele, metafora dell’ordine di fronte al caos. È su questa barriera che ne avverti la paura territoriale, ma anche la dura alternativa. Meglio Al Qaeda che gli Hezbollah. Meglio gli arabi dell’Iran. E ti chiedi se non ci sia questa scelta, più che l’indignazione per i bambini uccisi da Assad, dietro l’attacco americano contro Damasco, troppo aperta agli sciiti. Quanto conta l’Europa in questo risiko? Quanto la sopravvivenza dei cristiani in Medio Oriente? Triste dover sperare in Putin perché la campana possa ancora suonare in queste terre del limite.
La costa è un altro mondo. La sera diventa un’immensa luminaria. Sotto le nevi rosa del Monte Libano che si spegne, città millenarie. Byblos, forse la prima “polis” della storia dell’umanità, ininterrottamente abitata da cinquemila anni. Beirut, in caotica rinascita, la Svizzera d’Oriente, puzzle di comunità col fiato sospeso nell’occhio del ciclone, aggrappata alla vita come sa fare solo chi teme di ricadere in qualsiasi momento nella guerra. Tiro, dove Giove camuffato da toro rapì un’orgogliosa principessa di nome Europa. È su questa costa, non a Bruxelles, che senti il mito e il destino di un continente. Ed è sulla “corniche” della Capitale, davanti alla distesa di Al Bahr el Abayd el Mutawasat, il Mar Bianco, come gli Arabi chiamano il Mediterraneo, che ti avvicini al bandolo della matassa.
Assad dittatore? «Concesso», mi fa un tedesco in un bar del quartiere cristiano di Beirut. Ma gli emiri, arricchiti dai nostri pieni di super, sono meglio? Dove si sente più a casa un europeo: a Teheran o a Ryad? «Personalmente non ho dubbi: in Iran, Paese indo- europeo con tremila anni di storia. Non in Arabia, alleata dell’America, dove si decapita in piazza e donne sepolte vive in veli neri acquistano telefonini tempestati di diamanti». Non so se è colpa dei bicchierini di arak, ma non riesco a ricordare scene di europei sgozzati da sciiti. Solo decapitazioni e attentati di estremisti sunniti nelle capitali europee. E non mi consta che gli emirati miliardari si siano presi in carico un solo rifugiato. Quelli ce li possiamo tenere noi.
Aamra, un piccolo campo profughi sotto le alture del Golan. Bimbi all’asilo in una tenda dell’Unicef, dove i volontari dell’ong italiana AVSI insegnano l’abc per combattere il destino di una generazione destinata all’analfabetismo. Donne dal foulard colorato al lavoro nei campi, un dollaro l’ora, come nei ghetti pugliesi.
La guerra si mostra per quello che è: un espediente per produrre gli schiavi necessari a un’economia di sfruttamento. Dal confine di Masnaa fino ai tornanti del Monte Libano, la strada Damasco-Beirut è un’infinita sequenza di botteghe e chioschi alimentati dall’espatrio dei miserabili.
E i siriani sono qui, imbottigliati da cinque anni. Prigionieri di una guerra interminabile, perché qui è impossibile vincere senza mettere quei fottuti “boots on the ground”. Aleppo l’hanno liberata gli Hezbollah, combattendo casa per casa, non gli americani e nemmeno i russi. La manovalanza armata ai poveri. Ai ricchi la guerra tecnologica, una vigliaccheria utile, perfetta per consumare elicotteri, missili e droni. All’infinito. Ma così della Siria non resterà più nulla. E poi si ricomincerà, come sempre, dalle donne.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È su questa costa, non a Bruxelles, che senti il mito e il destino di un continente Visto da qui, il rebus mediorientale diventa un gioco di placche continentali in collisione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...