La famiglia Morvillo lascia la Fondazione: “decisione presa già nel 2011” dichiara Alfredo Morvillo


Laura Anello per La Stampa di oggi 

Due anni fa, quando la salma di Falcone fu separata da quella della moglie di Francesca Morvillo per essere trasferita nel Pantheon dei siciliani illustri, lui evitò le polemiche ma annunciò amaramente che avrebbe portato Francesca in un altro cimitero, nella sepoltura di famiglia. “Che senso ha lasciarla sola, adesso che non ha più Giovanni accanto?”.   

Eppure Alfredo Morvillo, procuratore di Termini Imerese e appena designato alla guida della procura di Trapani, cognato del giudice, spiega adesso che non fu quello il momento in cui maturò la decisione di dividere la sua strada da quella di Maria Falcone, e di uscire clamorosamente – a un mese dal venticinquennale delle stragi – dalla Fondazione finora intestata ai due magistrati uccisi insieme a Capaci.  

“No, non è una reazione a quel gesto, che comunque certo non ho apprezzato. Il mio percorso è iniziato molto prima, il 23 maggio del 2011, quando durante la cerimonia di commemorazione all’aula bunker dell’Ucciardone ho chiesto di parlare e non mi è stato concesso. Dai discorsi dei relatori appariva che Falcone fosse stato un fautore della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, quando non era affatto così. Falcone era per la separazione delle funzioni, non per la separazione delle carriere. E non lo dico da fratello di Francesca, lo dico da magistrato che ha lavorato al suo fianco per tanto tempo. Ho pensato di uscire già allora, poi sono intervenuti alcuni colleghi e amici che mi hanno invitato a rifletterci su”. 

 

Non vorrebbe quasi raccontarlo, Morvillo, non ha voglia di fare polemica, lui che ha sempre scelto un profilo basso, da vicepresidente della Fondazione capitanata saldamente da Maria Falcone. “Quello è stato il punto di rottura – aggiunge – ma sono stati tanti gli episodi che mi hanno consolidato nell’idea. La Fondazione è nata per tenere in vita il ricordo di Giovanni Falcone e della moglie, che era andata a Roma per stare vicina a lui. Erano uniti in vita da un rapporto amoroso, sarebbe stato bello che restassero uniti nella memoria. Uniti nella vita e nella morte. Ma in tutti questi anni, nelle celebrazioni del 23 maggio, mia sorella non è mai stata ricordata, mai due minuti per lei durante una giornata che cominciava alle otto e mezza del mattino e si chiudeva di sera. Ho creduto in un primo momento che fosse una mia impressione, ma poi mi trovavo con la gente per strada che mi chiedeva: ma perché tua sorella non viene mai citata? Non metto in dubbio l’affetto professato da Maria Falcone nei suoi confronti, ma alle parole devono seguire i fatti. Che senso ha allora portare avanti una Fondazione che si chiama Giovanni e Francesca Morvillo? Che senso ha tenere in vita questo nome, se quando è il caso di pronunciarlo non lo si pronuncia, neanche per qualche secondo?”. 

 

E poi, a luglio del 2015, c’è stata la storia della tomba: Falcone portato nel Pantheon di San Domenico, la moglie lasciata sola nel cimitero di Sant’Orsola. I Borsellino dissero di no a un’analoga offerta per non separare il padre dalla madre. “Maria Falcone – dice Morvillo – scelse diversamente, nonostante fosse a conoscenza della scelta dei Borsellino. Tra le due esigenze, privilegiò quella di metterlo accanto agli eroi della patria piuttosto che lasciarlo accanto alla moglie. La Falcone me lo comunicò, a decisione avvenuta. Ne presi atto, non le dissi nulla”. E quello fu il punto di rottura di un rapporto nato dopo la strage di Capaci. “Prima, quando Giovanni e Francesca erano vivi, non c’era una frequentazione – aggiunge Morvillo – dopo il 23 maggio 1992 ci sono state le occasioni per incontrarci, è nata la Fondazione”. 

 

Fuori dalle attività della Fondazione, dice Morvillo, non mancano le iniziative dedicate alla sorella. “Quest’anno colleghi dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo hanno inserito una commemorazione di Francesca all’interno di una manifestazione in cui si ricorderanno Giovanni e gli agenti della scorta. Una scrittrice, Concetta Brancato, ha scritto un canto per lei”. 

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