Maria Cristina Carratù intervista Giorgio PECORINI “Ricostruzioni becere quelle di Walter Siti; l’amore di Lorenzo era senza secondi fini”

Non mi meraviglia che tra i più accesi difensori della figura di Lorenzo Milani, il maestro, e prete, di Barbiana, ci sia uno scrittore e giornalista ateo e miscredente: è la controprova di quanto sia stato bravo quel maestro a instillare nei ragazzi la libertà di pensiero, al di là del credo religioso; non per niente, il primo atto che fece Milani entrando in classe fu quello di saliresulla sedia per togliere il crocefisso dal muro, perché, come diceva lui, ognuno si il proprio dio se lo prega a casa….

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Giorgio Pecorini, classe 1924, giornalista e scrittore «ateo e miscredente»: è il destinatario della lettera citata da Walter Siti, l’amico a cui don Lorenzo spiegava, nel suo linguaggio carico di passione, cosa intendesse per “amore” per i ragazzi di Barbiana.
FIRENZE
È il destinatario della lettera citata da Walter Siti, l’amico a cui don Lorenzo spiegava, nel suo linguaggio carico di passione, cosa intendesse per “amore” per i ragazzi di Barbiana. E a lui, Giorgio Pecorini, classe 1924, giornalista e scrittore «ateo e miscredente», il senso delle parole dell’amico — conosciuto nel 1958 in occasione di una intervista per L’Europeo dopo l’uscita di Esperienze pastorali, e rimasto legato a lui «fino alla fine» — fu, e resta tutt’oggi, chiaro e inequivocabile. «Interpretarle come è stato fatto», dice, «è un’operazione che non sipuò perdonare».
Ha letto il romanzo di Siti?
«No, ma a quanto vedo si tratta di un libro che non ha il coraggio di presentarsi per quello che è, cioè pornografico».
Secondo l’autore, le parole usate da don Milani in quella lettera si prestano a una lettura ambigua.
«Solo se le si interpretano in modo strumentale, becero e stupido, prescindendo dal contesto e senza conoscere don Milani. Lorenzo rispondeva a una mia lettera, in cui riferivo dell’elogio che aveva fatto di lui, come maestro e come uomo di scuola, Giovanni Malagodi, allora segretario del Pli. Un laico e non credente che però, osservava Lorenzo nella lettera, doveva aver capito la lezione di Barbiana meglio di tanti preti».
Ma come interpretare una frase come “rischio… di amare troppo (cioè di portarmeli a letto)”, pronunciata in riferimento ai suoi ragazzi; oppure “chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in c…”; o ancora “La vita spirituale… consiste… nel tenere le mani a posto”?
«Come metafore, iperboli, che facevano parte del modo di parlare, libero e consapevolmente provocatorio, che utilizzava don Milani per scuotere le teste e le coscienze. Parole che richiamano il suo ben noto testamento spirituale, in cui confessa di aver voluto più bene ai suoi ragazzi che a Dio, ma confidando nel fatto che Dio avrebbe messo in conto a sé quell’amore. E legate al suo tipico modo di pensare l’amore, in polemica con le gerarchie ecclesiastiche che gli rimproveravano un amore “classista”: si possono amare, diceva, solo coloro con cui si sta in relazione, credere di poter amare tutti è un’imbecillità. Ma amare significa non avere secondi fini, “tenere le mani a posto” nel senso di non strumentalizzare chi si ama — ad esempio per convertirlo. E infatti non è un caso che nemmeno uno dei ragazzi di Barbiana sia diventato prete».

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