“Geografia delle emozioni” di Stefano Bartezzaghi

da Robinson, inserto di Repubblica oggi in edicola
Far finta di nulla non si può più. Non si può più pensare che a decidere le sorti del mondo e delle società umane sia il confronto fra la forza della ragione e la ragione della forza; o che, in qualsiasi campo, il successo arrida a chi, meglio degli altri, sa quel che vuole e sa come ottenerlo. Questa visione, diciamo così, scacchistica dei conflitti e delle interazioni non tiene conto di variabili enigmatiche e spesso decisive come, per esempio, la “paura di vincere” o la “forza della disperazione”. Oggi che una macchina può vincere qualsiasi partita di scacchi, sembriamo invece avere adottato proprio la sfera emotiva come inespugnabile presidio umano.
Da decenni, ormai, gli analisti politici segnalano come “paura”, “rabbia”, “disperazione”, “ orgoglio”, “ terrore”, “ risentimento” siano tra i vettori determinanti per i nostri comportamenti elettorali, come essi rendano quasi insondabili, perché “ irrazionali”, questi comportamenti e quindi finiscano per causare “ sorprese”, all’apertura delle urne. E “ sorpresa”, manco a dirlo, è il nome di un’altra emozione. La sfera emotiva, infatti, è capace pure di commentarsi: si vede che ha una sua propria razionalità. Questa è una delle molte conclusioni che si possono trarre dalla lettura dell’opera di Tiffany Watt Smith ( Atlante delle emozioni umane. 156 emozioni che hai provato, che non sai di aver provato, che non proverai mai; traduzione italiana, brillante e per nulla facile, di Violetta Bellocchio).
Studiosa di filosofia e di teatro, Watt Smith ha mobilitato una quantità di fonti letterarie e disciplinari per provare a capire, per dirne una, se il fatto che gli indios machiguenga del Perù non abbiano una parola che renda il significato di “ preoccupazione” vuol dire che in quella società non ci si preoccupa; o, per dirne un’altra, se c’è una ragione particolare per cui da un certo momento in poi ( debolmente con Truman; decisamente con Reagan) i ritratti ufficiali dei presidenti Usa hanno cominciato a essere sorridenti.
Il libro è organizzato come un vocabolario (alfabeticamente e con rimandi), però si chiama “ atlante”. L’allusione geografica è pertinente perché una delle sue attrattive è proprio quella di stanare emozioni esotiche, innominate nella nostra cultura: la malinconia inerte che prende quando un ospite gradito parte ( awumbuk, fra i baining della Papua Nuova Guinea); la mescolanza di rassegnazione collettiva e speranza di un cambiamento che sembra “una parte profonda
della psiche coreana” ( han); l’eccitazione esuberante in cui ci si sente trasportati come da un vento ( hwyl, in gallese).
È probabile che la regione a cui l’autrice si sente di appartenere sia quella della “ curiosità”. La voce relativa dell’Atlante mette in luce anche gli aspetti più pericolosi della curiosità, e viene integrata dalla voce “curiosità morbosa”. Ma interpretata come “desiderio di conoscere”, la curiosità ha tante virtù, compresa quella ( a sua volta “ curiosa”) di trasmettersi ai suoi stessi oggetti. Noi diciamo che è “ curioso” sia chi vuole conoscere, sia ciò che stimola la propria conoscenza. È dunque giusto dire che l’Atlante è un libro “curioso”, che le emozioni che elenca sono “ curiose” e che, a giudicare dal proliferare di libri e studi sullo stesso argomento, delle nostre emozioni siamo tutti curiosissimi. Nello stesso tempo si farebbe però un torto all’Atlante se lo si mettesse sullo stesso piano di dizionari di curiosità interlinguistiche (come il Senso del tingo di Adam Jacot de Boinod, che registravano parole come il giapponese mukamuka, che significherebbe “essere arrabbiati sino a vomitare”) o di vera e propria fantalinguistica, come il Dictionary of Obscure Sorrows di John Koenig, sito e prossimamente libro di invenzioni linguistiche per nominare dispiaceri complessi (come lo unism, che corrisponde alla frustrazione di avere un solo corpo e poter quindi essere in un solo luogo del mondo alla volta).
Per ricchezza di documentazione e finezza di approfondimento, l’Atlante di Watt Smith è molto più che un libro di curiosità lessicali. Oltre alla geografia, ci mostra come le emozioni abbiano una storia: basti pensare a come la psicofarmacologia abbia cambiato il concetto di “calma” o di “tristezza”; o a come la letteratura abbia impiegato emozioni (lo spleen di Baudelaire, l’ansia di Auden, la paranoia di Pynchon) per caratterizzare un’epoca. E non solo hanno una storia; sono esse stesse storie, come lascia sospettare il nome “ emozioni” che già da solo evoca l’idea di movimento e trasformazione. Lo ha scoperto la semiotica di Algirdas J. Greimas, quando ha integrato alla teoria dell’azione narrativa una teoria delle passioni. Quella che chiamiamo “gelosia”, per esempio, è un’intera sceneggiatura, in cui due soggetti si relazionano l’uno con l’altro, proiettano ognuno il fantasma dell’altro, stabiliscono legami, immaginano o sospettano l’intervento di un terzo… Ogni emozione è una categoria di storie (costituita e denominata da una data cultura) in cui riversare la propria esperienza personale ( o, meglio, il nostro modo individuale di raccontarcela).
È proprio questa la conclusione che ha tratto la filosofa Martha Nussbaum dalla storia dolorosa che ha raccontato nel suo L’intelligenza delle emozioni ( il Mulino). In trasferta a Dublino per una conferenza sulla natura delle emozioni, seppe che sua madre era stata ricoverata d’urgenza negli Stati Uniti. Non le era possibile tornare sino al giorno dopo, quindi tenne lo stesso la sua conferenza, in uno stato emotivo dominato dal senso di inumanità della situazione. Mentre parlava di emozioni al pubblico, continuava a ripetersi: « Non dovrei essere in grado di farlo». Eppure lo fece, così come, sull’aereo che l’avrebbe purtroppo riportata troppo tardi da sua madre, scrisse una seconda conferenza. In questa sostenne che ad avere la giusta ( perché misericordiosa) posizione nei confronti delle emozioni è lo scrittore, che sa che i comportamenti umani sono il risultato della combinazione fra gli sforzi individuali e gli ostacoli che incontrano.
Chiedere alla letteratura storie che “emozionino” è pretendere poco. La letteratura sa emozionarci, ma lo sanno fare anche lo sport, le foto di gattini sui social, il luna park. Specialità esclusiva, che la letteratura condivide solo con le altre forme narrative, è la capacità di trarre, dalle nostre stesse emozioni, dai dispiaceri e i sollievi di cui non conosciamo neppure il nome, le storie che vi sono incorporate. ?
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