“Vite partigiane” di Melania Mazzucco

da Robinson inserto di Repubblica oggi in edicola
Chi non ha memoria non ha futuro. Così diceva Carla Dappiani, intervistata alla presentazione del film di Daniele Segre Nome di battaglia: donna (2015), di cui, insieme ad altre partigiane piemontesi, era protagonista. Con lapidaria efficacia, riassumeva il senso di quell’opera: ma anche delle altre, realizzate negli ultimi anni da cineasti e film-maker di diversa formazione, genere e provenienza (penso a Bandite di Alessia Proietti e Giuditta Pellegrini, 2009, e a Tutto il bene avevamo nel cuore di Giuseppe Rolli, 2016). Ma non solo: in questo primo scorcio del ventunesimo secolo non si contano le memorie, le biografie, le microstorie, le antologie, i romanzi, gli spettacoli teatrali che hanno per tema la Resistenza. Anzi, le Resistenze. Sembra l’irresistibile ritorno di un fantasma perturbante. Dopo la fioritura del periodo postbellico, culminata col documentario di Liliana Cavani La donna nella Resistenza (1965) e col Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (1968), l’argomento infatti era stato relegato a materia di studio storico, e di veemente scontro politico e ideologico. L’ultimo degli scrittori partigiani, Giulio Questi — coetaneo di Meneghello, Calvino, Revelli — intuendo la dissonanza della propria voce dalla vulgata resistenziale ormai dominante, aveva preferito lasciare nel cassetto i suoi racconti, Uomini e comandanti, apparsi solo nel 2014 (ma il singolare slittamento cronologico li ha invecchiati come un vino prezioso, permettendo ai lettori di apprezzarne il tono ironico e feroce, la durezza scabra e antiretorica).
Nonostante le nuove prospettive di ricerca, inaugurate dal volume capitale di Claudio Pavone, Una guerra civile (1991), le lacerazioni non si sono sanate, ma anzi, approfondite: da una parte un revisionismo sempre più aggressivo, dall’altra un revival affatto nostalgico ( penso agliAppunti partigiani, le canzoni militanti riproposte dai Modena City Ramblers nel 2005). Intanto tornavano nelle sale e sugli scaffali delle librerie film coi partigiani ( I piccoli maestri di Daniele Luchetti, 1998) e libri sui partigiani. Partigiani inediti, scomodi, dimenticati o rimossi. Partigiani di pelle nera, come Giorgio Marincola, al centro di Razza partigiana di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio; partigiani assassini, come nei libri di Giampaolo Pansa, Sergio Luzzatto e Mirella Serri — i quali, pur dissimili nelle intenzioni, nel metodo e nella forma, hanno suscitato violente polemiche e settari rifiuti, dimostrando che il ciclo delle vendette non si è ancora interrotto.
Però fra le Resistenze ritrovate oggi predomina quella delle donne. Perché infine, come auspicava Ada Gobetti, anche “la resistenza taciuta” — questo il titolo del primo studio storico di Rachele Farina e Anna Maria Bruzzone, apparso nel 1976 (il sottotitolo esplicitava: dodici vite di partigiane) — è divenuta una resistenza raccontata. Ma come? E soprattutto: a chi?
In qualche modo, si sta componendo un’opera collettiva, una fotografia di gruppo con messa a fuoco selettiva. Si tratta di recuperare storie, con pazienza, raccontare vite colpevolmente cancellate, far ascoltare, finché ancora possibile, le voci delle protagoniste: donne qualsiasi che divennero eroine loro malgrado, perché fecero una scelta. Prendo a esempio due libri diversissimi: Scenari di guerra, parole di donne di Patrizia Gabrielli ( 2007), che raccoglie le voci di dozzine di donne toscane tratte dalle scritture custodite presso l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, e Gabriella Degli Esposti mia madre di Savina Reverberi ( 2017), biografia della partigiana emiliana torturata e fucilata dalle SS nel 1944. E lo spettacolo teatrale di Susanna Gabos, Ora veglia, il silenzio e la neve (2010), sulle giovani partigiane trentine Ancilla “ Ora” Marighetto e Clorinda Menguzzato. Ritratti concreti, disadorni ed efficaci come scatti di figure non in posa.
Quanto ai destinatari, le partigiane non hanno dubbi. I ragazzi italiani, interrogati recentemente su cosa si festeggiasse il 25 aprile, per lo più non hanno saputo rispondere. Tina Anselmi e Marisa Ombra si rivolgono perciò alle giovanissime: una nipotina immaginaria di undici anni la prima, nella sua intervista pedagogica, Zia, cos’è la Resistenza?
( 2003); una quattordicenne la seconda, nel suo libro di ricordi Libere sempre: una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi ( 2012). Le decane passano idealmente alle nipoti il testimone della libertà e della memoria.
Ma anche del racconto. Perché forse solo chi racconta un tempo che non è stato il suo può decifrare la filigrana dei fatti, andare oltre la burocrazia dei torti e delle colpe. Le nipoti, e i nipoti, non sono solo il pubblico di queste storie. Ne sono ormai gli autori. L’ultima è Rossella Schillaci, ideatrice e regista di Libere, una sinfonia di immagini e voci che racconta il movimento di resistenza delle donne. Un film di repertorio, un montaggio di fotografie, manifesti, volantini, filmati e registrazioni audio tratti dagli Archivi nazionali della Resistenza. Leitmotiv: mani femminili che estraggono bobine e nastri da scatole ingiallite, che sfogliano faldoni e schedari, per scoprire, tra migliaia di reperti muti, volti e corpi di donne. Fotografate coi loro compagni nelle malghe di montagna, sui sentieri sassosi, nella pianura con l’immancabile bicicletta accanto, nelle fabbriche e nelle code per il pane. Presenti sempre, eppure per tanto tempo invisibili. Le voci, lucide e orgogliose ( ma anonime purtroppo, perché il film non ha didascalie), rivendicano le ragioni della scelta di resistere, e l’importanza del loro ruolo. Le partigiane sono rimaste nella memoria al più in quello subalterno e vagamente romantico di “ staffette”. Eravamo ufficiali di complemento, spiega invece una di loro: portavamo ordini, sceglievamo gli itinerari per le bande, aprivamo la strada al loro ingresso nei borghi, trasportavamo esplosivo al plastico, quando nessuno sapeva neppure cosa fosse. E alcune avevano il fucile, e sapevano combattere. Nel racconto “ postumo”, la Resistenza si rivela soprattutto come un impetuoso movimento di emancipazione, che anticipò il femminismo. Ragazze spesso giovanissime — operaie, studentesse, sorelle di soldati — ma anche mogli e madri, si ribellarono al soffocante modello femminile imposto nel Ventennio, scoprendo nella Resistenza un’occasione di riscatto e libertà. Settantamila donne secondo l’Anpi parteciparono ai Gruppi di Difesa, trentacinquemila le combattenti. Un esercito neanche tanto piccolo — di cui però l’Italia libera ebbe poi paura. Diede loro il voto, ma poca rappresentanza, tolse loro il lavoro al ritorno degli uomini dalla guerra e dalla prigionia, le ricacciò nei ruoli prestabiliti e le dimenticò. Nessuna delle quasi tremila giustiziate o uccise in combattimento è divenuta un’icona. I nomi di Cleonice Tomassetti, Iris Versari, Irma Bandiera, solo per citarne qualcuna, evocano un sussulto solo agli specialisti.
Per questo, raccontare si deve. Per nuovi occhi, con nuovi occhi. Registi, scrittori, teatranti, storici, cantanti, lo stanno facendo. Insieme, divisi, ma mossi dalla stessa esigenza. Perché, come scriveva Massimo Zamboni in L’eco di uno sparo (2015), il teso memoir sul nonno fascista assassinato nel 1944 da un partigiano, poi a sua volta ucciso da un ex gappista, “tocca ai nipoti raccontare, sottraendo ai genitori un compito che non avrebbero potuto svolgere con giustezza; tocca a noi questo scegliere o tralasciare, sapendo che ogni parola nostra o azione avvicinerà la pace o il male che devono arrivare”.

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