“Letteratura è regalare la voce alle anime ferite” di SVETLANA ALEKSIEVIC

La grande scrittrice racconta a “Repubblica” la sua poetica tra storie vere, memoria e pathos
Se mi avessero chiesto a cosa pensavo più spesso, avrei risposto: alla libertà. In carcere, in un lager l’uomo pensa soprattutto alla libertà, ma ciò non significa che egli sappia cosa sia, la libertà. Agli idealisti la libertà non riesce mai. Perché? La risposta l’ho cercata nella vita vissuta, ovvero per le strade:
nei discorsi, nelle grida, nel pianto. Là essa era autentica, non ancora raffinata dal pensiero o dal talento di qualcuno.
Probabilmente è una cosa che imparai da bambina. La casa dei miei genitori, insegnanti di campagna, era sempre stracolma di libri. Ma di sera dai libri venivo trascinata fuori, dove le donne del villaggio si riunivano a conversare. Erano gli anni del Dopoguerra e nel villaggio, ricordo, vivevano soltanto donne. I loro mariti non erano mai tornati dalla guerra. Di sera, dopo aver munto le vacche e fatto i lavori di casa, le donne sedevano sulle panche e parlavano della vita e della morte — ricordavano la guerra: come avessero visto partire i propri uomini per la guerra, come li avessero aspettati. Come avessero creduto alle zingare che promettevano loro un miracolo. I loro racconti mi colpivano più dei libri. La vita appariva misteriosa e strana.
A lungo ho cercato un genere letterario che corrispondesse al mio modo di vedere il mondo. Che fosse organizzato come il mio sguardo, il mio orecchio. La mia memoria.
E ho scelto quello delle voci degli uomini. Nei miei libri l’uomo ordinario parla in prima persona di se stesso. I miei libri li osservo, li ascolto per le strade, dietro alle finestre. A volte posso stare seduta tutto il giorno con la stessa persona. Per me è importante cogliere la parola al volo, sul nascere. Senza lasciarmi sfuggire quella parte discorsiva della vita che trattiamo con noncuranza e distrazione, e che poi scompare nella frenesia del quotidiano, nell’oscurità del tempo. Che tutto ciò possa diventare letteratura può sembrare singolare. Ma io vorrei che tutto quello che costituisce la nostra vita diventasse letteratura. Anche le parole del quotidiano.
Per più di trent’anni sono andata scrivendo questa mia cronaca di un’utopia. L’utopia dell’impero “rosso”. Cioè dell’inaudito progetto comunista di uno spazio smisurato, nel quale vivevano più di duecento milioni di individui. I bolscevichi russi si sforzarono di trasformare l’uomo, il decrepito Adamo, in un tipo umano particolare: l’homo sovieticus. L’uomo “rosso”, del quale scrivo, è l’uomo dell’ideale sovietico. Il costruttore del comunismo, come egli stesso si definiva. Questa cronaca si compone di cinque libri e allo stesso tempo è come un solo volume sulla storia, durata quasi cento anni, dell’anima russo-sovietica. Una decina di generazioni. Ho fatto in tempo a incontrare uomini che avevano visto Lenin e Stalin, che erano stati internati nei lager staliniani e nondimeno in Stalin continuavano ad avere fede, che davano un’enorme importanza alla propria tessera del partito, al libretto rosso col profilo della grande guida. Ricordo un’anziana comunista, che aveva scontato per intero — diciassette anni — la propria condanna da qualche parte nella Siberia occidentale, che era sopravvissuta per miracolo e per me era come se fosse tornata dalla morte, vantarsi di aver sporto denuncia presso il Kgb perché stavo diffamando la grande guida e quel glorioso periodo. La fede comunista era la loro religione.
Ho passato gran parte della mia vita, di questa vita, tra questi uomini. Uguale a loro era mio padre, che fino alla fine credette nel partito e chiese che la sua tessera fosse sepolta con lui. L’ultima generazione mortalmente infettata dal comunismo. Stregata da un’utopia.
Noi stessi, i loro figli, non riusciamo a capirli. I protagonisti dei miei ultimi libri sono già diversi… Il fu uomo sovietico è sopravvissuto nel mondo nuovo per vent’anni e ora vuole un’altra volta costruire un impero. È pronto a far guerra al mondo intero. Ritorna la stessa domanda: perché ha rinunciato alla libertà? Come mai non gli è necessaria?
Mi interessava il socialismo domestico, non quello eroico, pomposo, ma quello che vive nell’animo umano. Voglio ricondurre ciò che è grande alle dimensioni dell’uomo. Sono una storica dell’anima. Per me anche il sentimento è un documento. Studio la storia scomparsa, quella spesso trascurata dalla Storia, dalla Storia che è arrogante e incurante di ciò che è piccolo, di ciò che è umano. Nei miei libri è un coro che parla, ma si può sempre distinguere quella singola voce umana. L’uomo per me esiste in due mondi contemporaneamente — nel tempo concreto e nel cosmo. Ogni libro mi impiega dai 5 ai 7 anni, intervisto tra le 500 e le 700 persone — di età diverse, di professioni diverse, perché una donna mitragliere conosce una guerra, ma un’aviatrice ne conosce un’altra, e per tutta la durata della guerra potrebbe non aver visto nemmeno un morto, ma solo il cielo e il lampeggiare dei fuochi. Ma la donna mitragliere racconta di combattimenti corpo a corpo, a mani nude, quando un uomo non è più un uomo ma un animale che vuole sopravvivere. Affonda, colpisce — agli occhi, al cuore, al ventre…
Compongo i miei libri a partire da una miriade di dettagli e sfumature. Succedeva che dopo un giorno intero di racconti non restasse che un’unica frase. Ma che frase! «Ero così piccola quando sono andata al fronte che sono diventata perfino più grande della guerra». Oppure passo quattro ore con una donna, che durante la guerra ha servito nell’artiglieria, e ascolto solo un mucchio di banalità: «Scoppiò la guerra. E noi, ragazze sovietiche, partimmo per il fronte insieme agli uomini. Così ci aveva allevate la Patria». Allora voglio andarmene, non ho speranza di riuscire a farmi strada attraverso questa densa propaganda di cemento. È un canone maschile. Molto spesso le mie interlocutrici volevano parlare come uomini. Ma io ero alla ricerca del pensiero, dei dettagli, degli odori che rendono la guerra delle donne diversa da quella degli uomini.
Ed ecco che, quando sono ormai nell’ingresso che mi rivesto, la donna dice: «Siediti. Ti racconto… Non potrai mai capire quanto è strano morire all’alba. Gli uccelli cantano, c’è silenzio, ma di lì a pochi minuti si sentirà l’ordine: “Fuoco!”. E l’erba è così fresca, l’aria così limpida. Eppure bisogna morire». Ecco: è qui che si trova la letteratura. E poi, ormai alla fine del racconto, rammenta: «Dopo ogni combattimento vagavamo per il campo a cercare i superstiti. Giacevano sul grano calpestato e bruciato, sparpagliati come patate, e guardavano il cielo — i tedeschi così come i nostri. Tutti giovani, tutti bravi ragazzi. E dispiaceva per gli uni e per gli altri». Il mio scopo non è mai stato di allestire una raccolta di orrori, sconvolgere il lettore: io raccolgo l’uomo. È la domanda di Dostoevskij: «Quanto uomo c’è nell’uomo?». Come proteggere quest’uomo nell’uomo? Io cerco la risposta a questa domanda. Raccolgo lo spirito umano. Direte: ma è una cosa effimera, volatile. Eppure è questo che l’arte si sforza di fare. A ogni epoca la propria risposta…
© Svetlana Aleksievic Traduzione di Paolo Maria Bonora
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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