E’ morto Pirsig, l’easy rider che fece salire la filosofia sulle due ruote di MORENO MONTANARI

Il personaggio
L’autore del libro cult “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” è morto negli Stati Uniti a 88 anni
Difficile, anche se a una prima occhiata tra gli scaffali non lo troviamo, che non sia nella nostra biblioteca. Nascosto secondo chissà quale classificazione o forse prestato ad amici nei quali abbiamo colto una qualche venatura filosofica, l’inquieta ricerca di qualcosa alla quale non sappiamo dare un nome ma che sentiamo essenziale e scorgiamo come fondo unico di tutte le cose. Il “senso” si dice di solito, la “qualità” rispose invece Robert Maynard Pirsig, nato a Minneapolis e morto nel Maine, a ottantotto anni. Il suo nome è inscindibilmente legato a un solo libro: “Lo Zen e l’arte della manutenzione della
motocicletta”, un romanzo autobiografico destinato a fare epoca, che ha spinto alcuni ad avvicinarsi alle filosofie orientali, altri a comprarsi una moto per non essere più un osservatore passivo del paesaggio che si scorge dal treno o dall’auto, ma far parte della scena, e sperimentare una sensazione di presenza travolgente. Due strade solo apparentemente diverse caratterizzate dalla stessa esigenza, cambiare punto di vista per «percepire le cose e meditarci sopra». Il libro, pubblicato nel ‘74 (nell’81 in Italia da Adelphi), fu un successo mondiale destinato a fare epoca e a divenire il paradigma di una serie fortunata, dal punto di vista editoriale, di titoli che di lì a poco si sarebbero moltiplicati seguendo la stessa traccia lo zen e… L’ultimo libro on the road, un particolarissimo romanzo di formazione, uno dei primi tentativi di filosofia comparativa tra il pensiero greco e quello taoista, il buddhismo e la fisica quantistica, il pensiero classico e quello romantico, la razionalità analitica e la comprensione per improvvisi insight. Temi fatti abilmente emergere da riflessioni legate a vicende di tutti i giorni come lo scontro con la lettura di un qualsiasi libretto di istruzioni, il confronto con le nostre contraddizioni, con i fantasmi e le Ombre della nostra psiche, la relazione con chi sta davvero a cuore, la ricerca di gesti e parole autentiche.
Pirsig lo definì “un libro portatore di cultura”, di quelli che mettono in discussione i valori comunemente accettati, “l’ipnosi collettiva che chiamiamo realtà”. William Morrow, il primo editore che dopo 121 risposte negative accettò di pubblicarlo, gli scrisse che il libro lo costringeva a chiedersi perché faceva il suo lavoro. Ed è in fondo lo stesso effetto che suscita nel lettore: lo costringe a chiedersi perché fa ciò che fa, cosa cerca davvero, qual è la sua vocazione umana. Un viaggio in moto, dal Minnesota al Pacifico, con il figlio adolescente e una coppia di amici, si rivelerà poco a poco un percorso iniziatico, che metterà il padre a confronto con il figlio e con i fantasmi del proprio passato quando, insegnante di retorica, rischiò di impazzire nella ricerca ossessiva di una risposta alla domanda: «Che cos’è la qualità? ». Una domanda innescata da uno scambio apparentemente insignificante con una giovane collega che gli disse: «Spero che ai suoi studenti insegni la qualità». Come Sant’Agostino rispetto al tempo, il protagonista del libro sembra dirsi: «Che cos’è la qualità? Se non me lo chiedi lo so; ma se me lo chiedi non lo so più». Per rispondere a questa domanda divenuta ossessiva, Pirsig spinge se stesso fino a terre lontanissime in cui il suo alter ego Fedro (in omaggio al dialogo platonico) rischia di schiantarsi, come avvenne allo stesso autore, in una crisi psichica combattuta con l’elettroshock. Fedro si allontana sempre più: spazia tra il concetto greco di aretè, virtù inteso non come adeguamento a una norma etica ma come piena fioritura delle proprie potenzialità e spinta all’eccellenza, il concetto taoista di tè, la forza immanente che invita ogni cosa a seguire il corso del Tao e a divenire ciò che è, in armonia con il mondo, e quello buddhista di dharma, la responsabilità verso se stessi nella realizzazione della propria buddità, delineando quella che in Lila, secondo e meno fortunato romanzo, chiamerà “una metafisica della qualità”.
La qualità, spiega Pirsig, «non è una sostanza e nemmeno un metodo», nessuno sa davvero dire che cosa sia («il Tao di cui si può parlare non è il tao», sentenzia la prima strofa del Tao te ching) ma chiunque sa riconoscerla, con la coda dell’occhio, quando c’è. «Non è una cosa ma un evento», fa «diminuire la soggettività », «implica il rispetto per la totalità e l’unicità della vita, e di conseguenza il rifiuto di ogni specializzazione», vera patologia del nostro tempo. È «la struttura che connette ogni cosa », direbbe Gregory Bateson: gli ingranaggi della motocicletta con Platone, Aristotele, Buddha, Lao-Tzu; Hume con Kant, ma an- che padre e figlio in viaggio, l’uomo e la sua Ombra, la trama del romanzo e quella della nostra personale vicenda biografica, a cavallo di una moto che, avverte Pirsig, «si chiama voi stessi».
È questa la manutenzione alla quale il libro c’invita: un sapere maieutico che vuole emancipare da figure tutoriali e chiama alla luce sapienze e abilità dormienti che non sapevamo di avere.
Il libro si conclude con una postfazione nella quale ci viene detto che Chris, il figlio coprotagonista del romanzo, è stato ucciso a coltellate non ancora ventitreenne in tentativo di rapina a San Francisco. Le considerazioni di Pirsig sono un breve saggio del suo pensiero: «Il disegno era più vasto di Chris e di me, e ci legava con rapporti che noi non padroneggiavamo né capivamo fino in fondo. Ora il corpo di Chris, che era parte di quel disegno più ampio, non c’era più. Ma il disegno restava. Al centro c’era un grande strappo, un buco, ed era di lì che veniva tutto il dolore».
IL LIBRO
Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, il capolavoro di Robert Pirsig, è stato pubblicato da Adelphi ( trad. di Delfina Vezzoli, pagg. 402, euro 12)

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