“Ritorno in Cile, nel paese che stenta a dimenticare Pinochet” di ROBERTO TOSCANO  

SANTIAGO DEL CILE
I ritorni, soprattutto se a distanza di quasi mezzo secolo, sono rischiosi. Difficile liberarsi dai ricordi ed evitare di proiettare le immagini del passato su un presente profondamente trasformato. Allende, il colpo di Stato, Pinochet: nomi e avvenimenti da libri di storia, come la guerra in Vietnam o la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Ma non è del tutto vero, nel senso che qualcosa di quel passato rimane.
Visito a Santiago il Museo della Memoria, un forte richiamo a non confondere con l’oblio la necessaria pacificazione del paese e la decisione di evitare a ogni costo la rottura violenta delle istituzioni. Riascoltare l’ultimo discorso di Allende, diffuso dall’ultima stazione radio non occupata dai golpisti quando il palazzo della Moneda stava per essere bombardato dai cacciabombardieri, è sempre una forte emozione.
PERSONALMENTE è molto emotivo trovare nelle sale del museo la documentazione dell’esperienza dell’Ambasciata d’Italia, che allora diede rifugio a centinaia di cileni perseguitati. Per il giovane diplomatico che ero allora, un’esperienza straordinaria, e soprattutto fondamentale per la scoperta che professionalità e etica non possono essere disgiunte, e che comunque e ovunque aiutare le vittime della repressione è una cosa giusta. Senza eroismi, senza protagonismi. La banalità del bene, come è stato scritto parlando di altri luoghi e tragedie umane. Ma soprattutto il passato del Cile è ancora vivo, anche se sotto traccia, in quello che il Cile è oggi. Quel trauma dell’11 settembre 1973 ha fissato limiti, creato strutture socio-economiche difficilmente modificabili anche dopo la fine della dittatura. Un condizionamento subito evidente che si aggiunge all’altro potente e universale condizionamento, quello di una globalizzazione che pretende di fissare parametri invalicabili e di squalificare qualsiasi possibile alternativa ai modelli oggi prevalenti.

«Non siamo più un’isola». Chi me lo dice è un cileno di classe medio-bassa, aperto al cambiamento e alla modernità ma molto critico di come vanno le cose qui. Aggiunge: «Purtroppo abbiamo copiato soprattutto gli aspetti negativi piuttosto che quelli positivi ». È vero che oggi il Cile è un paese con un’economia articolata e con punte di successo, che ha una struttura pubblica e un livello amministrativo molto più avanzati di quella della maggioranza dei paesi latino- americani, che appare molto più stabile della confinante Argentina e che – sia per le sue tradizioni più antiche che per il recente trauma degli anni della dittatura – può contare sull’adesione alla democrazia da parte della stragrande maggioranza dei cittadini.

Eppure il Cile sta attraversando una fase di diffuso scontento e di incertezza politica, che solleva interrogativi su quello che potrà essere il risultato delle presidenziali del 19 novembre, con possibile secondo turno il 16 dicembre. Inserito com’è nella globalizzazione, ne condivide tutti i problemi e le contraddizioni, e anzi li vede ulteriormente aggravati da alcune caratteristiche storico-sociali che sono invece piuttosto peculiari. In Cile lo scontento per il neoliberismo imperante nel mondo globalizzato è più profondo. La disuguaglianza qui è più marcata che altrove: si combina quella prodotta dalla ripartizione squilibrata della crescita con quella tradizionale legata a una situazione di classe contraddistinta da antiche stratificazioni. Se in Europa il welfare è sottoposto a un ridimensionamento generalizzato, in Cile i tagli incidono su livelli già inadeguati rispetto alle esigenze di un paese che ha ancora enormi sacche di povertà e arretratezza.
Ma in Cile sarebbe impossibile cercare di spiegare la situazione economica senza affrontare la stessa storia del paese. Il paradosso è che la libertà economica che caratterizza il neoliberismo è figlia della dittatura, che non solo ha eliminato per poco meno di un ventennio il pluralismo politico mettendo brutalmente fuori gioco sinistra e sindacati, ma ha applicato in Cile, come solo poteva essere fatto in presenza di un potere assoluto, le formule neoliberiste (quelle degli economisti che allora si chiamavano i “Chicago boys”) in modo estremo, con privatizzazione integrale non solo della produzione, ma anche di istruzione, sanità, sistema pensionistico. Dal 1973 il Cile è stato in questo senso il precursore, ma forse sarebbe più corretto dire la cavia, di formule economiche che si sono poi imposte un po’ ovunque nel mondo.
I risultati non sono certo mancati sotto il profilo dei sostenuti tassi di crescita (oggi peraltro scesi al solo 2 per cento annuo) e della modernizzazione, ma il costo sociale è stato – ed è – estremamente alto. Il ritorno della democrazia dagli anni ’90 è stato politicamente autentico, con il ripristino di pluralismo e libertà di opinione, ma i democratici che si sono succeduti al vertice del paese, in particolare i Presidenti Lagos e Bachelet, hanno operato sotto il pesante condizionamento di un sistema economico difficilmente modificabile. La sinistra moderata, quella che ha costituito l’asse portante della ricostruzione politica del periodo post-Pinochet, è stata – come ha osservato in questi giorni un commentatore – “amichevole nei confronti della modernizzazione capitalista”. In parte lo ha fatto per convinzione, ritenendo che la tragica fine dell’esperienza del governo di Salvador Allende fosse anche dovuta a un insostenibile massimalismo in campo economico, ma in parte perché si è trovata di fronte a strutture difficilmente modificabili senza rischiare pericolosi squilibri non solo economici.
Anche per questo, oggi la sinistra moderata è in crisi profonda. Bachelet è stata indebolita non solo dalla frustrazione per gli irrisolti problemi del paese, ma soprattutto in relazione a uno scandalo in cui è risultato coinvolto un figlio: nessuno l’accusa di essere corrotta, ma sì di avere appoggiato e coperto il figlio in un caso di “familismo amorale”. Ricardo Lagos, che pure continua a riscuotere la stima di gran parte dei cileni, è visto come ormai superato di fronte all’entità delle sfide che deve affrontare il Paese, tanto è vero che il Partito Socialista gli ha preferito come candidato Alejandro Guillier, un indipendente che, pur essendo un progressista moderato, riscuote maggiore appoggio tra i giovani. Lagos si è ritirato dalla corsa per la presidenza. A questo punto a essere in dubbio è la stessa tenuta dell’alleanza di centrosinistra che ha caratterizzato, con la Concertación, il lungo periodo di consolidamento della democrazia politica dopo la fine della dittatura. Lo fa dubitare soprattutto il fatto che una componente essenziale di questo schieramento (che oggi si chiama Nueva Mayoría), la Democrazia Cristiana, si stia esplicitamente interrogando sulla possibilità di continuare quell’esperienza dopo che Lagos, che considerava intrelocutore affidabile, è stato sostituito da un personaggio che ritiene troppo aperto a istanze più di sinistra e populiste.
Ma vi è qualcosa di più significativo che fa dubitare della possibilità che la Nueva Mayoría possa risultare vincente quale che sia il candidato. Anche in Cile la crisi della socialdemocrazia non crea spazi per partiti marxisti tradizionali, ormai passati alla storia: il Pc è stimato al 5%, il Partito Socialista è in crisi profonda. Esiste invece uno spazio di contestazione – genericamente anche se spesso impropriamente definito “populista” – la cui esistenza si spiega, per citare un altro commento che leggo sulla stampa locale – con questa diagnosi: «In Cile i membri dell’élite hanno acquistato un’influenza enorme spesso usata a beneficio personale, mentre la gente comune ha preso le distanze, delusa e irritata». A differenza dalla Spagna, dove questo spazio è occupato da un solo partito, Podemos, in Cile ha preso corpo tramite una vasta coalizione: una sinistra radicale senza essere marxista-leninista, ambientalisti, e persino un Partito Umanista. La coalizione si chiama “Frente Amplio”, e ha già individuato una possibile candidata per le presidenziali, la giornalista quarantenne Beatriz Sanchez.
A oltre sei mesi dalla data delle elezioni, rimangono troppe incognite. Ma sembra possibile che torni alla Moneda Sebastián Piñera, già presidente dal 2010 al 2014. Un candidato di destra, appoggiato dalla coalizione “Chile Vamos”, un uomo d’affari spregiudicato e forse coinvolto in operazioni poco limpide (anche qui c’entra un figlio), appoggiato sia dai modernizzatori neoliberisti che da quelle forze che hanno rinunciato alla dittatura anche se non la rinnegano, definendola storicamente necessaria per prevenire “la dittatura marxista”, ma pensano di potere perseguire gli stessi fini di controllo sociale e privilegio economico senza rompere il quadro istituzionale. Una visione non irrealistica, sia per il fatto che il sistema economico imposto con la violenza dai militari si è radicato profondamente, sia perché un’alternativa politica appare difficilmente proponibile, tra una socialdemocrazia che ha perso credibilità e uno schieramento progressista radicale che non sembra in grado di acquistarla stretto com’è fra una realtà escludente di potere economico e sociale e il timore che cercare di mettere le mani nel sistema possa produrre sconquassi, perdita di controllo e caos economico ma anche politico. Il ricordo della catastrofe del 1973 continua ad inibire e a condizionare una democrazia apparentemente piena e pluralista. Gli anni di Pinochet continuano a pesare sul Cile.
LE TAPPE
L’11 settembre 1973 un golpe militare guidato dal generale Augusto Pinochet rovescia il governo costituzionale di Salvador Allende Il presidente muore durante il bombardamento del palazzo della Moneda
L’AMBASCIATA
Nei momenti più duri della repressione l’ambasciata d’Italia a Santiago diventa rifugio per centinaia di perseguitati dal regime grazie all’impegno dei diplomatici tra cui l’allora consigliere Roberto Toscano Schermata 2017-05-01 alle 14.50.19
I DESAPARECIDOS
Dopo la sconfitta di Pinochet al plebiscito del 1988 una “comissione per la verità” creata dal governo Aylwin nel 1990 fece il bilancio della repressione: più di 3500 le vittime (1200 desaparecidos mai ritrovati)

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