“Caccia al grande squalo che abita il buio del Nord”di Dario Olivero

da Robinson, inserto Cultura di Repubblica
Il libro
Il libro del mare
(in uscita in Italia il prossimo 19 maggio per Iperborea, traduzione di Francesco Felici, 352 pagine, 17,50 euro) è l’ultimo lavoro di Morten Strøksnes, giornalista e scrittore norvegese vincitore di numerosi premi.
Alle 13.20 si blocca il motore. La piccola barca con un fuoribordo da venticinque cavalli, forse potenziato, è partita due ore fa. Nevicava, ma poiché tutto è relativo, si dice che il tempo è buono. Si va in mare, si va a pesca. Tre uomini, due canne e un verricello. Pesca col cucchiaino. Mentre l’uomo che assomiglia a John Lennon guarda con aria più sorpresa che preoccupata la scatola ermetica della batteria, il paesaggio continua a cambiare. Si viene qui per la luce, singolare. E ci si dimentica che, soprattutto qui, la luce non è una sola. Si parte con la neve, ora si tolgono i berretti per il sole mentre la barca scarroccia nel mezzo della baia di Skrova, l’isola meridionale delle Lofoten, nel nord della Norvegia. La luce fino ad ora è sfuggita. O se ne è appena andata o non è ancora arrivata.
Lo zio dell’uomo che assomiglia a John Lennon portò la caccia alla balena in questi mari, il nonno negli anni Venti esportava pesce in Italia dentro enormi contenitori pieni di ghiaccio. Il padre andava a caccia di balene da quando aveva otto anni, ma fu un altro tipo di animale che rimase impresso nella memoria del figlio. Fu quando gli raccontò di aver visto lo squalo della Groenlandia emergere dal fondo e divorare grossi pezzi di grasso delle balene che l’equipaggio stava scuoiando lungo la fiancata della barca. Lo avevano arpionato e l’avevano issato a bordo. Anche mezzo morto, a testa in giù, si era divorato una grossa porzione della carne di balena fresca sistemata sul ponte. Ci vuole un’eternità perché uno squalo della Groenlandia muoia. Può rimanere lì per ore a seguire con lo sguardo la gente che va avanti e indietro in coperta, mettendo a disagio perfino i più vecchi e duri uomini di mare. Questo raccontò il padre. Di un animale bianco e quasi cieco dalla nascita perché alcuni parassiti, i soli esseri che abbiano potere su di lui, gli hanno mangiato gli occhi. Che può arrivare fino a sette metri e campare cinquecento anni. Che vive a centinaia di metri di profondità ed è l’unico squalo che si spinge fino ai geli insostenibili dell’Artico. Gli inuit lo chiamano “Eqalussuaq”. Lo squalo è il motivo della presenza dell’altro uomo sulla barca: Morten Strøksnes, l’amico ventennale dell’uomo che assomiglia a John Lennon e che si chiama Hugo. Anche Morten e Hugo sono andati a caccia dello squalo, Morten lo ha raccontato in un libro, Il libro del mare.
« Ho scritto un libro sull’oceano e su questa gente perché il mondo non può diventare tutto uguale come se fosse un grande aeroporto», dice Morten mentre la barca oscilla nel silenzio e intorno non c’è altro che Nord. È il Nord descritto nel Libro del mare, ultimo provvisorio capitolo di una saga millenaria iniziata con l’Edda e gli scaldi, i primi poeti nati quassù e proseguita con i miti dell’Ultima Thule, gli iperborei e altre misteriose fantasie che non sono di desolazione, «ma di bellezza, di quiete e di una grande nostalgia per tutto questo. Il Nord sconosciuto era una sorta di riserva o rifugio per qualcosa di elevato, qualcosa di cui noi non potevamo godere, qualcosa di virginale e puro in un certo senso di immacolato. Thule ormai potrà anche non esser più un sogno oltre i limiti del mondo conosciuto, ma resta comunque un luogo che nulla può impedirci di vagheggiare», dice Morten.
Hugo, oltre a pescare e in questo momento cercare di far ripartire il motore, dipinge. In tutti i suoi quadri la luce squarcia il buio. Ha studiato arte in Germania per anni, quando è tornato in Norvegia si è ritrovato nella notte perenne della metà dell’anno. Quando a Lars Hertervig, si racconta nel libro di Morten, un pittore norvegese morto all’inizio del Novecento, il primario della clinica domandò perché avesse perso la ragione, la risposta fu che aveva «fissato troppo a lungo paesaggi sferzati dal sole» e che gli «mancavano i colori adatti» per dipingerli in modo ac- curato. Chi è ossessionato dalla luce è perché conosce il buio, come chi ha conosciuto la fame non sarà mai sazio. E chi guarda verso l’alto è per non precipitare in basso. Citazione dal Libro del mare: “Sulla terraferma la vita è vissuta orizzontalmente. Il mare invece è verticale, una colonna d’acqua continua con una profondità media di circa 3.700 metri. E c’è vita da cima a fondo. Il mare alberga praticamente ogni possibile habitat del pianeta. L’altezza media della terraferma è di soli 840 metri. Ma anche se gettassimo l’intera Himalaya nel tratto di massima profondità, non ci sarebbe altro che un grosso splash prima che la catena montuosa affondi senza lasciare traccia”.
Di quelle profondità sappiamo qualcosa da poco più di centocinquanta anni. Prima era un abisso oscuro e senza vita. Il libro del mare racconta la storia di questi anni di esplorazioni, polemiche, faide tra scienziati che sostenevano l’impossibilità della vita a quelle profondità e visionari e sognatori che anziché rivolgere lo sguardo alle stelle l’avevano puntato nel buio dell’oceano. Per esempio Peter Christen Asbjørnsen, uno dei più grandi studiosi e scrittori di fiabe norvegesi a metà del diciannovesimo secolo, seguendo la sua seconda passione, portò in superficie nel fiordo di Hardanger da quattrocento metri di profondità una stella marina a undici punte completamente nuova per la scienza dell’epoca. La chiamò “Brisinga endecacnemos”, dal Brísingamen, il bellissimo gioiello pettorale secondo la mitologia norrena appartenuto a Freyja, e nascosto poi da Loki sul fondo del mare. Grazie a questi pionieri oggi sappiamo che intorno ai cinquecento metri di profondità incomincia un mondo che non ubbidisce a nessuna delle regole di superficie. La fotosintesi cessa e per le piante è finita. Tutto il resto, tutto ciò che si muove, vive o semplicemente esiste è pattugliato dallo squalo della Groenlandia.
«Descrivono lo squalo come il più feroce dei predatori», dice Morten. «Ma se si guardano le statistiche gli attacchi di squali agli esseri umani non arrivano a dieci in tutto il mondo. Mentre quelli degli uomini agli squali sono migliaia. Siamo noi i predatori più pericolosi » . Ma allora perché siete andati a cacciarlo? La sua carne non si mangia. Se non la si sa trattare può procurare “la sbronza da squalo”, perché contiene ossido di trimetilammina, una neurotossina. Gli ubriachi di squalo parlano a vanvera, hanno visioni, barcollano. Quando finalmente si addormentano, è praticamente impossibile svegliarli. Solo gli islandesi sanno trattare, con un lento procedimento di bollitura, essicazione e fermentazione, la sua carne per renderla commestibile. E allora perché cacciarlo?
La caccia che si racconta nel libro incomincia con la comica ricerca della carcassa di un bue muschiato la cui testa sarebbe stata un’esca perfetta e finisce con questo punto interrogativo. L’avventura di due uomini alle prese con il mare, con i racconti degli spettri delle navi fantasma, le leggende delle regine dei mari e delle loro nove figlie, i passaggi scoperti da navigatori italiani come Pietro Querini finito quasi morto sulla vicina isola di Røst, di uccelli marini e risse sfiorate nelle taverne dei porti, nasconde altro. Si porta dietro ragioni che forse si possono comprendere solo da questo punto di osservazione, su questa piccola barca che tira su pesci da centinaia di metri di profondità che muoiono soli e senza autocommiserazione. Ragioni perdute nell’inesorabile simmetria del Maelstrom poco lontano verso il Lofotodden, la punta sud- occidentale, dove ci sono i villaggi di Nusfjord e Reine, descritto da Jules Verne e Edgar Allan Poe. O la paura inestinguibile, radicata nella nostra memoria cellulare nonostante cinque grandi estinzioni, dell’immenso indicibile, del Leviatano, il Kraken di cui racconta Olaus Magnus nella sua Carta Marina del sedicesimo secolo, una piovra gigantesca che vivrebbe al largo di queste coste e che gli islandesi, si legge nel Libro del mare, chiamavano hafgufa. O forse un eterno desiderio di riscatto che rende questi uomini semplicemente più consapevoli che la sopravvivenza come specie conta più che come individui. «Hai mai visto un vecchio cimitero norvegese? » chiedeva qualche ora fa Andreas davanti al fuoco di una stufa nella casa di Skrova. «Sulle lapidi fino a quarant’anni fa c’erano solo nomi di donne, gli uomini, prima o poi, morivano tutti in mare».
Il motore riparte con un sollievo e la pesca per oggi è finita. Alcune prede verranno essiccate e crocifisse ai bordi delle poche strade affacciate sul mare come al passaggio di un antico esercito romano. Altri saranno la cena. La luce sta scendendo, il periodo dell’aurora boreale è appena finito. Hugo racconta che «quando eravamo bambini ci dicevano che per fare arrivare l’aurora bisognava mettere lenzuola bianche alle finestre, ma occorreva stare attenti perché l’aurora poteva portarci via. Allora stendevamo le lenzuola e scappavamo via a nasconderci». La paura della luce è quasi una consolazione. Lo squalo della Groenlandia ha lasciato il suo segno sulla testa del bue muschiato. L’esca ha funzionato. Ora sappiamo perché abbiamo paura del buio. ?

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