“Montalbano e i bulli”   di Concita De Gregorio

TITOLO: LA RETE DI PROTEZIONE
AUTORE: ANDREA CAMILLERI
EDITORE: SELLERIO
PREZZO: 14 EURO PAGINE: 304
Nessun ricordo può garantire che qualcosa sia veramente avvenuto, scriveva Giorgio Manganelli. Né d’altra parte niente che sia veramente avvenuto sta di casa solo nella realtà. Di Andrea Camilleri nessuno può disegnare il confine, l’andirivieni tra la vita sua e quella dei personaggi dei suoi libri, l’ultima indagine di Montalbano e quella volta che da bambino aprì la porta a Pirandello che bussava in uniforme da ammiraglio, i racconti ottocenteschi di Vigàta e il giorno in cui Ungaretti scelse una sua poesia per un’antologia. È tutto sempre qui, il tempo danza si diverte, è tutto sempre ora e anche i conti, certo, fra Roma e Palermo ballano: forse i libri che ha pubblicato sono centodue, dieci più dei suoi anni, ma potrebbe sfuggirne qualcuno persino al suo editore, «per certo so che questo Montalbano è il trentesimo», sorride Antonio Sellerio. L’indagine numero trenta s’intitola La rete di protezione, è in libreria, e per il giubilo della moltitudine di seguaci sappiate che il Maestro sta già scrivendo la prossima. Steituned, direbbe lui che in questo libro si avventura a mangiare
fingherfud.
A novantadue anni Camilleri sceglie come oggetto dell’indagine del commissario un episodio di bullismo, una storia che passa per il web e lavora nei computer: alchimie informatiche, adolescenti che si ascoltano dagli schermi, misteriosi seducenti argonauti di un mondo smisurato e fragile — questa Rete, chi protegge? — naufraghi eroici del confine smarrito tra ciò che accade nelle mani o solo nell’amplificata verità della mente. Ma d’altra parte: cosa accade davvero, e dove?
E poi il mistero non è uno: diciamo tre, forse, di certo almeno due ma poi non è detto che si debbano scoprire, i fatti successi. Non è detto che un commissario come Montalbano debba solo rivelare la verità, ci sono casi in cui è meglio alzare il velo e poi riporlo: così che si ri-vela, osserva nel suo ennesimo risvolto da collezione il professor Salvatore Silvano Nigro, autore in ogni romanzo di Camilleri di una sintesi che è il romanzo del romanzo.
Dunque, rieccoci a Vigàta. Il paese è diventato set di una fiction svedese, vi potete e dovete immaginare il cortocircuito sentimental-ormonale tra la troupe e il cast di giovani biondissime attrici e la popolazione maschile locale. Mogli in allarme, matrimoni in bilico sul baratro.
Equivoci, tragedie sfiorate. Siccome la fiction deve essere ambientata negli anni Cinquanta i tecnici hanno la bella — contemporanea, pertinentissima — idea di chiedere agli abitanti del paese di portar loro i superotto che hanno in soffitta. Della raccolta si incarica Televigata. Parte la corsa. L’ingegnere capo del comune Sabatello trova in uno scatolone di suo padre sei filmini identici, di tre minuti e mezzo ciascuno, girati lo stesso giorno alla stessa ora, il 27 marzo alle 10.25, in sei anni diversi: dal ’58 al ’63, anno della morte del padre Emanuele. Che aveva un fratello gemello, Francesco, malato assai, forse autistico, morto suicida nel ’57. I filmini ritraggono un muro bianco: niente, dunque. Uno spazio vuoto, un silenzio. Montalbano non può fare come se non fosse questo l’enigma degli enigmi, ovvio. Perché Salvo si appassiona di “vicende giudiziarie ma puro, o forsi soprattutto, de quella matassa ‘ntricata che è l’anima dell’omo in quanto omo”. Palombaro dell’animo umano, s’inabissa. Intanto, e forse sempre per via della fiction, qualcosa di violento succede nella scuola di suo nipote. Precisamente nella terza B della “scola Luici Pirinnello”. Dove c’è un ragazzo genio dei computer, uno strano professore di matematica appassionato di storie d’altri tempi, i bulli, le invidie, i silenzi, i voti da cambiare sul registro elettronico, gli spari.
Mentre — sempre per via del subbuglio portato dalle picciotte svidise, da un certificato medico che decreta l’impotenza virile — Mimì Augello tenta forse il suicidio ma chissà, il muro bianco dei filmini d’epoca comincia a parlare. E riporta alla luce una storia che è la vera storia degli anni in cui, per finta, è ambientata la fiction di Vigàta ormai gemellata con Kalmar, Mal Baltico: dalla fine degli anni Cinquanta riemerge un vero mistero di paese, i tecnici scandinavi montano sul commissariato una falsa insegna che lo dichiara “Salone d’abballo”, nel mondo virtuale della rete gli adolescenti si fanno male davvero. E su questo confine morbido come un nastro di velluto tra ciò che è ciò che è stato e ciò che non è mai avvenuto, tra ciò che è vero e si deve sapere e quel che è meglio non svelare — qui si dipana la trama. In una lingua, chi ama Montalbano lo sa, spuria e sporca, che nasce e come cosa viva muore, si piega e s’adatta, una lingua scritta per essere detta — pronipote, Montalbano, dell’Ingravallo di Gadda. «Segue orme quasi invisibili, fiuta tracce che nemmeno un cane da caccia, scorge legami nascosti, individua apparentamenti e, perché no?, anche incesti impensabili, illumina ripostigli oscuri, mette in evidenza ciò che era nell’ombra, scopre insomma tutti gli altarini». Questo ha scritto Camilleri del suo esegeta dei risvolti di copertina, il professor Nigro, e questo è Montalbano. Quanto all’indagine: «La virità certe vote, è meglio tinirla allo scuro, allo scuro cchiù fitto, senza manco la luci di un fiammifiro».

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