“Il ministero della suprema felicità” di Arundhati Roy; ecco il primo capitolo

Da Robinson, inserto Cultura di Repubblica oggi in edicola

Nell’ora magica in cui il sole è svanito ma la luce perdura, eserciti di volpi volanti si staccano dal baniano del vecchio cimitero e si librano sulla città come fumo. Quando quei grandi pipistrelli se ne vanno, i corvi tornano a casa. Lo strepito del loro ritorno non riesce a riempire tutto il silenzio lasciato dai passeri spariti e dai vecchi avvoltoi dorsobianco, custodi dei morti da più di cento milioni di anni, spazzati via dalla faccia della terra. Avvelenati dal diclofenac. Il diclofenac, l’aspirina delle vacche, somministrato al bestiame come rilassante muscolare, per alleviare il dolore e incrementare la produzione di latte, ha ( aveva) lo stesso effetto del gas nervino sugli avvoltoi dorsobianco. Morendo, ogni vacca o bufala da latte rilassata chimicamente diventava un’esca velenosa per i rapaci. Mentre i capi di bestiame si trasformavano in macchine più efficienti per l’industria casearia, mentre la città mangiava più gelati, più crema al caramello croccante, più cornetti con le noccioline, più stracciatella, mentre beveva più frullati al mango, gli avvoltoi iniziarono a curvare il collo come se fossero stanchi e non riuscissero più a tenere gli occhi aperti. Argentee barbe di saliva colavano dai loro becchi, e uno per uno cadevano dai rami, morti. Non molti hanno notato la scomparsa dei nostri vecchi amici uccelli. C’erano così tante altre cose da pregustare.
Viveva nel cimitero come un albero. All’alba assisteva alla partenza dei corvi e dava il benvenuto ai pipistrelli. Al crepuscolo faceva il contrario. Tra un turno e l’altro conferiva con i fantasmi degli avvoltoi che incombevano dai suoi rami più alti. Percepiva la stretta delicata dei loro artigli come una fitta di dolore in un arto amputato. Tutto sommato, immaginava, non dovevano essere troppo dispiaciuti di aver preso educatamente congedo dalla storia.
Quando si era trasferita lì, aveva sopportato mesi di ripetute cattiverie come avrebbe fatto un albero: senza battere ciglio. Non si girava a guardare quale bambino le avesse scagliato addosso una pietra, non allungava il collo per leggere le ingiurie incise nella sua corteccia. Quando qualcuno la insultava — pagliaccio senza circo, regina senza palazzo — lasciava che l’offesa le soffiasse tra i rami come una brezza leggera e usava la musica del proprio stormire come un balsamo per alleviare il dolore.
Solo dopo che Ziauddin, l’imam cieco che un tempo aveva guidato la preghiera nella Fatehpuri Masjid, era diventato suo amico e aveva cominciato a farle visita, gli abitanti del quartiere avevano deciso che era il momento di lasciarla in pace.
Molto tempo prima, un uomo che sapeva l’inglese le aveva spiegato che il suo nome, scritto al contrario (in inglese) diventava Majnu. Nella versione inglese della storia di Laila e Majnu, aveva aggiunto l’uomo, Majnu si chiamava Romeo e Laila Giulietta. Lei aveva trovato la cosa divertente. «Vuoi dire che ho fatto una khichdi, una minestra, della loro storia?» gli aveva domandato. «Come faranno quando scopriranno che in effetti Laila potrebbe essere Majnu e in realtà Romi era Giuli? ». La volta successiva, l’Uomo che Sapeva l’Inglese le aveva confessato di essersi sbagliato. Il suo nome al contrario sarebbe stato Mujna, che non era un nome e non significava nulla. Al che lei aveva ribattuto: «Non importa. Io sono tutti loro, sono Romi e Giuli, sono Laila e Majnu. E anche Mujna, perché no? Chi l’ha detto che il mio nome è Anjum? Non sono Anjum, sono Anjuman, l’assemblea. Sono un mehfil, un raduno. Di tutti e di nessuno, di tutto e niente. C’è qualcun altro che desideri invitare? Sono tutti invitati».
L’Uomo che Sapeva l’Inglese aveva apprezzato l’arguzia di quella risposta. Neppure lui ci aveva mai pensato prima. « E come avresti potuto, con la tua scarsa conoscenza dell’urdu?» aveva ribattuto lei. «Cosa credi? Che l’inglese renda automaticamente intelligenti?».

Lui aveva riso. Lei aveva riso della sua risata. Si erano spartiti una sigaretta col filtro. Lui si era lamentato che le Wills Navy Cut fossero corte e tozze e non valessero quel che costavano. Lei aveva risposto che erano sempre meglio delle Four Square o delle tanto virili Red & White.
Ormai non ricordava più il nome di quell’uomo. Forse non l’aveva mai saputo. Se n’era andato da un pezzo, l’Uomo Che Sapeva l’Inglese, dovunque dovesse andare. E lei viveva nel cimitero dietro l’ospedale pubblico. A tenerle compagnia c’era la sua almirah Godrej, l’armadio d’acciaio dove conservava la sua musica — nastri e dischi graffiati — un vecchio armonium, vestiti, gioielli, i libri di poesie del padre, gli album delle fotografie e alcuni ritagli di giornale sopravvissuti al rogo del Khwabgah. Portava la chiave appesa al collo, legata a una cordicella nera insieme al suo ricurvo stuzzicadenti d’argento. Dormiva su un logoro tappeto persiano che di giorno chiudeva nell’armadio e di notte stendeva tra due tombe (per un suo gioco personale, mai le stesse per due sere consecutive). Fumava ancora. Sempre le Navy Cut.
Una mattina, mentre lei gli leggeva il giornale ad alta voce, il vecchio imam, che evidentemente non ascoltava, le chiese ostentando un’aria d’indifferenza: «È vero che tra voi persino gli indù vengono sepolti anziché cremati?».
Presagendo guai, lei tergiversò: «Vero? Cos’è che è vero? Cos’è la Verità?».
Restio a lasciarsi distogliere dalla sua linea d’indagine, l’imam borbottò una risposta meccanica. «
». La verità è Dio. Dio è la verità. Il genere di saggezza che si poteva vedere esposta sul retro dipinto degli autocarri che rombavano lungo le autostrade. Poi socchiuse gli occhi verdiciechi e domandò in un bisbiglio verdescaltro: «Dimmi un po’, quando uno di voi muore, dove viene seppellito? Chi lava la salma? Chi recita le preghiere?».
Anjum tacque a lungo. Poi si chinò verso l’imam e bisbigliò a sua volta, in uno stile per nulla arboreo: «Imam Sahib, quando sente nominare i colori, il rosso, l’azzurro, l’arancio, quando le descrivono il cielo al tramonto, o il sorgere della luna durante il Ramadan, cosa le passa per la testa?».
Dopo essersi feriti a vicenda in questo modo, profondamente, quasi mortalmente, i due rimasero seduti fianco a fianco senza parlare sulla tomba assolata di qualcuno, sanguinanti. Alla fine fu Anjum a rompere il silenzio.
« Mi dica » cominciò. « È lei l’Imam Sahib, non io. Dove vanno a morire gli uccelli? Ci cadono addosso dal cielo come pietre? Inciampiamo nelle loro carcasse per le strade? Non crede che il Dio Onniveggente e Onnipotente che ci ha messo sulla terra abbia preso le misure necessarie per portarci via da questo mondo?».
Quel giorno la visita dell’imam si concluse più presto del solito. Anjum lo guardò allontanarsi tic-tic-ticchettando tra le tombe, il bastone che gli faceva da occhi produceva musica colpendo le bottiglie di liquore vuote e le siringhe usate sparse sul suo cammino. Non lo fermò. Sapeva che sarebbe tornato. Era in grado di riconoscere la solitudine quando la vedeva, per quanto complicata fosse la sua sciarada. Intuiva che in qualche maniera bizzarra e tortuosa l’imam aveva bisogno della sua ombra quanto lei aveva bisogno di quella di lui. E aveva imparato per esperienza che il Bisogno è un magazzino in cui si possono accumulare considerevoli scorte di crudeltà.
Malgrado la sua partenza dal Khwabgah fosse stata tutt’altro che cordiale, Anjum sapeva di non poterne tradire i sogni e i segreti, che non appartenevano a lei sola.
?
© 2017 BY ARUNDHATI ROY / 2017 UGO GUANDA EDITORE S. R. L / GRUPPO EDITORIALE MAURI SPAGNOL
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il libro
Il ministero della suprema felicità esce in Italia il 6 giugno per Guanda (496 pagine, 20 euro, traduzione di Federica Oddera). Con questo libro Arundhati Roy torna al romanzo a vent’anni dalla pubblicazione di Il Dio delle piccole cose con cui nel 1997 ha vinto il Booker Prize.
LA RECENSIONE  di Stefano Massini
Piccole cose crescono
Che cos’è questo romanzo? È un appassionante racconto, eppure è molto più che un racconto. È un trattato sull’India del terzo millennio, senza alcun dubbio, ma anche ben di più. Dunque? Come darvi una chiave di accesso a questo attesissimo caso letterario che segna dopo oltre venti anni da Il Dio delle piccole cose il riapprodo di Arundhati Roy al molo del romanzo? Impossibile tratteggiarne una trama: l’autrice muove i fili di più vicende intrecciate, e volentieri ne rimanda in avanti l’incastro soffermandosi sul puro piacere di un narrare all’indietro, cosicché pagine su pagine si susseguono appassionate come un’inchiesta sul passato dei singoli eroi. Che siamo fra i guerriglieri del Kashmir o nel ventre sfatto di Delhi fra risciò e carcasse di capre, è tutto un fiorire di personaggi a contendersi volta per volta lo zoom che spetta in teoria ai protagonisti. Ma è uno sforzo vano, la corrente della narrazione li trascina come il venerabile Gange, e riserva a ognuno la sorte implacabile dell’umano fluire: nessuno trattiene più di tanto la corona in testa, la cede di continuo, scompare e poi ritorna dopo duecento pagine sfidandoti a ricordarlo. È l’anima dell’India, in fondo: la coscienza di un eterno flusso, a cui tutti i personaggi del libro sembrano a modo diverso sottostare, che sia l’ermafrodita Anjum, l’inquieta Tilo fiamma di più amanti, l’impulsivo Saddam (che si è scelto il nome in onore del raìs), la ragazzina Zainab (che nel crescere passa dall’epiteto di Topino a quello di Topaccio). Un po’ come in Balzac, tutti questi caratteri — pur amati dall’autore in modo forsennato, con generosissima profluvie di squarci — non valgono solo per se stessi, ma per il contributo che danno al chiaroscuro complessivo del disegno, solo che la Parigi di Honoré qui si chiama Delhi, i bordelli sono i Khwabgah, e i sobborghi della Ville Lumière odorano di curry fra fogne, campi profughi e una baracca dentro il cimitero trasformata in pensione. E forse è proprio la materia stessa — pulsante di contrasti come l’India che descrive: estasi e cloaca, vertigine continua — a richiederci un approccio inconsueto, sempre memore di quel mondo a parte che è l’antica madre India (colpisce il passaggio su quel crollo delle Torri Gemelle in una certa città di nome New York, dove chissà se si parla l’urdu).
Ma saltiamo indietro al 1996, a quel successo mondiale che fu Il Dio delle piccole cose: un possente disegno narrativo in cui l’abominio di un amore fra impari ci veniva restituito dallo sguardo di due fratellini gemelli, testimoni — lievi e lucidi — di un inferno di adulti spietati, sacerdoti di un rito cruento in cui i sentimenti venivano immolati allo schema algebrico di una società asfittica. Sembrava un Romeo e Giulietta in salsa tandoori, ma è evidente che la struttura chiusa delle caste indiane si prestava fin troppo meccanicamente a quel ring fra Montecchi e Capuleti che ha indorato i botteghini di Bollywood: la potenza del romanzo era piuttosto in quell’affondare la lama nell’acribia del dettaglio, scandagliando con acume inaudito gli abissi dell’umano esistere. Ebbene, ho la sensazione che Il ministero della suprema felicità si presenti ai lettori del 2017 come un necessario sviluppo di quelle premesse, al punto tale che i due romanzi potrebbero riunirsi in un’unica visione, non solo poetica: anagrafica. Perché non può non sfuggire un qualche tratto comune con Harper Lee, a cui siamo debitori di un altro punto di vista infantile sulla giungla feroce degli adulti: gli occhi della piccola Scout sull’Alabama degli anni Trenta sono in fondo gli stessi di Estha e Rahel sull’India degli anni Sessanta, e forse non è un caso che anche dopo Il buio oltre la siepe l’autrice si prese un lunghissimo congedo dalla narrazione; anche Arundhati Roy ha sospeso la sua penna di romanziera sulle pupille di quei gemelli, e a distanza di venti anni abbiamo forte la sensazione che gli sciagurati adulti di questo nuovo libro siano né più né meno Estha e Rahel maturati e graffiati, uccisi e redivivi. Come dire: l’autrice ha atteso che i gemelli crescessero, e nel frattempo è cresciuta lei stessa guardando in faccia lo schifo del mondo, a cui ha dedicato saggi di spietata denuncia no global come La fine dell’immaginazione (e mi chiedo se questo titolo non basti da solo a descrivere la parabola). Ci sono per altro molti bambini in questo nuovo romanzo, ma stavolta in un ruolo del tutto ribaltato, per cui non solo non ne percepiamo il punto di vista ma addirittura assistiamo senza sosta alla loro umiliazione come oggetti da spartire fra adulti, quando non cadono sul campo di una guerra assurda come la piccola Miss Jebeen. Intanto però, perfino gli anfratti più sudici di Delhi conoscono in queste pagine il suono degli smartphone, e sulle baracche non mancano le antenne per rimbecillirsi di soap opera: ormai sono gli adulti a giocare, sembra dirci Arundhati Roy con nitore spiazzante. Decisamente: l’India non è più un posto per bambini.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...