La Scolia Hirta!!

Testo di Fredrik Sjöberg  da Robinson inserto Cultura di Repubblica oggi in edicola

Viaggiare, detto tra noi, non è un’attività parecchio sopravvalutata? Non mi riferisco ai brevi spostamenti quotidiani per andare al lavoro o cose del genere, ma alle lunghe peregrinazioni vacanziere il cui principale obiettivo è fare incetta di esperienze. Sono solo io a non poterne più di esperienze? A volte ho l’impressione di essere in effetti l’unico in Svezia a pensarla così. Qui non si fa altro che viaggiare, e più lontano si va, meglio è.
Alcuni tra i miei connazionali, tutti quanti presi da un enorme interesse per la natura, si spingono fino in Africa pur di partecipare a un safari in 4×4 e fotografare leoni apatici che sonnecchiano all’ombra di un’acacia, o che, nel migliore dei casi, si dedicano a qualche distratto amplesso in mezzo ai cespugli tra la polvere della savana. Un incubo. E pagano pure per questo, spesso somme stratosferiche.
In realtà, come tutti sanno, leoni, gnu, giraffe e simili danno il meglio di sé in tv, eppure ci sono persone disposte ad arrivare fino ai tropici, sobbarcandosi gli inevitabili problemi di digestione connessi, per l’unica ragione che — se ho ben capito — la seccatura è nulla in confronto all’esperienza, o almeno alla soddisfazione di potertorturare al ritorno amici e conoscenti con futili racconti e tremolanti filmati amatoriali pubblicati sui social media.
Oppure se ne vanno fino in Thailandia per fare il bagno in mare e sbronzarsi di cocktail variopinti serviti su dozzinali mobili di bambù. Ogni anno sono più o meno trecentomila gli svedesi che si precipitano proprio in Thailandia, ovviamente con la coscienza sporca per via delle emissioni di anidride carbonica dei loro aerei, anche se il problema è stato risolto grazie a un sistema di compensazione climatica non troppo dissimile dal mercato delle indulgenze che spinse Martin Lutero ad abbandonare definitivamente la chiesa cattolica di Roma.
Anche l’allarme per il cambiamento climatico del resto è sopravvalutato, quindi non è per questo che critico i viaggi di piacere. Anzi, il clima se la passa senza dubbio meglio dei viaggiatori. Ma vorrei comunque lasciare da parte l’intera questione del clima, in attesa che abbia anch’esso il suo Lutero (credetemi, arriverà), e parlare invece di quel che può fare il viaggiatore riluttante per riuscire a sopravvivere alle fatiche del viaggio. Funziona. L’ho imparato dalle mie ripetute visite in Italia.
Già, si dà il caso che perfino gli scrittori a volte debbano viaggiare. E, pur potendo fare a meno di affrontare il rischio giraffe, anche l’Italia è una destinazione faticosa. Tanto per cominciare, non si capisce nulla di quel che dice la gente. Mettendo insieme tutto quello che so di italiano, arrivo a dire “spaghetti carbonara”, quindi sono costretto a ricorrere all’inglese — che naturalmente capisco meglio, ma è pur sempre estenuante dover comunicare tutto il tempo in una lingua straniera. E poi ci sono i monumenti. Santo cielo! Praticamente tutta l’Italia è un monumento, e già dopo un paio di giorni sono totalmente esaurito e comincio a desiderare di tornare a casa.
A Milano, un paio di anni fa, ho davvero sfiorato una crisi. Ero esattamente all’inizio della mia carriera italiana: i miei libri avevano appena cominciato a essere pubblicati laggiù e il mio bravo editore aveva subito capito che qualche complimento e la promessa di ottimi vini sarebbero bastati a convincermi a partire, così feci le valigie. Dopo tre giorni davanti al pubblico ero uno straccio.
Per fortuna la mia casa editrice è vicina a un parco. Basta attraversare la strada per ritrovarsi di colpo in una splendida area verde dal surrealistico nome di “Giardini pubblici Indro Montanelli” (non chiedetemi cosa significhi). Fu là che andai a finire, sentendomi subito un po’ meglio. Per via degli alberi, e degli uccelli. Ma non solo. In effetti è una questione di lingua, anche questa. Mi sentivo a casa: c’era il canto dei pettirossi e delle capinere, gli stessi pettirossi e le stesse capinere che ci sono in Svezia. Inoltre sapevo i nomi degli alberi: quercia rossa, cedro del Libano, ippocastano e tutti gli altri. Non dovevo quindi affrontare niente di nuovo, solo riconoscere, come tra vecchi amici. Lo so, può sembrare banale, ma per me questa sensazione di riconoscimento è di vitale importanza. Andare in Italia senza il mio binocolo sarebbe del tutto avventato. E siccome il binocolo che porto sempre con me ha un’ottima distanza minima di messa a fuoco va bene anche per studiare gli insetti. L’intero staff del mio editore milanese è certo in grado di raccontare la storia di come quel pomeriggio mi precipitai col fiato in gola in redazione, quasi gridando che avevo appena visto una Scolia hirta.1200px-Scolia_hirta.jpg
La Scolia hirta è una vespa praticamente invisibile in Svezia, anche se esiste: è una rarissima specie protetta che io non avevo mai avuto la fortuna di vedere. Può darsi che sia molto comune in Italia, ma in quel momento non aveva nessuna importanza, perché quando mi comparve davanti in quel parco tra i rami di un sambuco in fiore, fu come se mi sentissi completamente rimesso a nuovo. Le ragazze della casa editrice mi guardarono stupefatte, ma si misero amabilmente a cercare su Google Scolia hirta, per poi stupirsi ulteriormente che un mostro del genere potesse placare uno scrittore svedese sul piede di guerra.
Da allora ho fatto spesso ricorso allo stesso metodo. L’ultima volta è stata la primavera scorsa a Genova. Ogni città italiana che abbia un minimo rispetto di sé organizza un festival letterario, e naturalmente Genova non fa eccezione. Così partii, feci quel che ci si aspettava facessi, e poi me ne restai qualche giorno seduto su un balcone a fissare il mare, non proprio in uno stato di totale apatia, ma quasi.
Tutto iniziò con un podalirio ( Iphiclides podalirius). Anche questa farfalla è una vecchia conoscenza, avvistata in Svezia per un totale di tre volte in tutta la storia, il che è sufficiente per essere inclusa in tutti i cataloghi di lepidotteri svedesi. Io ovviamente non l’avevo mai vista, ma l’immagine, e il sogno, mi accompagnano fin da quando ero bambino. In poche parole, c’era un legame tra me e il podalirio, e vederne un esemplare vivo e vegeto che mi volava incontro fu un’esperienza genuinamente rincuorante. Come incontrare un amico d’infanzia quasi dimenticato.
Gli uccelli locali non erano altrettanto sbalorditivi, ma forse proprio per questo ebbero un effetto tranquillizzante sul mio organismo. Il coro era interamente dominato da due specie, entrambe rare nel mio Paese, ma pur sempre, almeno un po’, svedesi: il verzellino e la tortora dal collare. Andavano avanti imperterriti da mattina a sera; la tortora col suo lamento monotono, i verzellini col loro trillo argentino, isterico. Due casi da manicomio, uno in preda alla depressione e l’altro alla mania, come a voler rimarcare e amplificare i sentimenti contrastanti che albergavano in me.
Se si sa la lingua del posto, viaggiare è più facile. E chi riconosce gli alberi, gli uccelli e gli insetti in un certo senso padroneggia anch’egli una lingua che rende la vita più facile, anche soltanto alleviando la patologica nostalgia di casa che affligge il viaggiatore riluttante. Per qualche istante felice riesce a dimenticare la fatica di avere a che fare con i monumenti, gli stranieri, e con tutti gli altri grattacapi del viaggio. Questa, pensa, è casa. Oppure non pensa a nulla. E non è nemmeno in viaggio, è, e basta.
TRADUZIONE DI ANDREA BERARDINI
L’autore
Fredrik Sjöberg (1958) è uno scrittore, entomologo e biologo svedese. Il suo ultimo libro, L’arte della fuga
( traduzione di Fulvio Ferrari, 192 pagine, 16 euro) sarà in libreria per Iperborea da giovedì 1 giugno: è l’ultimo capitolo di una trilogia che comprende L’arte di collezionare mosche (2015) e Il re dell’uvetta (2016).

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