Fitoterapia: È naturale maneggiala con cura

Fitoterapia.
Dal ginkgo biloba al biancospino. Decine
di principi attivi venduti senza controllo medico. Pericolosi per chi soffre di patologie cardiache. E non solo. Un rapporto scopre usi e abusi
PAOLA EMILIA CICERONE
UTILIZZARE PRODOTTI a base di erbe senza le dovute precauzioni è una pessima idea. Lo ricorda una ricerca realizzata da un gruppo di medici italiani guidati da Graziano Onder dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, e pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology.
Partendo dalle evidenze disponibili sull’efficacia delle erbe più usate per trattare malattie legate alle patologie cardiovascolari, i ricercatori segnalano come, anche per piante molto usate, non ci siano prove soddisfacenti che esse abbiano una reale funzione terapeutica. «Abbiamo utilizzato la banca dati del Center for Complementary Medicine dei National Institutes of Health statunitensi, che esegue un monitoraggio sulle terapie complementari – spiega Onder – approfondendo i dati relativi a dieci principi attivi vegetali, scelti tra quelli indicati per chi soffre di patologie cardiovascolari: ginseng, astragalo, semi di lino, aglio, ginkgo biloba, vinacciolo, tè verde, biancospino, aglio e soia. Con risultati scoraggianti ». Insomma non è dimostrato che possano curare e, per giunta, possono comportare dei rischi se utilizzate senza cautele e senza un adeguato controllo medico.
«Abbiamo trovato diversi studi che mostrano come una certa pianta abbia una determinata attività biologica sulle cellule in laboratorio, mentre
mancano le conferme sull’uomo», osserva Onder. E non è detto che gli effetti riscontrati in provetta si traducano in un’efficacia a livello clinico. A volte, per esempio, mancano studi di farmacocinetica, necessari a individuare la dose necessaria per ottenere un’azione terapeutica. «Senza dimenticare – aggiunge il ricercatore – che ogni pianta contiene vari principi attivi con effetti diversi, mentre spesso mancano informazioni precise sulla esatta composizione e concentrazione di questi prodotti».
L’esame della letteratura scientifica mostra, ad esempio, che non c’è dimostrazione dell’efficacia di piante utilizzate in genere come tonici come l’astragalo o il ginseng asiatico, oltre che per il ginkgo biloba, sfruttato soprattutto per gli effetti sulla memoria. «Sul ginkgo biloba ci sono studi sulla riduzione della mortalità cardiovascolare e sul declino cognitivo, che però non hanno dato risultati soddisfacenti», osserva Onder. Mentre sappiamo che i principi attivi presenti in queste piante possono essere pericolosi per un cardiopatico: il ginseng può aumentare la pressione sanguigna e ridurre la biodisponibilità di alcuni farmaci anticoagulanti, mentre il ginkgo biloba può aumentare il rischio di emorragie in chi è in terapia con anticoagulanti; per l’astragalo poi non ci sono informazioni sufficienti per valutarne la sicurezza .
Ci sono poi piante di uso comune, e quindi percepite come sicure: aglio, tè verde, soia, ma anche vinacciolo, biancospino, olio di semi di lino, e cardo mariano. «In genere tè verde, vinaccioli e cardo mariano sono utilizzati per le loro proprietà antiossidanti, l’olio di semi di lino e la soia per ridurre il colesterolo e per la loro azione antiipertensiva, come il biancospino; mentre all’aglio sono attribuite proprietà benefiche per le quali, tuttavia, mancano prove conclusive», spiega Onder. E anche in questo caso ci sono rischi di interazioni: l’olio di lino può compromettere l’assorbimento intestinale di alcuni farmaci, il biancospino interferisce con la digossina, il tè verde riduce l’effetto dei farmaci anticoagulanti, mentre l’aglio lo potenzia. Quanto alla soia: sembra capace di ridurre il colesterolo, anche se non sappiamo ancora se questo effetto è tale da ridurre la mortalità. Ma, quel che preoccupa è il suo contenuto di estrogeni: chi soffre di disfunzioni tiroidee deve essere perciò molto cauto.
Anche piante prescritte per altri fini possono presentare rischi per un cardiopatico: l’arancio amaro, contenuto in diversi preparati per ridurre il peso, può causare tachicardia, mentre altri preparati possono interferire con l’assorbimento dei farmaci. È il caso del mirtillo rosso spesso usato per le infezioni urinarie recidivanti, che può interferire con gli anticoagulanti potenziandone l’effetto e aumentando il rischio di sanguinamento; ed è il caso dell’ iperico utilizzato come antidepressivo che interagisce con i meccanismi con cui l’organismo smaltisce i farmaci.
Per evitare rischi, è indispensabile che medici e pazienti imparino a comunicare: Secondo uno studio dell’American College of Cardiology, il 70% dei pazienti non informa il medico quando assume prodotti a base di erbe anche perché i prodotti naturali sono percepiti come sicuri e non si pensa che possano avere effetti farmacologici o interferire con i farmaci. «Ma è importante anche che i medici s’informino e migliorino la loro conoscenza di questi argomenti – conclude Onder – in modo da essere pronti a rispondere alle domande dei pazienti » . Il problema è che molti medici non hanno conoscenze approfondite di una materia così complessa, «anche perché spesso ricevono le informazioni attraverso le aziende che producono integratori», osserva Fabio Firenzuoli, direttore del Centro di fitoterapia della Regione Toscana.
Resta comunque valido il consiglio di diffidare di prodotti venduti al di fuori dai canali ufficiali rivolgendosi al farmacista o all’erborista, e informando il proprio medico se si stanno assumendo prodotti a base di erbe, mentre se si vuole iniziare una vera e propria terapia è bene rivolgersi a un medico esperto nell’uso di piante medicinali.

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