Da Repubblica: “Codice antimafia. Confische allargate anche ai corrotti ma la legge è sotto attacco da 18 mesi” di LIANA MILELLA

ROMA.
Dal “buco nero” della commissione Giustizia del Senato potrebbe uscire a giorni, dopo esserci misteriosamente rimasto dalla fine di novembre del 2015 al 27 aprile di quest’anno. E approdare in aula, dopo la manovrina, nella seconda metà di giugno. Repubblica – come annuncia il direttore Mario Calabresi nel suo editoriale di oggi – ha inserito il nuovo Codice antimafia tra i sei provvedimenti da approvare prima delle elezioni: biotestamento, ius soli, processo penale, tortura, cannabis.
Trenta articoli assai tecnici quelli del Codice antimafia che ridisegnano il meccanismo delle misure di prevenzione, ma soprattutto introducono una novità rivoluzionaria, la vera “novità” del provvedimento, che lo rende visceralmente ostile alle pance di Forza Italia e degli alfaniani. Sequestri e misure contro i beni della mafia potranno essere applicate anche ai corrotti. Gli imputati di corruzione, anche in atti giudiziari, di induzione, di concussione, potranno vedersi sequestrato il patrimonio che finirà gestito dall’Agenzia per i beni confiscati. Alla Camera, dove il testo è stato votato l’11 novembre 2015, tra i reati figurava anche il peculato, ma al Senato hanno pensato bene di sfilarlo. Reato “troppo” lieve, non merita un trattamento severo…

Proprio la presenza delle norme contro i corrotti ha scatenato l’abituale guerriglia sulla giustizia di Forza Italia e di Ap.

E non è un caso se i presidenti della commissione Giustizia del Senato siano stati, nell’ordine, prima il forzista Francesco Nitto Palma e attualmente l’avvocato di Reggio Calabria ed esponente di Ap Nico D’Ascola. Entrambi non si sono dati particolarmente da fare per accelerare la strada del nuovo Codice antimafia. Tutt’altro. Proprio da Ap, nelle scorse settimane, è venuto l’ultimo assalto che ha fatto slittare il voto in commissione e la possibilità di passare subito all’aula. Gli uomini dell’ex ministro dell’Interno Alfano, da sempre contro il doppio binario che consente un trattamento più aspro per chi commette reati di mafia e terrorismo, avevano proposto di inserire norme per rendere più facili i ricorsi in Cassazione anche per i mafiosi, sia per vizi di legittimità che di motivazione. Inoltre insistevano per un sistema più rigido per applicare le misure di prevenzione. Sono state necessarie più riunioni della maggioranza, in cui anche Anna Finocchiaro, il ministro Pd per i Rapporti con il Parlamento, ha giudicato «inaccettabili » le richieste dei centristi.
Dice l’ex giudice istruttore Felice Casson, ex Pd ora Mdp: «L’attuale impianto delle misure di prevenzione già funziona, ma il nuovo Codice inserisce positivamente la nuova confisca allargata ». Casson definisce «inaccettabili » le richieste dei centristi «perché ormai il principio del doppio binario per i reati di mafia e terrorismo è sottoscritto dalla Cassazione e dalla Consulta, ma anche dalle Corti europee».
Legge di iniziativa popolare, lanciata da “Io riattivo il lavoro”, con un enorme bagaglio di firme è approdata alla Camera e ha soppiantato la legge del Guardasigilli Orlando. Ancora adesso l’ex relatore Davide Mattiello di Libera insiste perché la legge passi nella versione di Montecitorio, ipotesi ormai impossibile perché la commissione del Senato l’ha già modificata. La sponsorizzano Cgil, Libera, Arci, Acli, Legambiente, Avviso pubblico, Sos Impresa, il Centro studi Pio La Torre, ma sarebbe un miracolo se la legge riuscisse a farcela. Anche se il Senato dovesse licenziarla in aula la metà di giugno, nel cuneo tra manovrina e ammi dopo le amministrative, resterebbe lo scoglio dell’ulteriore passaggio alla Camera, incompatibile con l’ eventuale scioglimento delle Camere a fine luglio.
Tra le novità da segnalare nel nuovo Codice antimafia sicuramente la stretta, dopo il caso Saguto, sui giudici e gli amministratori giudiziari, che dovranno ruotare molto spesso. Singolare invece la previsione di ben sette sedi per la rifondata Agenzia per i beni confiscati, una a Roma al Viminale e altre sette in periferia (Reggio Calabria, Palermo, Catania, Napoli, Bologna, Milano).

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