Il segreto che unisce Bomarzo e 007 di ANTONIO ROCCA

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FOTO: © HERBERT LIST/MAGNUM
C’era una volta un re… Potrebbe cominciare così, nel più classico dei modi, il racconto del Sacro Bosco di Bomarzo. C’era una volta un re che voleva una mappa del mondo e che decise di incaricare un sapiente, con fama di mago, di costruire un libro nel quale fossero ordinati i segreti dell’universo. Il sovrano si chiamava Francesco I e l’intellettuale era Giulio Camillo, detto il Delminio. Giulio Camillo andò in Francia insieme a molti artisti e letterati italiani. Tra i più noti ci sono Leonardo, Rosso, il Primaticcio, Serlio e il Vignola. Fu il primo caso di fuga dei cervelli o, per converso, il primo colossale investimento destinato a fondare il secolare primato culturale francese. L’opera di Camillo – si dice fosse un esemplare preziosissimo illustrato da Tiziano – andò perduta nell’incendio dell’Escorial. Di quell’immenso lavoro resta, for
tunatamente, uno schema semplificato elaborato per il governatore di Milano, Alfonso d’Avalos, nel 1544. Camillo morì poche settimane dopo e non poté riprendere quel testo che fu pubblicato, col titolo di Idea del Theatro, nel 1550. L’Idea è un libello nel quale l’universo è rappresentato come un dispositivo sinottico, il Theatro, nel quale l’energia divina s’irradia in sette colonne, coincidenti con i cieli di Tolomeo, per poi precipitare nella sfera terrestre e divenire mondo in sei fasi, corrispondenti ai giorni della creazione. Siamo nel contesto di un panteismo disposto tra Cusano e Spinoza. Dio è implicato nella natura e la moltitudine è manifestazione di un principio unico che è motore e senso del cosmo. La seconda direttrice che attraversa l’Idea è quella dell’ermetismo cabalista che lega Pico e Bruno. Un percorso abitato dall’arte della memoria, disciplina antica che la stampa andava liberando dal suo ruolo funzionale per farla librare in una dimensione meramente filosofica.
Il Theatro è quindi un teatro di sapienza o di memoria, nel quale i concetti sono rappresentati in forma di icone che dovevano, al contempo, favorire la memorizzazione dei dati e celarne il significato recondito ai non iniziati. L’intreccio di colonne celesti e di gradi dell’evoluzione generava una griglia di quarantadue caselle all’interno della quale il Delminio collocò le immagini di memoria. Il primo a intuire il nesso tra il Theatro e il Sacro Bosco fu Elémire Zolla, che si limitò a segnalare la sua intuizione in un brano dedicato a Giulio Camillo, ma l’intelligenza di quel nesso fu trascurata a vantaggio di ipotesi varie, la cui versione più nota è fondata sull’amore suggestivo quanto anacronistico del committente per Giulia Farnese, la moglie prematuramente scomparsa. La favola bella di questo legame appassionato e tragico s’infrange contro la semplice constatazione di un’impossibilità cronologica. La prima parte del parco è conclusa, datata e firmata nel 1552, ben otto anni prima della morte di Giulia. A essere datato è proprio il piazzale d’ingresso del Sacro Bosco, l’area che fa da corona al teatro, un manufatto che è la traduzione in pietra del dispositivo camilliano, inverato e disarticolato per dare vita a un percorso di conoscenza e salvezza. Il teatro bomarzese, con la sua scena in pendenza, non è quindi frutto di un errore grossolano, ma è la chiave del progetto dell’Orsini. Ha sette sezioni, corrispondenti ai cieli di Diana-Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno e di Apollo-Sole, e sei gradi, che sono le fasi previste da Camillo. Dopo aver avuto visione del nudo schema del creato, l’ospite di Vicino poteva avviare il suo tragitto anagogico aggirandosi tra le immagini di memoria, divenute pietre, sino a raggiungere la purificazione dopo essersi lasciato alle spalle i mali del mondo e gli inganni dei sensi.
Circondato da falsi monumenti etruschi ed egizi, l’itinerario si sviluppa tra la casa pendente, dedicata all’amico cardinale Madruzzo, e al tempio, omaggio, questo sì, alla memoria della moglie. Nel mezzo l’Antro delle ninfe, le Grazie, la Venere, Nettuno, il Drago, l’Elefante, la Fanciulla col vaso sul capo, il Vello d’oro, la Bocca tartarea, Pandora, Cibele, le Furie, Pan e Cerbero, sono creature tratte dal Theatro. A parte, e realizzato negli anni Settanta, un giardino più classico. Creazione tardiva con la quale Vicino Orsini ha inteso celebrare se stesso, il suo casato e i suoi più illustri alleati: il cardinal Alessandro Farnese, con l’emblema privato di Pegaso, e Cosimo I de Medici, raffigurato con il gruppo del Festina Lente, scelto dal Medici come proprio sigillo.
Tra l’Idea e Bomarzo c’è concordanza logica, cronologica e iconologica. Vicino e Camillo si erano conosciuti a Venezia, Ludovico Domenichi, che ne cura l’edizione per i tipi Torrentino, era un vecchio amico dell’Orsini. L’analogia tra i due teatri è del resto schiacciante. Ma allora come mai l’intuizione di Zolla ha faticato tanto a emergere? Il secolo dei Lumi lascia nell’oblio il cosiddetto Parco dei mostri e anche nel corso del XIX secolo la documentazione più interessante che concerne quel pezzo di terra, la evinciamo da una nota di un contabile che, chiamato a stimare il valore del terreno, lamenta la presenza di molti scogli, scomodi per la messa in lavorazione dei campi. Le immagini di memoria erano regredite al livello di sfondo, tornate alla loro semplice natura di sassi. Intanto, però, lontano da una regione che Pasolini amò proprio per la sua essenza arcaica e rurale, si creavano le condizioni per un radicale cambio di paradigma. Alla fine dell’800, in Francia, il Simbolismo, con i suoi epigoni patafisici e le avanguardie storiche, faceva sì che maturasse una sensibilità in grado di restituire senso alle visioni di Vicino e Camillo. La riduzione cartesiana di una griglia simbolica a un sistema d’assi e, soprattutto, la trasformazione operata da Francis Bacon dell’Idea
del theatro nell’idolo del teatro, avevano reso illeggibile il Sacro Bosco, ora la presa di distanza da quei miti conferiva a Bomarzo il potere di un’irresistibile seduzione. Gli artisti raggiungevano la Tuscia come attratti da un magnete e attorno a esso cominciarono a costruire giardini. Niki de Saint Phalle, Tomaso Buzzi, Daniel Spoerri hanno emulato la Villa delle meraviglie che Salvador Dalí aveva reso celebre.
Così, poco a poco, abbiamo ritrovato la mappa di una cultura che è stata egemone da Tolomeo e Ippocrate sino a Giordano Bruno. Bomarzo è una pianta che s’era resa invisibile pur restando in piena evidenza. Non erano svaniti però gli effetti d’ibridazione di quel mondo che attraverso percorsi carsici del folklore, dell’esoterismo, della massoneria e della poesia, continuava a esercitare una funzione germinale. Un ruolo d’ibridazione che giunge sino a figure inattese, come James Bond, la cui sigla 007 è un omaggio a John Dee, contemporaneo di Vicino Orsini e cresciuto nel medesimo orizzonte di rifermenti. Dee immaginò il simbolo 007 a significare gli occhi del saggio che, oltre l’apparente pluralità delle sette colonne celesti, riconoscono il segreto dell’unità ermetica.

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