“Thoreau: L’America riscopre i diari dello scrittore solitario schierato dalla parte degli ultimi” di HOLLAND COTTER

da Repubblica oggi in edicola
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Henry David Thoreau ( 1817- 1862) in un dagherrotipo del 1856; sopra il diario del 1837 Nell’altra pagina particolare del diario; American Ornithology, libro appartenuto a Thoreau; la chiave della cella in cui fu imprigionato nel 1846; martello, compasso e goniometro di Thoreau. La mostra è alla Morgan fino al 10 settembre
Quando frequentava il liceo, mio padre tutte le estati lavorava come bagnino al lago Walden. Da bambino andavo spesso lì a fare birdwatching, a leggere i diari di Henry David Thoreau e ad assorbire vibrazioni trascendentaliste da quel lago glaciale di acqua limpida contornato di abeti e sentieri. Non ero mai solo, neanche in bassa stagione. Venivano continuamente pellegrini sulle tracce di Thoreau. La piccola baita – lui la chiamava casa – che aveva costruito qui nel 1845, che aveva ammobiliato con una ribaltina in legno di pino dipinta di verde e dove aveva vissuto per due anni, era scomparsa da tempo, ma un tumulo di pietre sparse segnava il punto in cui sorgeva e ogni visitatore gettava una pietra nuova sul mucchio. Era un assaggio di Thoreau: una lezione mora
le (dare, non prendere) e la sensazione di aggiungere qualcosa alla storia. Gli stessi risultati, più o meno, si possono ottenere visitando fino al 10 settembre la mostra This Ever New Self: Thoreau and His Journal alla Biblioteca- museo Morgan di New York. Materialmente, c’è tantissimo Thoreau qui, più di quello che potete trovare a Walden. E guardando la mostra si capisce quanto sia importante averlo qui con noi in questo momento: non solo perché il 2017 è il bicentenario della sua morte, ma perché rappresenta un modello di resistenza in una fase politica lacerante, autodistruttiva e demagogica.
Sono tre gli oggetti centrali della mostra, e due di questi sono fotografie di Thoreau, i soli documenti concreti che possediamo sul suo aspetto. L’immagine più vecchia è un minuscolo dagherrotipo scattato nel 1856, quando aveva 39 anni. Quasi nessuno lo definiva bello (Nathaniel Hawthorne, suo amico e vicino, diceva che era «brutto come il peccato »). Ma molti ricordavano i suoi occhi chiari grigio-azzurri, ed eccoli qui, immortalati in uno sguardo trattenuto, indagatore, che vediamo di nuovo nelle sue fattezze di cinque anni dopo, quando, segnato dalla tubercolosi, aveva ancora solo pochi mesi di vita davanti a sé.
Il cuore dell’installazione è la scrivania a ribaltina di Walden, in prestito dal museo di Concord, Massachusetts. In un certo senso si può dire che l’intera mostra si irradia da questo mobile. Thoreau lo comprò poco dopo essersi laureato a Harvard, quando lui e suo fratello maggiore, John, aprirono una scuola vicino a casa loro, a Concord appunto. Quando la scuola fu chiusa all’improvviso – John morì di tetano a 26 anni dopo essersi tagliato con un rasoio – Thoreau tenne la scrivania. Probabilmente la usò come tavolo da disegno quando cominciò a lavorare come agrimensore (il suo goniometro e il suo compasso sono in mostra). Quasi certamente servì come postazione di lettura per il Thoreau eterno studente, che passava al setaccio testi sacri induisti, guide ornitologiche e trattati filosofici del suo vicino, mentore e amico-nemico Ralph Waldo Emerson. E fu un equipaggiamento fondamentale per lo scrittore a tempo pieno che diventò, privatamente (con il suo diario aggiornato tutti i giorni) e pubblicamente (come conferenziere e saggista). La mostra, organizzata da Christine Nelson della Morgan e David Wood del Concord, è divisa in sezioni corrispondenti alle diverse sfaccettature dell’identità di Thoreau – studente, lavoratore, lettore, scrittore – che usano il diario come filo conduttore: e questo nessuno può farlo meglio della Morgan considerando che quasi tutti i diari sopravvissuti, circa 40 volumi scritti a mano, sono conservati nella sua collezione. Rappresentano uno dei grandi tesori manoscritti di New York e sono il modo più diretto e coinvolgente per avvicinarsi a Thoreau. Nella mostra sono esposti diversi volumi aperti. Attraverso le loro parole prende forma un dramma ed emerge una personalità, sorprendentemente differente dal Thoreau antisociale e frugale della leggenda moderna. Lungi dall’essere un recluso, Thoreau passava gran parte del suo tempo con le persone. Con certe tipologie non si trovava proprio: le autorità presuntuose, quelli che facevano di tutto per mettersi in vista (un breve soggiorno a Manhattan per cercare di entrare nel mondo dell’editoria fu un disastro) e gli ingessati esponenti della borghesia di Concord. Si paralizzava quando si trattava di fare conversazione spicciola e prolungare la socializzazione con una compagnia che non era di suo gradimento lo lasciava sfibrato. Ma era un familiare devoto, un amico coscienzioso e un beniamino dei bambini. Le sue simpatie andavano agli emarginati, agli oppressi: i braccianti irlandesi scaricati nei sobborghi di Concord, i nativi americani espropriati che incontrava nei suoi viaggi. Sua madre era stata una delle fondatrici della Società femminile antischiavista di Concord, sua sorella Helen era un’amica di Frederick Douglass (il celebre intellettuale abolizionista afroamericano) e la sua casa di famiglia era una delle “stazioni” dell’Underground Railroad, la rete clandestina di itinerari e rifugi sicuri messa in piedi dagli abolizionisti per garantire agli schiavi fuggitivi il passaggio verso il Canada. Considerando questo contesto, la notte che passò in prigione, nel 1846, per essersi rifiutato di pagare le tasse a un governo che sosteneva la schiavitù fu un evento meno sensazionale di quello che la storia cerca di far credere. Le azioni più rischiose vennero dopo, quando nel 1854 pronunciò un discorso furiosamente antischiavista sotto una bandiera americana rovesciata e listata a lutto, su un palco accanto a Sojourner Truth, ex schiava e paladina della lotta abolizionista e dei diritti delle donne. E colpì ancora più forte quando prese le difese dell’abolizionista radicale John Brown nel 1859. In entrambi i casi, estrapolò idee e parole dal diario, l’unico luogo in cui si concedeva di parlare in modo libero.
«Quando ieri io e Sophia siamo passati in barca attraverso le terre del signor Prichard, dove il fiume è costeggiato da una lunga fila di olmi e salici bassi, alle sei del pomeriggio, abbiamo sentito una singolare nota di angoscia». Thoreau, pensando che un uccello fosse nei guai, remò fino a riva per aiutarlo, poi vide «un animaletto nero che veniva frettolosamente incontro alla barca. Un piccolo topo muschiato? Un visone? No, era un gattino minuscolo. Abbandonando i suoi miagolii, venne scompostamente sopra le pietre, con tutta la velocità che gli consentivano le sue deboli zampe, dritto verso di me. Lo presi e lo depositai nella barca, ma mentre la spingevo via dalla riva lui la attraversò di corsa tutta quanta fino a Sophia, che lo tenne in braccio mentre remavamo verso casa ». Questa annotazione del diario risale al maggio del 1853, molto avanti nell’arco cronologico che circonda la ribaltina verde nella mostra. A quel punto sarete già passati attraverso la gran parte di una vita istruttiva e generosa. E semplicemente per il fatto di avervi dedicato attenzione avrete aggiunto, come quelli che lasciano una pietra a Walden, qualcosa alla storia: la vostra.
© 2017 The New York Times News Service ( Traduzione di Fabio Galimberti)

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