Emmanuel Carrère da Istambul

di Marco Ansaldo di Emmanuel Carrère
La nuova avventura letteraria, e giornalistica, di Emmanuel Carrère lo porta in Turchia. Dove l’autore di tanti reportage fortunati, come l’ultima raccolta da poco pubblicata, “Propizio è avere ove recarsi” (Adelphi), sceglie un lato meno illuminato, quello dei “soldati di Erdogan”. Cioè quello dei seguaci di un Presidente considerato controverso, avversato sia all’estero sia in patria, ma sostenuto nel proprio Paese da una grande fetta di elettorato popolare, al punto da essere riuscito a vincere quasi tutte le sfide al voto dal 2002 a oggi.
Lo scrittore francese, capace di indagare personalità magnetiche e inafferrabili come quella di Eduard Limonov in Russia (altro suo successo letterario) ed eventi come lo tsunami nel Sud est asiatico (“Vite che non sono la mia”), si immerge ora in una Istanbul a metà fra luci e ombre. Dai piedi della Torre di Galata il suo interprete turco lo porta da una parte all’altra del Bosforo, per indagare le ragioni dei fedelissimi del partito conservatore di ispirazione religiosa. Nell’abitazione di una famiglia molto osservante del credo islamico prova, inutilmente, a opporre le ragioni dell’Occidente e della laicità. Si inoltra poi nelle pieghe di quello che è rimasto della protesta di Gezi Park, rimasto il solo polmone verde nel centro della metropoli, che però il governo ha deciso di radere al suolo per fare spazio a un grande centro commerciale e a una moschea.
E non rinuncia ad ascoltare le voci dell’opposizione, dando il proprio sostegno ai giornalisti del quotidiano “Cumhuriyet”, falcidiati dagli arresti in redazione, dall’editore al direttore al vignettista.
Lo sguardo di Carrère è curioso e vorace. Plana sulle moschee in costruzione, si ferma sulla spianata del museo di Santa Sofia adesso sgombra di turisti, non ignora i movimenti delle acque agitate del Bosforo. E termina in un confronto illuminante con uno scrittore turco emergente, Hakan Gunday, la cui attenzione non a caso si è rivolta su uno dei grandi problemi del nostro tempo, e della Turchia: quello dei migranti in rotta verso l’Europa.
ISTANBUL
Ho appuntamento con Bulut ai piedi della torre Galata, in un quartiere normalmente molto turistico, ora svuotato dei visitatori stranieri; è persino sorprendente sentire così di rado una lingua diversa dal turco in una città cosmopolita come Istanbul. Anche in aereo i passeggeri erano solo turchi. Il Gran Bazar è deserto, non c’è fila d’attesa all’ingresso di Santa Sofia, né alla Moschea Blu. Una disaffezione dovuta sia ai tre attentati che dall’inizio dell’anno – diversamente da quelli di Parigi, diretti soprattutto contro i francesi – prendevano di mira, più che i turchi, gli stranieri venuti a visitare la città (nel momento in cui scrivo si ha notizia di un quarto attentato), sia al fatto sempre più notorio che il Paese sta sprofondando nella dittatura, per cui nessuno ha una gran voglia di venire qui in ferie; ma anche, più semplicemente, perché metà novembre non è tempo di vacanze. Ascolto l’appello alla preghiera mentre aspetto Bulut che arriva in ritardo – cosa normale in una città di 14 milioni di abitanti, nota per i suoi giganteschi ingorghi. Bulut è un ragazzo sulla trentina, giovanile, avveduto, e il suo inglese è talmente raffinato che a volte ho difficoltà a capirlo. Quando gli chiedo se ha vissuto a lungo in Inghilterra o negli Stati Uniti mi risponde di no; la sua maestria gli viene solo dai film e dai videogiochi. Ho reclutato Bulut come “fixer”, un termine con cui nel gergo della stampa si definisce un factotum, uno del posto che oltre a fare da interprete assiste il giornalista straniero, lo aiuta a trovare i contatti di cui ha bisogno, gli fa da spalla. Un bravo fixer è una benedizione, uno scadente può essere una palla al piede; ma ho l’impressione che Bulut sia uno bravo.
Se ho deciso di ricorrere a lui è innanzitutto perché non parlo una sola parola di turco, ma anche per un’altra ragione: a Istanbul è facilissimo per uno scrittore francese incontrare artisti, intellettuali o esponenti del ceto medio colto, occidentalizzato, che parlano inglese o francese e si dichiarano – con toni più o meno veementi – spaventati dagli eventi in corso, denunciando la brutalità, se non addirittura la follia del loro presidente, Recep Tayyip Erdogan. Sono persone che ci assomigliano; anche al di là della lingua, parliamo un linguaggio comune. Ma come incontrare i supporter di Erdogan, gli elettori del suo partito, l’AKP, quella metà della popolazione che approva di tutto cuore ciò che fa paura agli altri – e in via accessoria anche a noi? Incontrarli a cena non è facile; bisogna dunque trovare un’altra strada.
Ho pensato una cosa: i miei reportage per
XXI,
che faccio da quasi dieci anni, durano generalmente due settimane, di fatto suddivisi in due tempi: la prima parte è dedicata ai contatti con persone che mi somigliano, segnalatemi da amici, o da amici degli amici: in Russia
l’intellighentsia
democratica, a Calais i difensori dei migranti. La seconda settimana cerco di allontanarmi da questa base, per quanto posso; e non è sempre facile passare dall’altra parte, quella dei putiniani di base o dei “ Calaisiens en colère”, come si definiscono a Calais i duri contro i migranti. A Istanbul ho deciso di non aspettare la seconda settimana per incontrare i sostenitori di Erdogan; per questo ho reclutato Bulut, un reporter freelance, e al tempo stesso video-artista, membro di un gruppo rock psichedelico, e quando capita anche “fixer”. Il suo ultimo incarico in questo campo è stato per una giornalista francese che svolgeva un’inchiesta approfondita sugli impianti di barba e baffi – un’industria fiorente a Istanbul, che attira, o quanto meno attirava prima che la situazione si degradasse, un’importante clientela mediorientale. Bulut si definisce un turco bianco, maschio, occidentale, nato nella borghesia istambuliana, tutto per essere un privilegiato, salvo che oggi – come osserva con filosofia mentre scendiamo da Petra verso il ponte di Galata per una strada ripida da rompersi il collo – un tipo come lui è nella merda né più né meno come un tempo lo era un povero o di un curdo, perché considerato un traditore della patria, uno di quei nemici interni che sono nel mirino del potere e che in qualsiasi momento possono essere cacciati dal posto di lavoro, privati del passaporto e di ogni tipo di esistenza sociale. È uno di quelli che nel 2013 hanno passato quindici giorni a occupare il giardino pubblico di Gezi in un movimento che è stato il maggio ‘68 dei turchi (di cui conserva un ricordo magico) ma che nel corso dei tre anni successivi hanno perso ogni illusione sul sistema e non possono più costituirsi in gruppo, perché sarebbe troppo pericoloso. E quando gli chiedo se ha un “piano B” alza le spalle : andare in esilio, ma dove? Da Trump in America ? Da Orban in Ungheria? Da Marine Le Pen in Francia? E quando poi gli faccio notare che non è ancora stata eletta si fa una risata: « Vedrete, prima non ci si crede, ma finisce per succedere sempre il peggio, di questi tempi».
Il “ piano B” della classe media
Il “ piano B” è un tema ricorrente tra i trenta- quarantenni che ho incontrato durante i miei primi giorni a Istanbul. Non li nominerò perché tutti quanti mi hanno chiesto, se mai li citassi, di farlo sotto la copertura dell’anonimato. Persone che vivono, o almeno vivevano bene, hanno famiglia e amici, sono avvocati, architetti, editori, cineasti o dirigenti di livello superiore, abitano graziose case di legno nei bei quartieri bobo (contrazione di borghesi e bohème, ndt) come Bebek. E sebbene a priori non abbiano nessuna voglia di andare in esilio, si pongono il problema, che alimenta interminabili discussioni: a quale stadio del processo si sarà costretti malgrado tutto a decidere di andarsene, prima che sia troppo tardi, che le porte si chiudano, che diventi impossibile? Quello dell’abolizione delle classi miste nelle scuole? Del velo obbligatorio? Della criminalizzazione dell’aborto? Del ripristino della pena di morte? Fino a quando si

può fare lo struzzo? Il giorno in cui, non contenti di sequestrare il passaporto a un universitario perché ha firmato una petizione per la pace coi curdi, lo si toglie anche a tutti i suoi familiari, non si è già superato un limite al di là del quale si entra in uno Stato totalitario, ove la nozione di diritto non ha più senso? Uno Stato capace di tutto? Il riferimento all’ascesa del Terzo Reich è sempre dietro l’angolo, e spesso diventa esplicito. Non meno di tre persone mi hanno citato la magnifica, celebre frase formulata dal pastore Martin Niemöller, che qui sta diventando un classico: «Quando sono venuti per i socialisti non ho detto nulla perché non ero socialista. Quando sono venuti per i sindacalisti non ho detto nulla perché non ero sindacalista. Quando sono venuti per gli ebrei non ho detto nulla perché non ero ebreo. E quando sono venuti per me non c’era più nessuno a difendermi».
Per il pomeriggio Bulut ha preso appuntamento con una sua zia paterna, fervente sostenitrice di Erdogan, come lo è del resto anche suo padre; mentre sua madre ha opinioni opposte, ed è la ragione principale per cui i due ultrasettantenni stanno divorziando – a riprova del fatto che in uno Stato totalitario gli interscambi sono possibili solo tra persone con cui si è d’accordo. Dato che siamo in anticipo sull’ora dell’appuntamento, attraversiamo il Corno d’Oro sul ponte di Galata. Non è qui che hanno avuto luogo gli scontri armati durante il colpo di Stato del 15 luglio scorso, ma sul ponte del Bosforo, il cui nome è stato cambiato in “Ponte dei martiri del 15 luglio 2016”, in omaggio ai circa 250 lealisti, in grande maggioranza civili, uccisi dai golpisti quella notte. La targa è stata apposta all’indomani stesso, come se fosse stata lì da sempre – cosa che porta acqua al mulino dei cospirazionisti. Non molti, a dire il vero, perché se Erdogan ha chiaramente approfittato di questo golpe mancato per dare il via a una purga contro i sostenitori del suo ex alleato Fethullah Gülen, sembra assai meno evidente che sia stato lui stesso a organizzarlo.
Appoggiati al parapetto del Ponte Galata si affollano in ranghi serrati i pescatori, coi quali Bulut improvvisa un piccolo sondaggio d’opinione. Li avvicina chiedendo (per quel poco di turco che riesco a capire): «Allora ragazzi, abboccano? » , dopo di che mi presenta come un giornalista francese curioso di sapere cosa pensano della situazione politica. Nell’insieme i turchi sono un popolo affabile, cordiale, più disposto a dire di sì che di no – in questo all’opposto dei russi; ma un giornalista francese dà un po’ fastidio, e non ce lo mandano a dire. Su ciò che avviene in Turchia i media stranieri fanno di ogni erba un fascio, mentre non dicono, ad esempio, che la Francia è a ferro e fuoco. Come Bulut mi fa notare in seguito, evidentemente quei pescatori, che non conoscono nessuna lingua al di fuori del turco, sanno dei media stranieri solo quello che ne riferiscono – con fedeltà discutibile – i media nazionali. Come dimostra ad esempio il caso della sedicente intervista a Christiane Amanpour, giornalista star della CNN che aveva coperto la mega- manifestazione del parco Gezi con una simpatia non gradita al giornale religioso Takvim; il quale allora ha pubblicato una sua intervista con un titolo eloquente: « Dirty confessions from
CNN ». Per essere dirty, lo erano, dato che Amanpour (evidentemente mai incontrata dai giornalisti di Takvim)avrebbe confessato platealmente di aver presentato la Turchia come un Paese sull’orlo di una guerra civile, utilizzando più d’una volta il termine «dittatura», solo per eseguire gli ordini della sua direzione, la quale a sua volta obbediva ai grandi gruppi finanziari, alla lobby ebraica e a quella dell’alcol, ai gülenisti, alla CIA e più in generale a tutti coloro che hanno interesse a far fallire il Paese. Ma come già detto, i turchi sono persone affabili; e una volta espressa la diffidenza nei confronti dei giornalisti stranieri in generale, il singolo giornalista straniero, che di suo non avrebbe nessuna ragione per essere un birbaccione, viene invitato a praticare lo sport nazionale. Che consiste nel sedersi sui piccoli sgabelli attorno al tavolo di un bar all’aperto in riva al Bosforo, a fumare sigarette aromatiche arrotolate a mano senza fretta, che mi fanno rimpiangere di aver smesso di fumare, e sorseggiare il tè servito negli onnipresenti bicchieri a forma di tulipano, chiamati “ Ajda” in omaggio alle forme prosperose di Ajda Pekkan, una cantante degli anni settanta i cui duetti con Enrico Macias sono tuttora in auge su YouTube.
Un omone cordiale dall’aspetto infantile parla del colpo di Stato dicendo che la Turchia non meritava questo. Perché qui di colpi di Stato se ne sono visti, uno ogni dieci anni circa, ma per queste cose bisogna osservare un minimo di regole. Non comprendo bene quali regole siano state violate. Bulut mi spiegherà poi che gli ultimi colpi di Stato, definiti «virtuali» o «postmoderni», consistevano in un comunicato che un generale leggeva alla TV, dopo di che tutti si disperdevano in buon ordine. Ma quest’ultimo caso è costato centinaia di morti, più dal lato lealista che da quello dei golpisti. E soprattutto questo golpe – contrariamente a tutti i precedenti – è fallito. L’omone pensa che dietro ci fosse un mix di kemalisti, di gülen-isti, e ovviamente la CIA, senza la cui benedizione non si prende nessuna iniziativa del genere in Turchia. D’altronde, secondo lui anche per chi non è d’accordo con l’attuale potere la vita quotidiana non cambia di molto. Certo, uno può non essere d’accordo; ma ciò non gli impedisce di bere il tè in riva al Bosforo, di pescare con l’amo e di godersi la vita. Mentre traduce per me, Bulut dice che personalmente condivide quest’analisi, e quando chiedo al simpatico omone se posso citare il suo nome nel mio articolo mi risponde di sì, certamente. Gli tendo il mio taccuino pensando a questo strano spartiacque – chissà, magari è ciò che ci aspetta un giorno: gli intellettuali, che normalmente parlano a proprio nome, quelli come me, per prima cosa mi chiedono di non nominarli; mentre non c’è alcun problema per l’uomo della strada, il cittadino medio su cui si regge un regime
populista. Ricopio il nome sul mio taccuino: Omer Alì Aksu, autista di camion in pensione, nato nel 1955; vi risparmio il suo numero di telefono.
La zia di Bulut abita sulla riva asiatica. È sempre un incanto andare, e più ancora tornare dalla riva asiatica. Al ritorno, la città che ha avuto il nome di Bisanzio e poi di Costantinopoli, la capitale del mondo dopo Roma, si rivela in tutto il suo dorato splendore, i gabbiani volteggiano nel cielo solcandolo con le loro ali e le loro grida. L’andata è un po’ meno spettacolare, ma fa una certa impressione pensare all’immenso blocco continentale che incomincia qui e allinea in un unico tratto Baghdad, Teheran, Kabul, Benares, Pechino, fino a Vladivostok. Sono combattuto tra il desiderio di abbandonarmi totalmente allo spettacolo e l’attenzione che merita il piccolo corso di politica turca improvvisato per me da Bulut. Il partito dominante è l’AKP di Recep Tayyip Erdogan, partito musulmano di obbedienza sunnita, che recluta soprattutto tra le classi popolari e il nuovo ceto medio – e poiché è dominante, tra gli opportunisti. Attualmente – Bulut verifica le cifre sul suo smartphone – ha 317 deputati: molti, ma non abbastanza per poter governare senza una coalizione; ed è una delle ragioni per cui ci si aspetta che a breve Tayyip – come tutti lo chiamano qui – indica un referendum per instaurare un regime presidenziale, o in altri termini, per ottenere pieni poteri. Seguono poi, con 133 deputati, il CHP, partito repubblicano e laico che raccoglie la vecchia élite kemalista; e con 59 deputati l’HDP, il partito filo-curdo, i cui elettori vanno oggi ben al di là dei curdi: tutti i miei conoscenti di Istanbul, gente di sinistra, liberali, ecologisti, votano HDP, anche se è un voto per difetto, e benché i suoi avversari brandiscano contro l’HDP lo spauracchio del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, in cui è difficile non vedere – per quanto si possa essere sensibili alla causa dei curdi – i tratti di un’organizzazione terroristica. C’è infine, con 40 deputati, l’MHP, nazionalista, che si può qualificare di estrema destra.
La cosa più complicata da comprendere per noi è lo status del partito kemalista, abituati come siamo a pensare che in un paesaggio politico i laici siano quelli benevoli. Mustafa Kemal Atatürk, il “padre dei turchi”, era un uomo d’immensa statura, ma certamente tutt’altro che benevolo. Spesso si dimentica che accanto al fascismo, al comunismo e al nazional- socialismo, il kemalismo è stato il quarto dei grandi movimenti autoritari nati dopo la prima guerra mondiale. Ed è anche l’unico dei quattro a sopravvivere ai rispettivi fondatori, rimanendo, a quasi un secolo di distanza, un riferimento sacro per il suo popolo. Atatürk fondò la Repubblica turca sulle rovine dell’impero ottomano, e a tappe forzate condusse il suo Paese orientale verso la modernità occidentale, imponendo l’alfabeto latino ( in una versione irta di dieresi e cediglie) sostituendo il tradizionale fez col cappello a cilindro e arrivando persino a dare, prima di chiunque altro, il diritto di voto alle donne. Chi come lui è ossessionato dall’unità dello Stato-nazione teme tutte le forze potenzialmente concorrenti, e in Turchia queste forze erano sul piano etnico i curdi, e su quello religioso l’Islam, considerati entrambi da Atatürk (e dai suoi successori meno geniali di lui) come fattori di arretratezza orientale. Per il suo superamento non si poteva contare su una classe politica indolente, inaffidabile e corrotta, ma soltanto sull’esercito; ed è questo che ha fatto del kemalismo un cocktail inedito di laicità intransigente, militarismo ferreo e tracotanza elitaria. Il popolo era trattato come un bambino pigro, i suoi rappresentanti eletti non venivano tenuti in nessun conto, e ogni volta che le cose incominciavano a traballare un po’ si sistemava tutto con un colpo di Stato militare: l’esercito riprendeva in mano il timone, per poi riconsegnarlo a un governo che gestiva il potere sotto la sua alta sorveglianza, con la minaccia di un nuovo golpe: all’incirca uno ogni dieci anni. A volte si arrivava fino ad impiccare i ministri sospettati di troppa indulgenza nei confronti della religione o dei curdi. Si può comprendere che quasi un secolo di un regime del genere abbia finito per stancare, e che dalla fine del secolo scorso l’Islam politico sia tornato in auge, come dovunque nel mondo. È questa l’onda che Erdogan ha cavalcato. Eccellente sindaco di Istanbul, poi primo ministro e infine presidente della Repubblica, ha mostrato inizialmente al suo Paese il volto quanto mai seducente di un Islam compatibile con la democrazia e la modernità. Ha finito per vedere se stesso come un secondo Atatürk e contemporaneamente come il suo opposto, amico del popolo e non di una boriosa élite.
Quando il ferry scarica i suoi passeggeri all’imbarcadero di Kadiköy, sulla riva asiatica, Bulut mi mostra nella sala di transito un gigantesco ritratto di Atatürk, in completo e cravatta, i capelli accuratamente lisciatiall’indietro, stile dandy degli anni folli, con un che di Mishima e un pizzico di Rodolfo Valentino. Secondo Bulut questo ritratto è indicativo. Una volta se ne vedevano ovunque, ma proprio ovunque. Da quando Erdogan è al potere si sono diradati, in gran parte li hanno tolti. Ma quello della sala di transito, mi assicura Bulut che passa spesso di qui, prima non c’era, almeno in questi ultimi dieci anni. Allora, domando grattandomi il capo, cosa significa? Chi lo ha riesumato? Vuol dire che si torna ad insistere, dice Bulut, sui valori della Repubblica. Il fatto è che Erdogan naviga a vista.
“ Non meritiamo di essere trattati così”
La zia di Bulut abita a qualche chilometro di distanza, cioè a quasi un’ora di taxi da Kadiköy, in un moderno edificio di semi-lusso che respira il ceto medio: né lower né upper, giusto a metà. Lei è una donna bionda, sorridente, in abito a fiori e senza velo, dall’aria perfettamente occidentale. Ha convocato per il nostro incontro la sorella minore, che le assomiglia molto, il padre – pensionato del settore tessile, baffi bianchi, espressione sagace da vecchio contadino anatoliano – e un vicino di casa «che condivide le nostre opinioni», dice la nostra ospite. Bulut ha giocato a carte scoperte: sanno tutti e quattro di essermi stati propinati come sostenitori di Erdogan, e si adoperano per non deludermi. Ad aprire il fuoco contro l’ UE è il padre, che con voce sorda e fervente accusa gli europei di pretendere troppo dalla Turchia. Istanze, dossier, condizioni da osservare, e non basta mai, non è mai quello che serve, e il vostro Sarkozy parla di noi come se fossimo selvaggi; perciò il nostro Erdogan ha tutte le ragioni per dire che adesso basta e sbattervi la porta in faccia; i turchi sono gente fiera, non meritano di essere trattati così. « Ho 85 anni, tuona il padre, ho visto passare diversi colpi di Stato e se posso dirvi una cosa è che per un uomo come me Tayyip è un figlio, una parte di me stesso » . Con tutto il rispetto per il genitore, le due figlie si mettono a parlare in contemporanea con lui, con pari entusiasmo. In questa confusione di voci sento ricorrere le parole « diktatür… demokrasi… » ,

mentre Bulut, sopraffatto, cerca di tradurre come può. Stanno parlando di quando Erdogan divenne sindaco di Istanbul. A quei tempi la doccia si poteva fare solo ogni due giorni. Lui promise che l’acqua corrente avrebbe funzionato, e adesso funziona. È un uomo che mantiene le sue promesse. Prima dell’AKP c’era ufficialmente un regime parlamentare, ma in realtà era una dittatura militare.
Cerco di infilare qualche parola. E adesso? Come la chiamereste? Non è qualcosa di simile a una dittatura islamista, che ha preso il posto di quella militare? Cerco nel mio taccuino, avevo notato alcune cifre per avere sottomano qualche dato: 60.000 funzionari licenziati tra esercito, scuola e magistratura: la chiusura di decine di emittenti radio e giornali; 50.000 cittadini senza più passaporto, le carceri svuotate dei delinquenti comuni per far posto ai giornalisti e ai più diversi oppositori. Secondo loro è normale?
A questo punto interviene il vicino, un uomo di una cinquantina d’anni che somiglia in modo impressionante a Mahmoud Ahmadinejad – che a titolo personale mi sembrava avesse una faccia interessante, ma a volte le facce ingannano. Con fare posato mi spiega che è sempre così dopo un colpo di Stato; ci sarà stato magari qualche eccesso, ma anche gli altri si sarebbero comportati allo stesso modo, come del resto hanno fatto. Del resto, anche Erdogan era stato incarcerato dai militari laici per aver recitato in un discorso pubblico alcuni versi bellicosamente islamisti, sulle «moschee che sono le nostre caserme, e i minareti le nostre baionette»?
Mentre lo ascolto penso alla cena del giorno prima: ero stato invitato da colleghi del giornale
di antica tradizione kemalista, amabilissimi, coltissimi, perfetti francofoni, assolutamente costernati. Si scambiavano notizie di decine di amici e colleghi in carcere: in alcuni casi condividevano la stessa cella e non se la passavano troppo male, e queste erano buone notizie. Ma tutti quanti erano in ansia per la scrittrice Asli Erdogan ( semplice omonimia), di salute fragilissima, che rischiava di morire in carcere. Ascoltandoli mi sono sentito in colpa per non aver firmato, per eccesso di cautela, una petizione in suo favore che circolava in Francia. E poi, da un argomento all’altro la conversazione si è spostata sull’arresto e la detenzione di Erdogan nel 1999, e tutti sono scoppiati in una fragorosa risata perché è di pubblico dominio che in carcere Erdogan era servito e riverito, forse non proprio come Pablo Escobar che si era fatto costruire una prigione- palazzo, ma quasi; ai guardiani aveva proibito di incrociare le gambe e di fumare in sua presenza, perché gli dava fastidio (sembra che addirittura vada a frugare nelle tasche di chi lo circonda alla ricerca di pacchetti di sigarette che getta nella spazzatura con gesto rabbioso); e che la sua cella – di fatto un piccolo appartamento – si chiudesse dall’interno. Un dettaglio che mi ha deliziato, questo chiavistello interno. Ma ecco che Ahmadinejad torna alla carica. Dice che Erdogan è un uomo semplice, che l’esercizio del potere non lo ha minimamente reso arrogante – una palese enormità, ma non ho il tempo di menzionare il palazzo di 1200 stanze che si è fatto costruire ad Ankara, al cui confronto quello di Ceausescu era una casetta di periferia. Gli elogi intanto continuano a tutto spiano. È un uomo integerrimo – altra enormità, dato che a somiglianza della Russia di Putin, la Turchia di Erdogan è una cleptocrazia. Sembra anzi che la situazione abbia cominciato a inasprirsi tre anni fa, dopo che su Internet era circolata la registrazione di alcuni colloqui telefonici tra Erdogan e suo figlio su come mettere al sicuro alcuni milioni di euro in contanti per sottrarli a un’inchiesta in corso.
A parti rovesciate
A questo punto riprende la parola la sorella minore, militante dell’A-KP dal 2004, che un giorno, mentre faceva volantinaggio sul viale Istikal – gli Champs-Elysées di Istanbul – fu bloccata e insultata da alcuni kemalisti. Certo, è deplorevole – rispondo – ma per riprendere il loro argomento sulla normalità delle purghe all’indomani di un colpo di Stato, non pensa che la stessa cosa potrebbe accadere a parti rovesciate?
Ma come? A parti rovesciate? Quelli dell’AKP che insultano o maltrattano i kemalisti? La signora sorride della mia ingenuità. No, una cosa del genere è impossibile, e se mai avvenisse non potrebbe trattarsi di veri militanti dell’AKP, ma sicuramente di agenti provocatori, di curdi o kemalisti infiltrati.
Quest’argomento invero spropositato – se un membro dell’AKP è cattivo non può essere altro che un finto membro dell’AKP – Bulut me lo traduce senza ironia; ed è un tratto del suo carattere che mi piace, quest’impegno a essere comunque corretto e comprensivo, a mettersi dalla parte di chi sta parlando. In ogni caso non c’è in lui nulla di elitario, e per quanto i discorsi dei nostri ospiti possano essere stravaganti, è sensibile, come lo sono anch’io, alla loro buona fede, al loro candore, alla loro generosità. Mentre parlano a voce altissima interrompendosi a vicenda ci servono ininterrottamente il tè e ci offrono meravigliosi baklawa fatti in casa. A un dato momento della discussione il padre si ritira, e penso che vada a fare la siesta, ma mi sbaglio: è l’ora della preghiera. E lui non manca mai unico della famiglia – di osservare i riti. Gli altri, che pure si dicono buoni musulmani, in questo sono più disinvolti: è una faccenda privata. Nessuno di loro pensa che la sharia dovrebbe prevalere sulle leggi civili. Il loro sostegno a Erdogan non è in alcun modo legato a un qualche tipo di fanatismo islamico. Ciascuno nella sua vita ricerca la giustizia e segue la via del Corano, ma senza volerla imporre a nessun altro. Un cristiano o un ebreo che vivono sinceramente la loro fede valgono né più né meno quanto un musulmano; la Turchia non è mai stata governata in nome di Allah, e non lo sarà mai. Non è questa la volontà di Erdogan.
Dopo la preghiera il padre torna prendere il suo posto. Si stava parlando di religione, ma lui non ha seguito la conversazione, e riprende invariato
il filo del suo pensiero: Tayyip è il pastore del suo popolo, la sua guida, e gli dona ciò che veramente desidera. Ahmadinejad, che mastica qualche parola d’inglese, rincara la dose con una formula evidentemente imparata a memoria: «Whatever we feel, he does. Whatever he does, we feel » . La zia di Bulut racconta di aver fatto molti viaggi all’estero, in Birmania, in Pakistan, nel Niger, per conto di un’organizzazione caritativa; e dovunque, quando diceva di essere turca, la guardavano con occhi sgranati, quasi benedicendola. Erdogan è la voce di tutti i deboli, di tutti gli oppressi del mondo, di tutti coloro che hanno bisogno di protezione, e per questo è così cordialmente detestato dai ricchi egoisti occidentali, europei e americani.
È quasi ora di salutarci. Mi offrono in dono un oggettino in ceramica, in verità piuttosto grazioso, opera della sorella maggiore. Prima di dirigerci verso la porta la più giovane mi chiede: ma lei, Emmanuel, cosa ne pensa? Mi prende alla sprovvista, ma decido di essere sincero. Amo la Turchia, rispondo, ma non vorrei vivere qui oggi. Non mi piacerebbe vivere in un Paese in cui la politica occupa tanto spazio, in cui praticamente non si parla mai d’altro, e obbligatoriamente con gente che la pensa allo stesso modo. Dico di diffidare di Erdogan – indubbiamente influenzato dall’opinione dominante nel mio Paese – ma se scrivo articoli di questo genere è per ampliare la mia visione, per incontrare persone che non la pensano come me e riconoscerne la buona fede.
Li vedo scuotere la testa, mi abbracciano, ci salutiamo. C’è però una cosa che non ho detto: mi sono chiesto se nella Germania degli anni 30 avrei potuto trovare persone altrettanto simpatiche, nella loro sincerità, tra i militanti del giovane partito nazionalsocialista.
Questo Paese da amare, ma difficile da vivere
Per quanto mi possa accadere facilmente di condividere il parere dell’ultimo che ha parlato, devo dire che i parenti di Bulut, coi loro dolci squisiti e la loro commovente ospitalità, mi sono sembrati più convinti che convincenti. Ovviamente non credo che la propaganda dell’AKP e quella dell’opposizione o della stampa estera si possano mettere sullo stesso piano. Mi sembra evidente – e non solo per via delle mie affinità so-
cio- culturali con gli oppositori – che sono questi ultimi ad aver ragione. Ragione di allarmarsi per la deriva autoritaria del loro presidente, ragione di pensare che in questo modo il Paese va a sbattere contro un muro, ragione di temere per se stessi e per chiunque voglia pensare e vivere liberamente. Come ha detto una mia amica, che pure ha chiesto di restare nell’anonimato: fino a tre anni fa Erdogan guidava l’automobile guardando ogni tanto a destra e a sinistra: un’occhiata all’Islam, un’altra all’Europa. Ora le cose sono cambiate: ci sono state le primavere arabe e le loro sconfitte, che hanno annientato il suo sogno di diventare leader di un Paese a maggioranza sunnita. C’è stata la gioiosa ribellione di Gezi che gli ha fatto paura. E peggio ancora, alcuni procuratori di obbedienza gülenista hanno avuto l’ardire di avviare un’operazione “ mani pulite” prendendo di mira le grandi clientele dello Stato, la cerchia delle persone più vicine e persino la famiglia del presidente. Che da allora tira diritto. La sua automobile non ha più freni, perché sa che se si fermasse, o se soltanto rallentasse, sarebbe in gioco la sua sopravvivenza politica. È bastato che si sentisse minacciato dall’emergere di un partito di sinistra credibile e da un leader curdo, Selahatim Demirtas, un giovane e brillante avvocato che potrebbe essere l’equivalente turco di Tsipras, per indurlo a revocare la tregua e a rilanciare all’est del Paese una guerra civile da incubo, dove la polizia e l’esercito turco si sono distinti riesumando una tradizione di brutalità e torture degna di
Fuga di Mezzanotte.
Quanto all’Unione europea, Erdogan la tiene in rispetto accogliendo sul territorio turco, in cambio di un bel pacchetto di miliardi di euro, tre milioni di rifugiati siriani: in qualsiasi momento, se non è contento, può aprire i confini e lasciare che tutta quella gente dilaghi verso di noi. È una minaccia che incute timore. Ma se fosse un bluff, per un Paese che ha il secondo esercito della NATO, voltare le spalle all’Europa e ritrovarsi accerchiati da Paesi alleati o satelliti della Russia sarebbe un bluff pericoloso. « L’unico modo per risolvere la situazione, mi dice un amico scrittore, è che qualcuno lo ammazzi; e quanto prima lo fa, tanto meglio».
Una cosa che mi colpisce qui è vedere fino a che punto, agli occhi di tutti, la situazione di un intero Paese dipenda da un uomo solo, che lo si ami o meno; e dal punto di vista di chi non lo ama, dalla
hybris
da cui è visibilmente affetto da alcuni anni. Il dramma della Turchia non è la crisi economica,
per quanto colpisca duramente, né la ribellione dei curdi, che chiederebbe solo di placarsi; e neppure la pericolosa prossimità della Siria; ma è la crescente paranoia, la mania di grandezza, il rifiuto del dialogo da parte di un uomo che ha rappresentato una speranza, mentre oggi è di per sé una maledizione. È un annoso dibattito, che occupa interi capitoli di
Guerra e pace:
i rispettivi ruoli, nella storia, del grande uomo e dei grandi movimenti che fanno muovere le società. In Turchia la società non ha più la sua parola da dire. Il grande uomo è il destino del Paese: è Tayyip. Per questo la zia di Bulut esulta e canta le sue lodi, mentre i miei amici sperano nella sua morte, pur sapendo che ci vorranno anni per ricostruire il sistema scolastico, la giustizia, la polizia. Per questo tante persone gioviali, normalmente portate all’edonismo, ora dormono male la notte, si imbottiscono di ansiolitici, vivono nella paura costante di essere a loro volta arrestate e si azzardano sempre meno a esprimersi sulle reti sociali che in Turchia sono infestate da un esercito di AKtroll, i troll dell’AKP. Per questo, quando alla loro tavola ho avuto la leggerezza di dire che malgrado tutto la vita quotidiana non ne risente poi tanto, che è sempre piacevole bere il tè e fumare lentamente una sigaretta guardando il Bosforo, ho suscitato l’indignazione generale. Certo che la vita quotidiana ne risente, anzi ormai non esiste più, non c’è nient’altro che la vita politica, e questa vita politica è una catastrofe.
Dove sono gli intellettuali di regime?
Uno degli assiomi di Erdogan è che la stampa che canta le sue lodi è seria e imparziale, mentre quella che lo critica è di parte, venduta ai nemici dell’interno e dell’estero; ed è per questo che nell’interesse generale, così come lo intende l’AKP, la stampa «venduta e di parte» praticamente non esiste più. Ma giacché ci sono, mi piacerebbe incontrare qualche rappresentante della stampa “ imparziale”. Dato che conosco quasi esclusivamente esponenti dell’opposizione, sarei curioso di farmi un’idea di come sono gli intellettuali favorevoli al regime. Mi avevano parlato di un certo Yigit Bulut, un pubblicista, consigliere personale del presidente, che parla molto alla TV e ha quasi un milione di abbonati su Twitter. Yigit Bulut

espone alcune teorie che mi lasciano perplesso: secondo lui c’è un complotto per assassinare Erdogan mediante telecinesi. Quanto alle manifestazioni di Gezi Park, sarebbero state fomentate dalla Lufthansa, che non sopportava l’idea di vedere l’aeroporto di Francoforte, oggi il più grande del mondo, surclassato dal futuro nuovo aeroporto di Istanbul – un altro dei progetti faraonici del presidente. Quando gli ho parlato del suo quasi omonimo ha storto il naso. Da un lato – lo ammetto volentieri – Yigit Bulut non è esattamente ciò che s’intende per un intellettuale; dall’altro è francamente paranoico, come molti sostenitori del regime, e difficilmente afferrabile. Certo, non sono mancati gli intellettuali, di cui alcuni stimabilissimi, che hanno sostenuto Erdogan. Ma in questi ultimi anni, da quando la deriva autoritaria è divenuta eclatante, tutti quelli che conservavano un po’ di lucidità e di onore si sono allontanati da lui. L’intellighentsia, mi dice Bulut, è sordamente o apertamente ostile al governo. Alcuni sostenitori storici dell’AKP, come i fratelli Ahmet e Mehmet Altan, sono oggi in carcere, colpevoli del crimine di gülenismo; gli altri si muovono rasente ai muri, errando come fantasmi.
In breve, non ho avuto modo di incontrare intellettuali erdoganiani, né personaggi pubblici che lo sostengono – se non forse la deliziosa presentatrice di una delle molte emittenti televisive di Stato, che oltre a essere deliziosa mi ha detto varie cose abbastanza interessanti, abbastanza sincere – a condizione, ahimè, che rimangano
E dopo averla salutata penso alla mail del mio amico José, un francese che ama la Turchia e abita da dieci anni a Istanbul. «Si può comprendere che questo valzer cacofonico di sedie in cui esercito, laicisti, islamisti di ogni tipo hanno cambiato sedia tante volte e così velocemente, nella storia recente, passando da quella dei buoni a quella dei cattivi e viceversa, possa dare le vertigini e chiunque non sia turco – e persino agli stessi turchi. Ma tanto è sempre così: siamo in Turchia». (Quest’espressione fatalista, a un tempo ironica e affranta, la si sente ripetere spesso nelle circostanze più diverse, come ad esempio – mi dice un altro amico – quando un’ambulanza, non paga di arrivare in ritardo, al momento di parcheggiare investe il malato che la stava aspettando: «Eh sì, siamo in Turchia…»).
Mi sono domandato spesso, nel corso di queste due settimane a Istanbul, come vivono, in questa situazione, le persone che sento vicine: scrittori o artisti che in tempi normali si tengono lontani dalla politica, per un misto di cautela, inappetenza e predilezione per la sfera privata. Mi sarebbe piaciuto poter fare qualche domanda su questo tema al grande regista turco Nuri Bilge Ceylan, ma al momento sta girando; e chi conosce i suoi film, realizzati in orgogliosa autarchia, pensa che non sia tipo da concedere interviste durante la lavorazione di un film. Ho avuto invece modo di incontrare Hakan Gunday, uno scrittore quarantenne con un fisico che ricorda quello di Balzac. È forse l’autore più riconosciuto della sua generazione: ha ottenuto il premio “ Médicis étranger” per
Ancòra,
un romanzo potente il cui protagonista è un ragazzino che lavora al servizio del padre trafficante di uomini in riva all’Egeo.
Il tema, ancorché politico, è trattato su un registro intimo, il solo a cui Hakan sia veramente interessato. Perché qui – mi spiega – le posizioni
possibili sono tre. O si entra nel gioco, e allora si è condannati a svegliarsi ogni mattina in un Paese diverso; si cade in preda alla follia dell’attualità, perché tutto si muove a una velocità tale – il valzer delle sedie descritto dal mio amico José – da diventare un’ossessione che investe la vita intera. Oppure, al contrario, ci si ritrae in una visione a lungo termine, accettando con fatalismo di essere nati nel Paese sbagliato e nel momento sbagliato; si pensa che ci vorranno trenta, quaranta, cinquant’anni perché le cose cambino. Anche se certamente da qui a dieci anni Erdogan sarà morto, dopo di lui sarà magari anche peggio. Allora ci si rifugia nel proprio guscio, nel privato – nella misura del possibile, e sempre col rischio di essere scovati anche lì. O infine, si cerca di prendere le distanze, e invece di seguire ogni tappa del gioco come un criceto che giri in tondo nella sua gabbia ci si sforza di comprendere le regole del gioco. In linea di principio, per Hakan è questa la scelta da preferire; ma confessa di essere in fondo come tutti gli altri, cioè di oscillare tra le tre posizioni. Se c’è qualcosa che possa fare, che abbia una qualche utilità – come ad esempio impegnarsi per la liberazione di Asli Erdogan – allora lo fa, ed è il minimo, se non lo facesse non riuscirebbe a dormire né a guardarsi nello specchio. Ma per lui è soprattutto importante continuare a lavorare. Scrivere romanzi, storie, non articoli o tribune. Cercare di essere universale, non prigioniero della meteo- politica turca. E quando va oltre confine, essere uno scrittore, non un portavoce da cui ci si aspetta immancabilmente un’opinione sulla Turchia.
Ascoltandolo penso a qualcosa che mi ha spesso colpito in Russia. Uno scrittore inglese o francese può scrivere su ciò che gli pare e piace, l’amore, l’amicizia, il tempo che passa, la vecchiaia che arriva, i giardini che fioriscono e appassiscono, la paura della morte: nessuno si aspetta che parli in particolare dell’Inghilterra o della Francia. Mentre al contrario, da uno scrittore russo ci si aspetta che parli della Russia, di cosa vuol dire essere russo. Per lui la russità è molto più centrale, meno opzionale della francesità nel caso di un francese. Ed è esattamente la stessa cosa per uno scrittore turco: quello che si vuol trovare in lui è innanzitutto la sua turcità. Ed è contro questo che giustamente insorge Hakan Gunday: essere uno scrittore, mi dice, vuol dire far sentire la complessità del reale, essere un uomo prima di essere turco. E ricorda un grande romanziere degli anni 70, Ouzbek Atay, che fu rimproverato con veemenza perché in un Paese in fiamme scriveva romanzi psicologici. Allo stesso modo, nel suo Paese che continua a bruciare, dove praticamente il fuoco non si è mai spento, anche lui vuole poter scrivere romanzi psicologici; anzi, lo considera come un atto di resistenza, forse il solo modo a lui accessibile di fare politica. Io cercavo, in tutta questa confusione, un interlocutore con cui identificarmi, e penso di averlo trovato: se vivessi nel suo Paese, o se il mio si avviasse su quella strada, credo proprio che cercherei di comportarmi allo stesso modo.
– Copyright © 2017 Emmanuel Carrère All rights reserved – (Traduzione di Elisabetta Horvat)
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