“Cronache di un viaggiatore in mondi diversi dal nostro” di ALBERTO ASOR ROSA  

Comincerò questa volta con un ricordo personale. Anni or sono (non si dice mai quanti), procedevo a passi lenti e tranquilli per il sentiero di una campagna toscana a me molto cara. Il sole, sebbene già alto, dardeggiava senza fastidio sopra la mia testa. Dopo aver percorso un ampio curvone, tra le fronde di un boschetto non rilevante ma fresco e piacevole, sbucai dall’altra parte su di un
rettilineo abbastanza lungo (un chilometro circa) e guardai davanti a me. Nella solitudine circostante, un signore procedeva nella direzione opposta verso di me e a poco a poco mi si avvicinava: diritto come un fuso, passo energico e armonico. Man mano che la distanza fra noi diminuiva, ne scorgevo i particolari: i calzoni corti, una borsa a tracolla, la camicia negligentemente aperta sul petto; poi, più da vicino, la fronte alta, lo sguardo limpido e fermo. Quando fummo a due passi, ci fermammo; e lui fece: «Salve! Sono Stefano Malatesta». Era allora né più né meno come lo rappresenta la foto che spicca sulla copertina del suo ultimo libro: un’imponente raccolta dei suoi articoli giornalistici, pubblicata, come prima di una serie omologa, dalle edizioni Clichy.
La scrittura di Stefano Malatesta, giornalistica o narrativa che sia, è com’era il suo passo: energica, elegante, equilibrata, ferma, decisa. E al tempo stesso tutto questo ma non troppo: se Malatesta lo vuole, a seconda degli argomenti e degli umori, può anche essere allusiva, scherzevole, ironica, affettuosa. Se il grande camminatore si ferma e si guarda intorno, come accadde quel giorno, una inesauribile conversazione può cominciare con il lettore (o con l’amico).
Questa raccolta, che porta come titolo semplicemente il nome dell’autore: Stefano Malatesta, riserba molte sorprese. Stefano è stato un grande viaggiatore (Iraq, Iran, Asia, centrale, Mongolia, ecc.); ma qui di resoconti di viaggio nel senso letterale del termine non c’è traccia (vedremo in che senso, tuttavia, il viaggio è presente). La sorpresa consiste innanzi tutto nello scoprire che un numero molto alto di questi articoli riguarda i suoi rapporti, diretti o indiretti, con personalità della letteratura, della cultura o dell’arte, contemporanee o no, italiane e straniere: Ortese, Landolfi, Parise, Tabucchi, Soldati, Arbasino, Sciascia, Octavio Paz, Noel Coward e Cole Porter, Camilleri, Piva, Valentino Zeichen, “mio fratello”; e: Schifano, Giacometti, Picasso, Frida Kahlo, Kahnweiller (più di una volta), Capote, Dalí, Warhol, Van Gogh, Tàpies, Echaurren; oppure su di un altro piano, Bernini; oppure, su di un altro piano ancora, i sapienti mercanti d’arte romani del dopoguerra, Plinio De Martiis e Pico Cellini; oppure, su di un altro piano ancora, i misteriosi collezionisti di opere d’arte e di monete antiche, come il barone Cammarata, di Enna in Sicilia… Non è semplice, e forse anche vano, cercare di tracciare un filo rosso continuo fra l’uno e l’altro di questi articoli-saggi. Si potrebbe dire, in generale parlando, che di ogni figura Malatesta restituisce i tratti fondamentali con attenzione e rispetto, ma anche con l’intento di decifrare atteggiamenti e linguaggi, di andare costantemente oltre la superficie e, se se ne presenta il caso, anche di scoprire qualche altarino.
Ma non c’è solo questo nel libro. Anche se non troviamo, salvo pochi casi, resoconti di viaggi suoi, costante è il riferimento al mondo “altro”, quello che non coincide, anzi si discosta spesso violentemente dal nostro: sia che ricordi la vicende della banda Amhara al servizio degli italiani sconfitti in Etiopia durante la seconda guerra mondiale, o le avventure di Ella Maillart, «una delle due o tre più grandi viaggiatrici del secolo», o le disgrazie belliche, e non solo, degli inglesi in Afghanistan nel corso dell’Ottocento (argomento anche di un suo bel libro, Il napoletano che domò gli afghani, 2002).
Ma c’è ancora di più, o, più esattamente di diverso. Il talento “indagatorio” di Malatesta sembra emettere i suoi acuti più strepitosi in presenza di due specifiche fonti d’ispirazione (che evidentemente nascondono qualcosa di suo, che preme per venir fuori).
La prima riguarda il mondo, per lui particolarmente affascinante, dei falsi e dei falsari d’arte: Bartoli (Firenze, anni ’50); Celio Malaspini (Venezia, secolo XVI), Joni (Siena anni ’30 e ’40); Hebborn (Londra, anni ’80 e ’90).
La seconda il mondo delle grandi battaglie perdute: la selva di Teotoburgo, Waterloo, Caporetto, le Somme.Evidentemente Malatesta non s’accontenta di descrivere e raccontare quello che tutti gli altri vedono. In lui c’è l’ambizione, più o meno consapevole, d’andare sempre (anche laddove non c’è né falso né sconfitta) oltre la mera apparenza delle cose. Forse è questo cui allude quando scrive: «L’autoreferenza nei giornalisti è una pratica detestabile, ma in questo caso (in molti dei suoi casi, io penserei) indispensabile ». Per guardare le cose, bisogna innanzi tutto sapere chi si è, e come si guarda: e lui di sicuro lo sa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
* IL LIBRO Stefano Malatesta. Les Méridiens, gli articoli indimenticabili dei grandi giornalisti italiani ( Clichy, pagg. 544, euro 25)

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