Luca Serianni lascia l’insegnamento; ultima lezione “Scrivete sé stesso con l’accento su sé” di PAOLO DI PAOLO

Il colpo d’occhio sull’aula I — facoltà di Lettere della Sapienza — impressiona: non solo per come è stipata, ma perché contiene studenti e studiosi di tre o quattro generazioni. Da chi aveva vent’anni negli Ottanta a chi li ha compiuti in questi anni Dieci: intorno alla cattedra di Luca Serianni, fra i nostri maggiori storici della lingua, è cresciuta un’autentica scuola. Ieri però, per la sua lezione di congedo dall’insegnamento, si avvertiva qualcosa di più che un principio di nostalgia.
A commuoversi — durante l’interminabile applauso conclusivo — non erano soltanto (e comprensibilmente) i più adulti, i depositari dei ricordi, ma gli allievi in corso. Quelli che — almeno sulla carta — potrebbero mostrarsi, verso un docente, più distratti, indifferenti, severi, erano lì a salutarlo in piedi e con gli occhi lucidi. Manifestando un rispetto che — da ventenni verso un settantenne — raramente accade di vedere.
Serianni se lo è guadagnato in quasi quarant’anni di docenza: professore di prima fascia dal 1980 alla Sapienza, dove si era laureato dieci anni prima, ha speso nella didattica le energie che molti suoi colleghi tendono a risparmiare. Senza pose giovaniliste, senza concessioni al pressappochismo, senza confusione di ruoli, ha letteralmente dialogato con i suoi studenti, ricordandone i nomi e i volti direi uno a uno, valorizzando i talenti «senza coartarne le inclinazioni e gli interessi».
Fra teoria e prassi dell’insegnamento, d’altra parte, si è sviluppata la sua ultima lezione, ricordando in apertura i tanti allievi affermati (con molte scuse per «l’ostentazione contabile») e i maestri «alti su di me», da Arrigo Castellani a Ignazio Baldelli, a Tullio De Mauro. «L’immagine di serena razionalità » che Serianni attribuì a Castellani in occasione della scomparsa, funziona anche per il grande allievo: la chiarezza espositiva, di cui dà prova parlando e scrivendo, il garbo assoluto, la compostezza appena scaldata dall’ironia. Ribadendo la propria unica, inderogabile pretesa sugli studenti — che scrivano “sé stesso” con l’accento — l’aula I è esplosa in un boato. Poi Serianni ha richiamato le sue annuali lezioni di grammatica storica — centinaia e centinaia di studenti, negli anni — , si è soffermato sull’importanza degli esami come momento essenziale di contatto umano fra docente e allievo, tutt’altro che routinario o burocratico. «Chi fa l’insegnante scommette sui propri scolari», ha detto, sgombrando il campo dai luoghi comuni sugli studenti di oggi — magari un po’ meno in grado di concentrarsi a lungo, ma capaci di straordinarie aperture culturali. Nella media più bravi, comunque, dei loro genitori e nonni.
E i prof? Occorre che si guardino da due rischi: quello di «conoscere molti mestieri ma tutti male», come il Margite di un poemetto greco antico, e al polo opposto un arido iper-specialismo, frutto di «anguste frustrazioniaccademiche» bene interpretate da un personaggio di Pirandello — quel Bernardino Lamis che ha per studenti solo i loro impermeabili, lasciati ad asciugare sulle sedie.
Insegnare, un po’ come scrivere, è una questione di stile; e Serianni — come faceva nei corsi di allenamento alla scrittura professionale — ha lasciato all’uditorio un piccolo vademecum. Suggerimenti, proposte, esercizi possibili. Nell’ora di italiano non è in gioco, come spesso si crede, solo la confidenza con la letteratura, con i classici; viene da lì l’attrezzatura di parlanti consapevoli, in grado di usare i registri, di cogliere le sfumature, di dare profondità e struttura al pensiero. Il docente di lettere ha un grosso carico sulle spalle, ma non è un tuttologo: non ci sono solo apostrofi e congiuntivi, non ci sono solo Tasso e Foscolo; c’è la necessità di acquisire, da parte dell’allievo, una tecnica dell’espressione corretta ed efficace. Il fallimento della competenza elementare della propria lingua materna è pregiudiziale — sostiene Serianni — per il successo in qualsiasi altra materia. E forse — lascia intendere — anche un po’ nella vita. Così, non è strano che, chiudendo il suo discorso di saluto all’università, Serianni citi la Costituzione. La “disciplina” e l’”onore” che essa richiede a un funzionario pubblico, e anche qualcosa in più. Chi rappresento io per voi?, ha chiesto — un po’ per gioco, un po’ sul serio — Serianni ai suoi ultimi studenti. Senza attendere la loro risposta, approfittando del loro silenzio stupito, ha detto: rappresento lo Stato. Lo Stato, ha chiarito ieri, nel senso più profondo che ha questa parola. Una parola, d’altra parte, non è mai solo una parola — e nelle migliaia di ore di lezione, nei suoi numerosi saggi, nei profili di storia linguistica, nelle grammatiche che ha curato, nei vocabolari che ha aggiornato, Luca Serianni ha dimostrato soprattutto questo. Forse per tale ragione finisco di scrivere questo pezzo — come non facevo da anni — con un vocabolario accanto, il Devoto- Oli da lui curato con Maurizio Trifone. Per ansia, come un esaminando, per rispetto. E perché sui banchi — mentre Serianni faceva lezione — ho sentito che un vocabolario non è tanto il «libro della vita» di un linguista, ma lo è di chiunque stia al mondo, conscio di quale strano e immenso dono sia la lingua che chiama sua.
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LO STATO
Cosa rappresento io per voi? Lo Stato Che è più di una parola
LINGUISTA
Luca Serianni ha insegnato Storia della lingua italiana per quasi quarant’anni

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