“LA RESISTENZA DELL’APPENNINO” di Paolo Rumiz

da Repubblica
LA RESISTENZA DELL’APPENNINO
PAOLO RUMIZ
DIETRO i ritardi della ricostruzione post-terremoto in Appennino c’è qualcosa di molto più grave: il collasso dell’Italia minore. Ci sono gli abbandoni iniziati già venti-trent’anni prima, c’è l’incapacità o l’impossibilità dei comuni di montagna di gestire un rischio sismico e idrogeologico diffuso, c’è il loro sentirsi periferia subalterna pur essendo il baricentro dell’Italia. E c’è, per finire, l’accanirsi contro i deboli di burocrazie troppo spesso permissive con i forti. In questo, il sisma offre la radiografia di un Paese in bilico tra due mali eguali e contrari: immobilismo rigorista e spregiudicate soluzioni affaristiche. Il Far West e il nulla.
L’osso dell’Italia è un brutto affare. È sismico e franoso, e proprio per questo collega centri abitati dove si ricostruisce da zero da millenni. La tempra delle popolazioni appenniniche — che emerse dopo l’Unità nella resistenza inaudita dei loro soldati sul fronte del ‘15-‘18 — nasce anche da questa coabitazione con forze telluriche che le obbligano a rimboccarsi le maniche ogni secolo o anche meno. Lo si è visto in tempi relativamente recenti. Il 13 gennaio 1915 il terremoto fece trentamila morti nella Marsica, tra Lazio e Abruzzo, in zone non lontane a quelle dell’ultimo sisma d’Appennino. Ma la terra non fu abbandonata, nonostante la mobilitazione generale che portò al fronte tutti maschi validi. Rimasero le donne, e la comunità rimase abbarbicata al campanile crollato, ai magri orti a terrazzo, ai suoi animali.
Oggi non è più così. Il sisma è diventato un’altra cosa. Non solo uno spietato collaudatore di ciò che è stato mal costruito (Amatrice è stata rasa al suolo mentre Norcia non ha avuto nemmeno un morto in presenza di una scossa di gran lunga più tremenda) ma anche un acceleratore di processo. Una calamità che rischia di portare gli abbandoni a un punto di non ritorno e spezzare per sempre le comunità. È soprattutto questo che ci vede cambiati rispetto a un secolo fa: una scelta di sviluppo che privilegia i centri a spese delle periferie, una tendenza di marketing che non scommette più su un’Italia minore che pure è la vera ricchezza del Paese. La montagna non porta voti. I politici lo sanno, anche se sono figli di quel mondo.
La razza appenninica è ancora forte. Uno degli effetti collaterali del terremoto è che a rimanere sono stati talvolta i più forti, i più innamorati della loro terra. Ho visto anche giovani tornare alla campagna, scommettere su scelte nuove e leggere — agricoltura biologica, pastorizia, agriturismi, turismo ambientale — dopo la stagione fallimentare dei grandi alberghi e la corsa agli ipermercati. Ma attorno a costoro è come se mille voci ripetessero: «Ma chi te lo fa fare…», «I Comuni sono in bolletta… e tu ti romperai le corna contro infiniti divieti…».
L’unico bar di Amatrice, a dieci metri dalle transenne: per ogni abitante del posto, dieci rappresentanti dell’apparato. Polizia, pompieri, vigili urbani, carabinieri, militari, protezione civile, funzionari regionali e altro. È rimasta una macchina che ha, certo, un milione di gatte da pelare, ma che si nutre di emergenze e trasferte, e troppo spesso sancisce di esistere mostrandosi fiscale nel momento sbagliato sul set della grande distruzione. Vedi il campeggio abusivo di Ussita, costruito anni fa in zone ad alto rischio idrogeologico e fatto smantellare dal giudice proprio ora che quei bungalow sarebbero utili per propiziare il ritorno degli sfollati.
L’Appennino è una montagna “antica”, verace, e in questo rappresenta il nostro passato. Ma può anche essere il nostro futuro, nel senso che il terremoto può farci ritrarre sconvolti di fronte allo spettro di una montagna desertificata e obbligarci a invertire la tendenza. Nell’interesse dell’intero Paese.

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