MATURITÀ, SCELTA A SORPRESA “Vi dico chi era Caproni una poesia nuda e cruda” di VALERIO MAGRELLI

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Giorgio Caproni
PRIMA di commentare la scelta del tema per la maturità, bisogna dare ascolto agli studenti, e concordare con le loro proteste. Malgrado sia morto nel 1990, Giorgio Caproni, in sostanza, è una voce recente, che quindi, molto spesso, si studia poco, male e troppo in fretta. Insomma, per quanto importante, la sua produzione resta comunque esclusa dal canone scolastico, ossia dal novero degli scrittori che si analizzano con la dovuta attenzione.
EPPURE la decisione di eleggerlo a classico va salutata con gioia, perché oltretutto la sua scrittura si mostra spoglia e diretta, addirittura sconcertante per la francescana nudezza. Diverso sarebbe stato, per capirci, indicare Zanzotto, altro grande maestro, ma assai più complicato, ameno a una prima lettura. Caproni, infatti, può essere affrontato anche senza conoscerlo da vicino.
Del resto, la sua stessa biografia suona scarna, essenziale: nato a Livorno, trasferitosi prima a Genova poi a Roma, fu partigiano, maestro elementare e traduttore dal francese. Magrissimo, arguto, defilato, inseparabile dalla sigaretta, amava suonare il violino.
Certo, chi volesse approfondirne l’opera dovrebbe partire da quella “ontologia negativa” che affascinò Calvino.
Come per Nietzsche, anche per Caproni “Dio è morto”, al punto da trasmettere, come per contagio, il senso di una disperata “teopatia”, cioè un malessere dato dalla mancanza di Sacro.
Così, la condizione della nostra esistenza si configura come un esilio. Ma tutto ciò non viene espresso in una cupa lingua da tragedia, bensì quasi scherzando, con movenze da arietta, da stornello o canzone (c’è chi ha pensato a Saba), tra vocalizzi e cori, rime e arpeggi. Buono a sapersi, diranno i candidati, ma come ce la caviamo noi, noi che non l’abbiamo fatto (dove «fatto» significa «commentato in classe»)?
Ebbene, una volta tanto, il testo parla da solo, a condizione di saperlo ascoltare. Già nel titolo, dal termine «versicoli», trapela l’amara ironia dell’ispirazione. Queste non sono le roboanti strofe di un Manzoni, bensì poveri “trucioli“, simili a quelli di un altro poeta, Camillo Sbarbaro, ligure e amato da Montale. Proprio come una celebre composizione di quest’ultimo («Non chiederci la parola… »), quella di Caproni inizia con due negazioni, in forma di divieti rivolti alla rapacità degli uomini: rispettiamo la natura, mari e libellule, venti e pini.
Va bene, sì, ma come la mettiamo con le improvvise apparizioni del lamantino e del galagone? Tranquilli: forse, prima di comporre la lirica, nemmeno Caproni sapeva cosa significavano questi due termini (una specie di tricheco e una piccola scimmia). Essi, anzi, vengono evocati proprio perché sconosciuti — a indicare l’infinita varietà della Terra e dei suoi nomi. Caproni, insomma, usa parole difficili solo per dimostrare la ricchezza di quel creato che stiamo rovinando. Quanto all’imprenditore che distrugge il globo, beh, io parlerei di profezia: vi dice niente Trump e la rottura del trattato sul clima?
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Versicoli quasi ecologici è la poesia di Giorgio Caproni scelta dal Miur per la tracciadella prima prova della Maturità 2017 di tipologia A, ossia l’analisi del testo.

Nella poesia scelta, l’autore parla dell’azione dell’uomo sulla natura ponendola in un’ottica negativa per tutto il componimento.

Il testo, dunque, è una critica all’impatto dell’uomo sulla natura, che secondo l’autore è portatrice di amore, perché secondo Caproni l’amore finisce dove “finisce dove finisce l’erba e l’acqua muore”. Vediamo l’analisi del testo e il commento.

Leggi anche Maturità 2017, prima prova: le tracce proposte dal Miur

Versicoli quasi ecologici, Giorgio Caproni: analisi del testo

La poesia di Giorgio Caproni, dunque, è un elogio alla natura e una condanna all’azione dell’uomo su di essa. Di seguito la lirica dell’opera:

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

Nel componimento di Caproni, gli equilibri ordinari si ribaltano e la natura diventa protagonista, mentre l’uomo viene relegato in secondo piano.

L’autore, che nasce nel 1912 e dal punto di vista letterario subisce le influenze di Eugenio Montale e Camillo Sbarbaro, include questa poesia nella raccolta Res Amissa, pubblicata postuma nel 1991 (ma scritta nel 1972).

Nella poesia, viene espressa l’idea che a turbare l’equilibrio uomo-natura è principalmente l’uomo che ha la capacità di portare la propria specie verso un suicidio collettivo.

Attraverso la sua azione distruttiva sulla natura, infatti, l’uomo distrugge anche se stesso, perché l’essere umano ha bisogno di essa per vivere.

Al contrario, la natura non ha bisogno dell’uomo per vivere e prosperare (Come/potrebbe tornare a essere bella,/scomparso l’uomo, la terra).

A dare ritmo al testo ci sono diversi enjambement (una frase che continua al verso successivo, dividendo due parole che dovrebbero essere unite nello stesso verso) e nella poesia ne è presente più di uno (L’amore/finisce, Dove/sparendo la foresta, Come/potrebbe tornare).

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