“Le mille luci di Palermo” di Francesco Merlo

da Repubblica oggi in edicola

 

Le mille luci di Palermo
Dolce & Gabbana, lo show più lungo E la città riscopre la sua antica bellezza
Per quattro giorni il capoluogo siciliano trasformato da una festa nelle strade e nei palazzi con 450 ospiti arrivati da tutto il mondo e filmati da Tornatore
FRANCESCO MERLO
PALERMO.
Torna città del mondo, Palermo, con le sue donne brune che “non si chiudono”, direbbe Vittorini, ma anzi “si aprono” negli scialli scuri e nel nero che Dolce e Gabbana hanno liberato dallo stereotipo del lutto di mafia, così come Camilleri ha liberato la guantiera di cannoli che Vito Corleone e Totò Cuffaro avevano degradato a simbolo della politica collusa con la criminalità. E chissà se davvero sta finendo — incrociamo le dita — l’era della ricotta come impasto del potere, la coppola e i baffi come promessa di omicidio, le “cose duci” — le cose dolci — come consapevole oltraggio alla legge: “Leave the gun, take the cannoli, posa la pistola, prendi i cannoli”. Di sicuro oggi il mondo veste Palermo e il mondo legge Palermo…, e di sicuro in questa Palermo non sarebbe riuscito il furto di quella Natività di Caravaggio che dal 1969 è ossessivamente ricercata, forse più di Matteo Messina Denaro.
Non più sedute davanti alle porte delle case a predire sventure con quel mormorio che fermava l’aria, le donne di Dolce e Gabbana non sono solo quelle fotografate da Scianna e filmate da Tornatore e poi da Sorrentino, ma sono le siciliane che — una le vale tutte — rilanciano il mistero della fertilità e della libertà meridionale e «finalmente si riaffacciano ai balconi» dice Domenico Dolce che ha aperto quelli del palazzo del Gattopardo: «Me li ricordavo sempre chiusi; chiusi all’immaginazione e all’orizzonte».
È dunque Giulia, una palermitana mozzafiato, «ma bionda e con gli occhi azzurri», la modella che venerdì sera ha aperto la grande sfilata femminile di piazza Pretoria, 120 vestiti unici che si chiamano Angelica, Santuzza, ma anche Tancredi e Turiddu, e Maria Immacolata, che è il bianco del candore assoluto. «Giulia ha la parlata — dice Dolce — arrotata e strascicata, l’accento di un dialetto che non è il pittoresco mafioso ma è la bellezza». È la cadenza lenta delle città capitali, l’americano di Washington, il veneto di Venezia, la cantilena di Roma, il ritmo ondulato dell’ozio e della superbia. Dolce è fiero di parlare così. E a Stefano Gabbana piacerebbe parlare così. Anche la spalla del palermitano elegante “è sciddicata” come la lingua, e Toni Servillo (napoletano di Afragola) nel film “È stato il figlio”, che Ciprì trasse dal romanzo di Roberto Alaimo, era così bravo che, in silenzio, gli bastava muoversi per “suonare” palermitano.
Davvero Palermo rovescia gli stereotipi? Il sindaco Orlando ci crede: «Dobbiamo riprenderci tutta la tradizione che la mafia ci ha sporcato ». Scrive Gaetano Savatteri nel suo divertito e appassionato “Non esiste più la Sicilia di una volta” (Sellerio), il libro che per primo ha segnalato questa nuova primavera: «Nel mondo centinaia di migliaia di persone comprano e indossano le sottane che sembrano quelle delle nonne e le canottiere che sembrano quelle dei nonni, proprio quando le nonne e i nonni siciliani hanno abbandonato per sempre nell’armadio sottane e canottiere». Dolce mi racconta che, da ragazzo, sentiva “forse” di essere omosessuale. E lo disse alla madre: «Sai, mamma, forse io sono fatto in quel modo». E lei: «Se non provi, come puoi saperlo? Prova e poi scegli la tua vita». Ed ecco che di nuovo uno stereotipo, quello della mamma ipernutritiva e ingombrante, propone la libertà nel suo rovescio; ed eravamo nel 1973, a Polizzi Generosa, un paese arroccato sulle Madonie: «D’inverno nevicava e, quando ero bambino, in casa non c’erano né acqua corrente né luce elettrica». Oggi a Polizzi quando c’è un problema telefonano a lui, a Domenico Dolce, a Mimì, che ha restaurato la Chiesa, ha rifatto la Cappella, ha portato la Croce Rossa, e ha cucito l’abito — pizzo, seta e oro — per la Madonna delle Grazie. Gli chiedo se crede in Dio: «Credo nella Madonna, io sono mariano». La mamma appunto, la natalità: Maria e il bambinello sono Sara Dolce e il suo Mimì.
Perché nella moda ci sono così tanti omosessuali? «Credo che sia solo più facile dichiararlo. Ma la sessualità non va sventolata come una bandiera». Nella mafia non ce ne sono: «Io frocio, tu morto» diceva il boss De Niro allo psicanalista (“Terapie e pallottole”). Renzo Arbore sostiene che «ci sono luoghi, alcuni mentali, nei quali la mafia non entra». E cita Taormina, Capri, Portofino…
Giuseppe Tornatore ha filmato i 450 ospiti di D&G che sono atterrati a Punta Raisi con i jet privati (154 solo nella giornata di giovedì) oppure hanno ancorato i loro yacht a tre piani con giardini e palme nane nel porticciolo di Villa Igea, e non solo per contendersi i pigiami e i capi unici e per indossare i gioielli e i foulard con su scritto “pasta con le sarde”, ma anche per affacciarsi ai balconi finalmente riaperti su Palermo, quest’anno capitale dell’alta moda appunto, ma pure capitale italiana dei Giovani, e il prossimo anno capitale della Cultura ma anche dell’arte contemporanea con la mostra Manifesta, una delle più importanti del mondo, che si aprirà il 15 giugno del 2018 e progetta il recupero di ben 186 edifici storici. «Dolce e Gabbana — dice il sindaco con quel suo famoso faccione che il tempo non ha troppo lavorato — hanno messo il bollo sulla svolta, sul nostro cambiamento di rotta. Ho cominciato la mia avventura nel 1980 quando fu ucciso Piersanti; Palermo era la capitale della mafia, oggi la stiamo trasformando in capitale della cultura internazionale. Voi giornalisti qui venivate solo per la mafia ». Non c’è più la mafia? «Certo che c’è, ma la città, anche sul piano culturale è davvero cambiata ».
Mi colpiscono la pulizia delle strade, il risanamento delle municipalizzate, il tram, le zone pedonali, il recupero dei palazzi nobiliari, lo charme di Piazza Marina, la stazione dentro l’aeroporto, l’illuminazione, il car sharing, le biciclette, e gli attori che sono ormai una scuola, Emma Dante, Ficarra e Picone, Lo Cascio, Pirrotta, Piparo…. E c’è la Sellerio, che in Italia è la potenza del piccino. La città è un tripudio di discussioni, di cene nei cortili, di ipotesi di futuro, di set cinematografici in un mondo che, diceva Bufalino, «è naturaliter cinema». E nessuno l’ha capito meglio di D&G che in questi quattro giorni ha usato come fondale il mare e come colonna sonora le campane, e poi la luna piena, e i picciotti con la coppola, le strade e le fontane, i limoni stampati pure sui tappeti, la Cavalleria Rusticana e i mille modi di cuocere le melanzane, e ha vestito tutto e tutti, più architetti che stilisti (e perché no? visto che Zaha Hadid firmava vestiti e Rem Koolhaas ha disegnato scarpe per Prada). Ed è bello che anche la festa di Santa Rosalia non sia più solo il fumo e la folla dove sgomitano i malacarne al seguito del Dio mafioso ma che ci sia invece una direzione artistica, assegnata con un bando biennale. «E via Libertà somiglia ad Avenue Montaigne» mi dice allegramente Simona, una bella signora milanese che gira il mondo e ha studiato arte e sa che già Wagner la paragonò agli Champs-Élysées. «È la prova che non ho sprecato la mia vita» si compiace Orlando.
«Arte contemporanea e moda: se oggi c’è una differenza è a favore della moda» sostiene Stefano Gabbana che di Domenico ha la stessa mobilità degli occhi chiari, sensibili a ogni bagliore di luce e a ogni parola, mutevoli dall’allegria al rammarico, dal riso (tutto negli occhi) sino alle lacrime. Non ho esperienza di sfilate e di alta moda ma mi accorgo subito che questa festa somiglia alle vendite ai privati dello squalo in formaldeide, all’Art Basel di Basilea, Hong Kong e Miami Beach, ad Artissima di Torino, al Miart di Milano… Ne accenno a Tornatore: «È un mondo che anche io conosco poco». Di sicuro, concordiamo, l’arte contemporanea e l’alta moda «sono i soli luoghi in cui il non senso è un valore».
I ricchi clienti di D&G preferiscono restare anonimi, come i collezionisti d’arte. E però sono esibizionisti e l’esibizionismo discreto è un ossi- moro. Si lasciano dunque fotografare con i loro tesori addosso. Ho trovato la stessa insolenza di chi si insacca in jeans bucati o si sbraca in calzoni corti facendo finta di non curarsi del modo di vestire. C’è la vanità di una principessa greca che mi ricorda certe maschere dissipate della Dolce Vita, e c’è chi si sottrae alle mie provocazioni. Ma c’è qualcuno che risponde a tono: «No, non sono un artista» mi riprende un signore alto e altero, capelli lunghi e bianchi, tanti anelli, pantaloni a fiori, lingua francese: «Ammetterà però che grazie ai disegni e ai colori che indosso, anche la sua mente, chissà, potrebbe aprirsi ». Sta dicendo che si veste così per me? «No, ma le offro nuovi punti di vista. Davvero lei pensa che la sua cravattina blu sia più elegante della mia giacca rosa?». C’è pure qualcuno che ti spiazza per ironia e per fantasia. Chiedo a una signorain abito lungo di pizzo, e corona in testa: è vero che siete tutti miliardari? «Non è vero. Ma penso che un miliardario che capisca l’arte sia migliore di un miliardario che non la capisce ». Perché, in genere, non volete dire i vostri nomi ai giornalisti? «Per discrezione, intanto. E per non parlare di danaro». Ma io non ho trovato qui il petroliere texano, il magnate russo, lo sceicco arabo, la moglie di Abramovich… «È vero che nel mondo è altissimo il numero dei poveracci, ma ha idea di quanti miliardari ci sono?». Per noi giornalisti, dico, è più facile raccontare i poveri che i ricchi. «Cominci col dire che qui la vera sfilata la facciamo noi».
Ci passa davanti un’ungherese, Valerie von Sobel, è incinta: «Sono una filantropa», dice. L’abito e il cappello sono un’installazione che ha bisogno di qul suo corpo strano. Senza il corpo infatti i vestiti ballano come raccontava il siciliano Rosso di San Secondo. I giornali inglesi hanno pubblicato una foto di Kate a Wimbledon con un D&G bianco, attillato, in polkadot e poi una foto di Camilla con lo stesso vestito. Stava bene ad entrambe. Qui a Palermo invece vedo tessuti sgargianti, sbuffi, pieghe, spalline e sbalzi che esaltano le disarmonie. E ho visto diventare attraenti corpi che non sono fatti per le morbidezze della seduzione, l’abito “strano” li risarcisce e li riforma, e qualche volta basta un serpente disegnato sulle labbra, come nel caso dell’ereditiera giapponese Eriko Yagi, per arrivare alla bellezza. Nell’uragano di disegni, stampe, colori, camicie a rovescio, pigiami e tuniche, capita pure il contrario: la bellissima Xenia Lukash, che ha un viso di diavola russa, indossa una tuta troppo corta e diventa solo gambe.
E allora cerco i difetti. Ci sono signore atticciate che, fasciate di pizzo bianco, diventano letteratura. E la goffaggine dei movimenti di un tipo in accappatoio a scacchi bianchi e neri e note musicali è come l’inadeguatezza dell’uomo senza qualità, che fu la vetta del Novecento. Qualcuno vela con l’allegria della giacca esibita la malinconia dello sguardo; altri rivelano nelle vestaglie e nelle pantofole a fiori la sofferenza del curarsi di sé; c’è una signora tedesca che possiede — mi dicono — il Duty Free del suo paese ma per gli acquisti qui si porta dietro il suo personale Style Advisor; un’altra indossa un abito sontuoso che le dà sembianze regali ma solo da ferma perché quando cammina la coda del vestito finisce sotto le scarpe degli altri, anche delle mie.
L’abito da collezione è come una piazza, raduna la gente e fa discutere e anche grugnire. I modelli unici racchiudono centinaia di ore di lavoro e sembra quasi di accarezzare la miopia della sarta Pina nei coralli di Sciacca cuciti uno ad uno. Ci sono scienza e sapienza di colori, misure, tessuti, ricami che sono reddito e sono un’Italia che funziona. E si capisce che vengano indossati solo in certi momenti fatali, come questi di Palermo e come nei vernissage della Biennale di Venezia o nella notte degli Oscar, quando tutti vogliono sembrare pezzi unici o rari, magari solo per truffare gli organizzatori che sistemano gli invitati (e i giornalisti) in cerchi concentrici come le schiere degli angeli, degli arcangeli, e dei cherubini.
E però, a differenza che nell’arte contemporanea, qui non c’è l’imbroglio e il danaro è vero. Non si paga un vestito con un altro vestito come si fa con i quadri. E il prezzo è sempre fuori rango.
Gabbana, che è milanese ma si presenta come la prova che “siciliani non si nasce ma si diventa”, mi ha permesso di visitare la loro barca, la Regina d’Italia: la cucina d’acciaio dello chef Saverio, la sala di comando in cuoio nero, la cabina di Dolce con il copriletto di visone, i bagni in marmo nero con mani ottonate e colli di giraffe per maniglie, la sala da pranzo con i due grandi mori veneziani in legno e gesso, e le sedie antiche con le tappezzerie leopardate… Il lusso è quello allegro e spavaldo che un po’ aspira e un po’ fa il verso ai saloni di specchi di Palermo, agli arazzi e ai cristalli, ai tappeti e ai lampadari, alle case nobiliari insomma che la città di Orlando sta, a poco a poco, restaurando a cominciare dalle facciate che mi dice Tornatore «girando in Vespa, proprio con Dolce e Gabbana, le ho visto ripulite. È un altro segno, insieme con una nuova socialità senza diffidenza, di quel cambiamento che, incrocio anche io le dita, fiuto nell’aria di questa Palermo». Ma «la fatica — sospira la sovrintendente Maria Elena Volpes — è grande perché è fatica di rieducazione ». Affacciati dunque ai balconi di Palazzo Ganci, gli ospiti hanno guardato le 14 coppie di danzatori che, nella piazza Croce dei Vespri su pedane rotonde di legno bianco hanno reso omaggio a Claudia Cardinale e Burt Lancaster ballando il valzer di Verdi e poi mazurke, polke, quadriglie mentre dai balconi di fronte e di lato, più che dalle strade transennate, molti palermitani li guardavano guardare, ed è un altro omaggio alla Sicilia letteraria, quella dei balconi appunto, perché Palermo è sempre palcoscenico e remake di qualcosa, come i gioielli di D&G che per i miei occhi inesperti somigliano tutti alla collana che costò la libertà al grande imbroglione palermitano Cagliostro e compromise per sempre la reputazione di Maria Antonietta, che infatti ci rimise il collo. Ogni tanto un cliente si allontana con un discreto venditore e la teca si svuota del prezioso. Il disegnatore di gioielli Petr Axenoff è uno dei 450 ospiti. La donna più ricca è Isabel Dos Santos, figlia del presidente angolano, grande avvocata d’affari formata nel King’s College. Ci sono il comico americano Harvey, con la moglie e almeno due figli, uno dei quali, bello a mamma sua, ha chiesto e ottenuto di sfilare (sua sorella lo fa per professione). E c’è la famiglia dell’ex pilota Nelson Piquet. «È un club» dice Dolce, che dichiara di amarli davvero: «Non è un rapporto venale » giura. L’hashtag è #Dgfamily.
Anche se hanno nuovi amori, D&G sono, dice Gabbana, «una coppia per sempre» : non la giustapposizione di due individui, ma una terza individualità. Molto più di una somma. È una concrezione non disaggregabile, come l’acqua che è fatta di idrogeno e ossigeno, ma non è più né idrogeno né ossigeno. La Sicilia di Gabbana è quella del conflitto originario tra acqua e fuoco, tra mare e vulcano, la sua terra ideale è la sabbia nera di Stromboli che eccita invece i nervi di Dolce, il quale cerca la pace di Portofino, che è il mare d’eccellenza dei milanesi. Calvo, «praticamente da sempre e per destino perché erano calvi, papà, gli zii, il nonno», Dolce non crede che la pelata sia più avanti nell’evoluzione della specie distanziandosi di un altro passo dalla pelosa scimmia. «I capelli — dice Gabbana toccandoseli — proteggono la testa. Ci sono cose ben più inutili che l’uomo è destinato a perdere ». Per esempio? «Le dita dei piedi non servono a niente. Afferri qualcosa con la dite dei piedi?». «No — risponde Dolce — però li puoi smaltare».
È famosa la vostra permalosità — dico — con i giornali, con tutti: chi è l’attaccabrighe? Gabbana: «Ci difendiamo». E Dolce: «Io attaccabrighe? Ridillo e ti faccio vedere come metto i puntini anche sulle A».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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