Elezioni e social media

Testo di GIULIANO ALUFFI da Repubblica, inserto Robinson del 30/07/17
“Forgiamo i nostri strumenti, e poi questi ci forgiano”: l’aforisma attribuito a McLuhan ( in realtà coniato dal suo amico e collega John Culkin) fotografa oggi il nuovo rapporto tra social media e démos. Dopo la luna di miele tra Twitter, Facebook, le Primavere arabe e # OccupyWallStreet, in cui i social hanno ammaliato con il loro potere di mobilitazione civile e alimentato sogni e utopie, la relazione tra democrazia e social network è andata in crisi. Un rapporto diventato più ambiguo, tra fake news e post- verità, e che secondo molti ha cambiato faccia al pianeta, influenzando, per esempio, i risultati della Brexit e le elezioni americane. Sappiamo che i social condizionano la nostra vita privata, ma come sta avvenendo la mutazione digitale di quella pubblica? Come sta trasformandosi, per esempio, l’idea di “partecipazione”? Una risposta è quella del giornalista e scrittore britannico Simon Kuper, che nell’articolo “ Come Facebook sta cambiando la democrazia” sulFinancial Times ci mette di fronte a una dura realtà: la segretezza del voto non esiste più, e ogni like che lasciamo è un tassello in un’autoschedatura volontaria di massa che dà poteri mai visti prima a chi vuole orientare le opinioni. Per di più su tutto questo vigila un solo vero giudice: Facebook stesso. «Se la politica diventa capace di manipolare il cittadino come i pubblicitari», chiosa Kuper, «siamo finiti».
Qual è, oggi, l’impatto di Facebook sulla democrazia?
«Immaginiamo che tu sia una persona di colore che vive in Michigan. Usi Facebook e, prima delle elezioni americane, sul tuo news feed appare un video che mostra una Hillary Clinton anni Novanta mentre parla di “super predatori criminali privi di empatia” riferendosi ai ragazzi delle gang metropolitane. Seguono pochi secondi di un confronto recente con Bernie Sanders dove lui biasima come razzista la vecchia frase di Hillary. Ora: magari pensavi di andare a votare per Hillary, ma questo video su Facebook ti ha appena fatto cambiare idea. Di sicuro non andrai a votare per Trump, ben pochi afroamericani lo fanno, ma hai appena deciso che ti asterrai. L’annuncio ti è stato inviato in modo mirato dagli organizzatori della campagna di Trump: sapevano bene che non avresti mai votato repubblicano, ma volevano solo sottrarre un voto a Hillary. Nel caso delle elezioni inglesi, invece, i Tories hanno usato una strategia diversa: hanno cercato di convertire gli utenti Facebook identificati come possibili elettori di Corbyn mostrando loro un video con degli ex laburisti che spiegavano perché questa volta avrebbero votato conservatore».
L’anno scorso gli attivisti del “Remain” hanno mostrato agli utenti Facebook inglesi, che hanno messo il “ mi piace” a qualche squadra della Premier League, il messaggio “Con la Brexit sarà più difficile per la tua squadra acquistare calciatori stranieri!”. Ma qui siamo ancora oltre: gli esperti dei social media sanno già addirittura per chi voteremo?
«Lo psicologo Michal Kosinski sostiene che da soli sessantotto like di un utente Facebook si possono predire il colore della sua pelle (con accuratezza del 95 per cento), l’orientamento sessuale (88 per cento) e quello politico (85 per cento). Dagli studi di Kosinski è nata Cambridge Analytica, società di ricerche che sta dietro il successo del “Leave” nel referendum sulla Brexit e ha aiutato Trump a strappare ai democratici gli Stati chiave delle presidenziali. Se guardano la tua pagina Facebook in gennaio, possono prevedere cosa voterai a novembre anche se ancora non hai pensato una sola volta al voto. La tua pagina Facebook “dice” agli esperti di Cambridge Analytica — e società analoghe — se andrai a votare o no, e per quale partito voterai. Le tue opinioni politiche non sono più private: sono conosciute da Facebook e dagli esperti di marketing che pagano per i dati di Facebook. Di fatto il voto non è più segreto».
Tanto più che proprio qualche giorno fa un’altra società di marketing legata ai repubblicani, Deep Root Analytics, ha accidentalmente reso pubblici dati, su quasi duecento milioni di americani, che comprendono le preferenze politiche… «È in corso una profilazione di massa. Cambridge Analytica afferma di raccogliere profili personali che contengono da tremila a cinquemila dati, con informazioni non solo anagrafiche e sui “mi piace” ma anche sugli acquisti online. E dati psicometrici — raccolti grazie ai quei test di personalità o sulle “ parole più usate” che compiliamo per gioco su Facebook — che permettono di classificare la persona secondo i criteri Ocean (apertura mentale, coscienziosità, estroversione, piacevolezza e nevrosi). Questo fa sì che si possa indirizzare a un utente profilato come “nevrotico” un messaggio politico basato sulla paura, a un utente classificato come “estroverso” un messaggio giocato sul concetto di “stare insieme agli altri”. Sui social si sono viste, per ogni messaggio pro Trump, migliaia di versioni leggermente differenti per parole, toni, immagini. Veri e propri esperimenti, i cui risultati, ordinati per Stato, hanno permesso a Trump di definire le parole d’ordine, come il muro col Messico, da usare di volta in volta nei comizi pubblici, a seconda dei temi più pressanti per gli elettori locali».
Quindi Facebook sta cambiando il linguaggio della politica?
« I partiti possono praticare un’efficace doppiezza senza rischiare accuse di incoerenza, perché ogni iscritto a Facebook vedrà soltanto i messaggi indirizzati a lui. Per esempio nelle elezioni inglesi dell’8 giugno, mentre in pubblico il Labour è rimasto volutamente ambiguo sulla Brexit, su Facebook ha mostrato spot pro Brexit agli inglesi del Nord, più ostili al mercato unico europeo, e spot anti Brexit ai londinesi, più cosmopoliti».
Ma c’è davvero differenza col vecchio “porta a porta” elettorale? Anche quello è un contatto individuale con l’elettore… « Il modo più efficace di vendere, sia che tu venda sapone che un partito politico, è faccia a faccia. Idealmente vuoi che, il giorno prima delle elezioni, il tuo incaricato si presenti alla porta del signor Smith e dica: “Caro John, sappiamo che ti piace il nostro partito. Ma sappiamo anche che quest’anno probabilmente pensi di non andare a votare, e vorremmo invitarti a farlo”. Questo tipo di visite è ancora molto utile. Ma è dispendioso. E su Facebook sai già tutto sull’elettore ancora prima di arrivare alla sua porta: non perdi tempo bussando alle porte di chi non voterà per te, o di chi ti voterà in ogni caso. Le sole persone davvero importanti in una campagna sono quelle che potrebbero votarti. E sui social media puoi sapere chi sono».
Si può fare anche buona politica sui social media?
«I costi contenuti delle campagne “social” consentono anche a partiti piccoli o del tutto nuovi di far sentire la loro voce, magari cavalcando abilmente il passaparola e i meccanismi “virali”. Quindi, potenzialmente, Facebook, Twitter e simili possono arricchire il panorama politico. E ridurre il distacco tra politici ed elettori: a questo proposito trovo molto interessante “Town Hall”, il nuovo strumento lanciato da Facebook — per ora solo negli Stati Uniti — che mette in contatto i cittadini con i loro sindaci e consiglieri comunali. Riguardo ai problemi per la democrazia evidenziati prima, concluderei così: chi lavora a Facebook non li ignora, e ne è preoccupato quanto me. Quindi è probabile che Facebook cercherà dei rimedi. Quello che le dico oggi tra un anno sarà già diverso: forse peggiore, ma forse migliore». ?

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