“La lunga notte della ragione che cancellò l’idea della tolleranza religiosa” di LUCIO VILLARI

Il 24 agosto del 1572 la Francia fu insanguinata dal massacro di San Bartolomeo contro la popolazione ugonotta. Una ferita sanata solo dopo la Rivoluzione
Il sogno svanì in una notte di fine estate del 1572.
A quel tempo Montaigne, nel suo castello, aveva iniziato gli Essays e nel cielo poetico della Francia splendeva la Pléiade, la costellazione di Ronsard e dei suoi sei amici, unita nel segno del verso alessandrino e del linguaggio libero, aperto ai diversi generi letterari e ai grandi sentimenti. Il sogno era quello di una Francia pacifica, tollerante, dove cattolici e protestanti, come già stava avvenendo, potessero continuare a convivere; dove i problemi dinastici tra i Valois al potere e gli incombenti Borbone e le rivalità tra famiglie nobili, soprattutto i cattolici Guisa e i protestanti Condé, si potessero placare. Dove le striscianti lotte di classe potessero non esplodere.
Ma era un sogno avvelenato. Dal 1562 la Francia viveva una “guerra civile”: improvvise e spietate guerra di religione che avrebbero avuto una tregua soltanto 36 anni dopo, con l’Editto di Nantes (1598) che prometteva il rispetto reciproco tra le fedi.
I cieli d’Europa non erano però meno tempestosi di quelli francesi. Il Concilio di Trento, terminato da pochi anni, seminava ovunque odio, anatemi all’eresia luterana e calvinista, repressioni, inquisizioni, Indici di libri e di pensieri proibiti. Nel 1571 una Lega cattolica voluta dal Papa, da Venezia e dalla Spagna, aveva sconfitto a Lepanto il nemico di sempre: i Turchi. Pochi mesi dopo, a Parigi, dove in un clima di apparente concordia erano convenuti cattolici e protestanti per festeggiare il matrimonio di Margherita di Valois con Enrico di Navarra, una follia collettiva, un complotto feroce ordito dal fratello di Margherita, re Carlo IX, e dalla madre Caterina de’ Medici, bigotta e spietata, si scatenò nella notte tra il 23 e il 24 agosto dell’anno successivo.
L’ordine del re era di uccidere nel sonno tutti gli ugonotti residenti a Parigi e in altre città. Ugonotti era il nome dei protestanti, perlopiù calvinisti che negli anni ’60 del secolo, sotto il re Francesco II, rappresentavano in Francia una forza politica e culturale molto influente anche a corte. Fu una “soluzione finale” che doveva estirpare per sempre dal suolo cattolico della Francia l’erba cattiva dell’eresia. «Uccideteli tutti» aveva detto il re, senza risparmiare i bambini, per evitare che qualche seme di quell’erba potesse sfuggire allo sterminio.
Fu questa “la notte di San Bartolomeo”. Bande di fanatici assassini sorpresero nei loro letti migliaia di uomini donne e bambini massacrandoli senza pietà. L’ammiraglio Coligny, leader carismatico degli ugonotti e forte personalità politica, fu pugnalato nel suo letto, buttato dalla finestra e fatto a pezzi sul selciato.
I versi di un poeta e il resoconto di un italiano che viveva a Parigi, sono la sola testimonianza, quasi in diretta, di quanto avvenne quella notte. L’italiano si chiamava Filippo Sassetti, lavorava come spia degli inglesi, e il suo accurato rapporto di pochi giorni dopo l’accaduto — sotto forma di una lettera a un amico e intitolato Brieve raccontamento del gran macello fatto nella città di Parigi il vigesimo quarto giorno di agosto d’ordine di Carlo nono di Francia — riporta: «Furono usate crudeltà grandissime contra le donne e i fanciulli, onde erano senza riguardo alcuno uccise, quantunque molte di loro fossero gravide. Un orafo si vantò d’averne con le sue proprie mani scannate più di 400 d’ogni sesso e qualità. Un prete nomato Potrì n’uccise più di 500, come mi è stato affermato; e un altro ha detto a me averne morti nel suo quartiere 700 con le sue mani …».
I versi sono di Agrippa d’Aubigné: Les tragiques: un poema cui d’Aubigné diede il respiro di un racconto biblico, con ampi riferimenti alle Scritture. L’opera fu lungamente elaborata (sarebbe stata pubblicata nel 1616) ma la descrizione di quella notte resta come una vivida, potente protesta: «(La Francia) vide e soffrì in sé la plebaglia armata / schiacciare la giustizia sfigurata ai suoi piedi. Le orde corazzate delle bestie infuriate / gli squadroni degli operai abietti / tremila vite straziano preziose […]».
Le sue parole tracciavano un affresco, storico, teologico e politico, sulla strage, sulla Francia del tempo e su un sogno che andò perduto fino alla rivoluzione francese: quello dell’eguaglianza fra gli uomini, della tolleranza fra le religioni, della netta separazione fra Stato e Chiesa. E anche l’attuale Costituzione francese è lambita dall’eco di quei fatti del 1572: una Costituzione che ha per Preambolo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, e che recita nell’articolo 1: «La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione. Essa rispetta tutte le convinzioni religiose e filosofiche».

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