“Praga, anni ’50 le vite spezzate di Heda e Rudolf” di PIETRO CITATI  

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Heda Kovály col marito Rudolf Margolius
Nel 1945 in Cecoslovacchia molti diventarono comunisti, come racconta Heda Margolius Kovály in un bellissimo libro ( Sotto una stella crudele, Adelphi, pagg. 216, euro 20), per una profonda disperazione nella natura umana. Il Partito comunista divenne l’ideale assoluto. Non era, in nessun modo, l’ideale. Nel partito erano entrati collaborazionisti, truffatori, burocrati. Le onnipotenti portinaie diventarono la spina dorsale del Partito: spiavano, ricattavano, come segretarie delle cellule. I comunisti sostenevano che gli ideali della Repubblica cecoslovacca prima della guerra, gli ideali democratici e umanistici, erano un’illusione senza fondamento.
Nel febbraio 1948, avvenne il colpo di stato comunista. Heda Kovály ebbe la sensazione di brancolare nel buio: un buio doppiamente angoscioso, perché abitava fuori di lei e dentro di lei. I confini vennero chiusi. Cominciò uno spietato processo di collettivizzazione, che provocò danni gravissimi all’agricoltura. La voce di Klement Gottwald tuonava dagli altoparlanti. La polizia politica irrompeva nelle case, arrestando bottegai e droghieri, i quali venivano rinchiusi in carcere, senza sapere di cosa venissero accusati. Calò la cortina di ferro. Il modello di stato era l’Unione sovietica. I giornali dichiararono che la lotta di classe si era intensificata: ma non c’era nulla da temere, perché il Partito vegliava. Come in Unione sovietica, gli arrestati dalla polizia confessavano quasi sempre, sebbene innocenti. Il sospetto si diffuse; nessuno si fidava più di nessuno, perché il nemico — si diceva — era anche dentro il Partito. Circa cinquantamila cecoslovacchi finirono in carcere. Un mese dopo il colpo di stato, il cadavere del ministro degli Esteri, Jan Masaryk, venne trovato sul selciato sotto
Anche dopo i primi arresti lui rimase fedele al sistema
le finestre del ministero. Il governo annunciò che si era suicidato per un attacco di depressione. Era falso. Heda Kovály non si iscrisse al Partito. Non le era mai piaciuto marciare a ranghi serrati: non amava gli appelli e le folle, gli slogan urlati, la parola “massa”. Trovò lavoro, come grafica, in una piccola casa editrice. Il marito, Rudolf Margolius, lavorava all’Istituto per lo Sviluppo industriale: era così preso dal suo lavoro che tornava a casa la sera tardi, rimanendo a leggere fino a notte inoltrata. Studiava economia. Seguiva un programma a favore di Israele, che si interruppe presto. Tutto, attorno a lui, era Segreto e Segretissimo. Diventò vice-ministro responsabile del Commercio con l’occidente. Era comunista, ma senza fanatismi: convinto che presto gli arrestati dalla polizia sarebbero tornati a casa. Ciò non avvenne. Diede le dimissioni, che non furono accettate. La notte camminava su e giù per la casa, mentre la moglie stava a letto, senza riuscire a dormire, con gli occhi spalancati nel buio.
L’anniversario del colpo di stato, il Febbraio Vittorioso, veniva festeggiato ogni anno. Nel 1950 anche Heda Kovály fu invitata, insieme al marito, nel Castello di Praga. La moglie del presidente, Marta Gottwaldová, vestita di uno splendido abito verde con strascico, avanzava tra due file ossequiose. Klement Gottwald entrò barcollando, sostenuto dal presidente dell’Assemblea nazionale: si avvicinò alla Kovály e farfugliò: «Cos’ha? Non sta bevendo. Perché non beve?». Quel viso paonazzo, quegli occhi spenti affogati nel grasso, quel balbettio roco le ricordarono le acclamazioni della gioventù comunista: «Noi siamo il futuro della nostra nazione: di Gottwald noi siamo la generazione». Ora quest’uomo, la speranza del 1945, uccideva la disperazione e la paura nell’alcol.
Nel novembre 1951, Rudolf Slánsky, il segretario del Partito, venne arrestato. La polizia segreta, ora chiamata Sicurezza di Stato, si scatenò. Ma Rudolf Margolius, il quale non conosceva Slánsky, era sempre convinto che si trattasse di una crisi passeggera. «Se tutto è una truffa — disse con innocenza alla moglie —, allora sono stato complice di un crimine orribile. E se dovessi convincermi di questo, non potrei più vivere, e nemmeno lo vorrei». Una sera, all’inizio del 1952, alla porta dei Margolius bussarono cinque uomini, uno dei quali aveva in mano la valigetta di Rudolf. Il capo dei cinque salutò la Kovály con esagerata gentilezza, annunciando che il marito era stato arrestato. Perquisirono a fondo la casa: aprirono cassetti e armadi, esaminarono uno per uno centinaia di libri, guardarono le scarpe e gli oggetti da toeletta: lessero le lettere private e ne confiscarono un paio; consultarono il diario dove la Kovály aveva annotato l’altezza e il peso del figlio, scambiando questi numeri innocenti per le cifre di un codice segreto.
La mattina dopo, la Kovály telefonò ai ministri e ai funzionari suoi amici. Nessuno dei colleghi del marito volle parlare con lei. Ormai era una lebbrosa, evitata da tutti: l’incontro più casuale poteva suscitare sospetti. La Sicurezza di Stato controllò tutti quelli che conosceva: alcuni furono interrogati brutalmente. Nella casa editrice nessuno le diceva una parola: ogni volta che entrava in una stanza, le conversazioni si interrompevano, le facce impietrivano. Infine si licenziò. Di notte continuava a scrivere ostinatamente ai ministri, al comitato centrale, al presidente della Repubblica, al primo ministro, a tutte le persone influenti che conosceva. Non ricevette risposta. Seppe soltanto che il dossier del marito era contrassegnato con la lettera S. La S. stava per “caso Slánsky”.
Il 20 novembre 1952, tutti i giornali portavano scritto: Il processo per il complotto antistatale
Quando presero suo marito tutti smisero di parlare con lei
di Rudolf Slánsky. Gli imputati erano quattordici, tra cui Rudolf Margolius, accusato di “sabotaggio”, “spionaggio”, “tradimento”, e di essere ebreo. Gli imputati si accusarono di tutti i crimini, inventando colpe immaginarie. Venne pubblicata la lettera del figlio di un accusato, Ludvík Frejka. Diceva: «Esigo che a mio padre venga inflitta la pena più severa, la condanna a morte. Voglio che questa lettera gli sia recapitata». Dopo quasi un anno, la Kovály sentì la voce di Rudolf alla radio. Come un robot, stava recitando un discorso a memoria. Confessava una menzogna dopo l’altra: si era iscritto al Partito per tradirlo: aveva dedicato tutte le proprie energie allo spionaggio e al sabotaggio: era al servizio degli imperialisti: aveva organizzato un complotto contro la Repubblica Ceca; durante la guerra, a Londra, era stato addestrato come spia.
Il processo durò appena una settimana. La notte del 27 novembre, dall’apparecchio radio, una voce inondò la stanza della Kovály dal pavimento al soffitto: «Nel processo per il complotto antistatale, Rudolf Slánsky pena di morte: Rudolf Margolius pena di morte». La sera del 2 dicembre la Kovály vide il marito, che le disse: «Avevo paura che tu non venissi». Tornò a casa: prima dell’alba si addormentò per qualche minuto, proprio nel momento — seppe più tardi — in cui Rudolf morì senza dire una parola. Dopo la morte del marito, la Kovály passò settimane distesa sul letto. Quando usciva di casa, vestita a lutto, era seguita lungo i marciapiedi da sguardi di disprezzo. Due anni dopo ricevette il certificato di morte: «Occupazione del defunto: viceministro; causa della morte; asfissia per impiccagione». Nell’aprile 1963, sette anni dopo il discorso di Nikita Chruscëv, avvenne il grottesco capovolgimento. Il comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco decretò che «l’innocenza di Rudolf Margolius è stata stabilita senza ombra di dubbio».

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