“Diletto senza castigo. Cronaca nera cronaca gialla” di Francesco Guccini

da ROBINSON inserto cultura di Repubbica di Domenica 10 settembre

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Il libro
“Tempo da elfi”l’ultimo libro di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Giunti Editore, 312 pagine, 18 euro), sarà in libreria da mercoledì.
“Delitto senza castigo Cronaca nera, cronaca gialla”
Testo di
Francesco Guccini,
Scrivere, ho sempre scritto. Scrivevo addirittura racconti, tentativi di romanzo e poemetti che sono andati perduti, per il bene dei posteri. Ma soprattutto, leggevo. Una cosa che mi colpisce molto, oggi, è trovarmi in una sala d’attesa e vedere cinque, sei persone che aspettano senza far nulla o smanettano sul telefonino. Per me è inconcepibile; ovunque sia andato ho sempre avuto un libro con me ( adesso che la vista diminuisce, benedico gli audiolibri!). Addirittura ricordo di aver cercato di leggere quando facevo le inalazioni alle terme di Porretta, scrutando le parole tra i vapori. Leggere non è mai stata una fatica, ma un vero divertimento.
Da piccolo, quando abitavo al Mulino dei nonni, la casa dove ora vivo veniva affittata a villeggianti; quando finalmente se ne andavano, io correvo a razziare tutta la carta stampata che avevano incautamente lasciato dietro di sé: mi capitava di incappare anche in libri totalmente inadatti a me, ma li portavo al Mulino e li leggevo avidamente. Grazie ai lasciti degli inquilini fui iniziato alle “dispense” di Arsenio Lupin, Sherlock Holmes e Fantomas: insieme ai Gialli Mondadori, sono queste le letture di “crime fiction”, come si direbbe adesso, che mi hanno formato. Era la fine dell’estate, la vita di città stava per ricominciare e non posso pensare a piacere più grande che mettersi sul letto, come facevo, con un cesto di mele e qualche giallo, a leggere senza fermarsi finché non si scopre il colpevole! Accadevano cose divertenti, a ripensarci: ero sconvolto nel leggere che gli americani mangiavano bevendo caffè, li immaginavo con una sfilza di tazzine di espresso sul desco…
Ma, come dicevo, di pari passo c’era già anche la scrittura: e altra scuola di giallo per me è stata il lavoro alla cronaca nera della Gazzetta di Modena. Ahimè non succedeva mai nulla di interessante — e se succedeva non sarebbe toccato a me scriverne. Io dovevo occuparmi della “nera spicciola”: con il collega “Bavbievi” — poca voglia di lavorare e una marcata erre moscia — facevo il giro dei posti di polizia in cerca di notizie, e al ritorno lui mi diceva “Scvivi tu che devi favti le ossa”, e poi mi incitava a calcare la mano al motto di “ Pompa, Guccini, pompa!”.
A un certo punto, mentre compilavo il dizionario del dialetto pavanese, decisi di sostituire la mia vecchia macchina da scrivere che stampava metà in rosso e metà in blu con un personal computer; fui uno dei primi a comprarlo, in Italia: era gigantesco, un tir con un motore da Cinquecento, e costò una fortuna. Con l’arrivo del computer, nonostante le incazzature che mi prendo perché è una bestia neghittosa e imperscrutabile, ho cominciato a scrivere romanzi.
E a un certo punto, quasi per gioco, come avvengono le cose migliori nella vita, da lettore di gialli ne sono diventato autore. È una scrittura molto diversa da quella letteraria pura, per me: nella prima cerco l’espressionismo, l’abbondanza, nel giallo lavoro sull’essenzialità e sui colpi di scena. Ma il genere giallo è strepitoso perché entro una cornice formale da rispettare — un delitto, un’indagine, il bene e il male, la verità e la delicata questione se sia sempre giusto rivelarla — consente sperimentazioni e libertà difficilissime da gestire in altri contesti narrativi. Quando con Loriano iniziammo a scrivere insieme Macaronì, ormai vent’anni fa, fu per il piacere di provare a raccontare una storia di emigrazione e un caso di cronaca nera… Il primo editore a cui avevamo proposto l’idea ce l’aveva bocciata, poi fu un tale successo — e anche una gioia per noi lavorare insieme — che non ci siamo più fermati. Scavare dentro un mistero consente di esplorare le vite dei personaggi, di non fermarsi alla superficie delle cose: in fondo è lo stesso “gesto” narrativo di una canzone, ma fatto con molto più spazio a disposizione e con il gusto di poter condurre il lettore per sentieri secondari prima di arrivare allo svelamento definitivo.
Forse è per questo che le canzoni le scrivo solo a mano, mentre per i romanzi non posso fare a meno del computer: una canzone, per quanto venga corretta e ripensata, è una freccia che deve andar dritta in una direzione. Nel romanzo sono così tante le varianti, le esplorazioni vere e proprie che si compiono che solo la memoria prodigiosa del computer può contenere tutto. E quella di Loriano, s’intende, che di suo dedicherebbe un romanzo intero a ogni personaggio: la dialettica tra noi è sempre che lui aggiunge e io taglio senza pietà.

In fondo, credo che la mia vita sia stata percorsa da questo filo rosso: la parola.

Le parole delle diverse parlate che ho attraversato durante la prima giovinezza — il dialetto pavanese, il modenese, il bolognese — poi l’italiano dei libri, dei fumetti, delle canzoni, dei giornali, e ancora l’inglese delle università dove ho insegnato, e poi di nuovo a ritroso a recuperare tutte quelle parole sepolte nella memoria. Cercare storie e capire il mondo attraverso la lente delle parole è stata la mia grande passione. In questo senso, non ho abbandonato le scene: continuo il mio lavoro, che non è quello di “ cantastorie” come tanti retoricamente hanno detto, ma di indagatore del mondo attraverso la lingua. Un’indagine che, come nei gialli migliori, non è mai del tutto conclusa e lascia sempre un fondo di inquietudine e la voglia di non fermarsi.
In questo viaggio a ritroso attraverso le parole, la mia meta è da sempre il Mulino: il luogo dove ho ascoltato tutte le mie prime storie — quelle narrate da coloro che venivano con il grano e aspettavano che fosse macinato, e spesso erano storie di emigrazione — e quello dove ho iniziato a raccontarle, perché gli amici eran convinti che d’inverno a Modena io vedessi chissà quanti film, e allora per non deluderli li inventavo. Ecco, sono tornato a vivere quassù proprio alla ricerca di quel tempo dorato e perduto, un’epoca più povera eppure ricchissima, popolata di personaggi straordinari. Tornare a questa terra anche attraverso la letteratura è un po’ continuare ciò che ho iniziato venendo a viverci con mia moglie Raffaella: non arrendersi al cambiamento, allo spopolamento, alla perdita di identità di queste montagne tra l’Emilia e la Toscana, farle vivere sulla pagina, narrarne i sentieri, i borghi, le persone presenti e le passate — provare a salvarle, perché le parole possono anche questo.

3 pensieri su ““Diletto senza castigo. Cronaca nera cronaca gialla” di Francesco Guccini

  1. Ciao, Ettore, bello questo pezzo di Guccini che hai riportato. Nel titolo, però, se mi posso permettere una correzione, hai scritto “diletto” e non “delitto”. In ogni caso è piacevolissimo da leggere, immagino sia altrettanto piacevole il libro che presenti. Buona domenica, a presto.

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