“Orient Express. Il popolo sfuggito ai capitoli di storia” di FRANCO CARDINI

La cosa più bella dei treni russi, quella senza la quale non sarebbero quel che sono, è il samovar in ogni vagone. Certo, non è più quello d’una volta, troneggiante, d’ottone lucido come l’oro. Quello di adesso è un aggeggio tecnologico d’acciaio inossidabile piazzato in un angolo e che spande attorno a sé un calore d’inferno: pure, perfino d’estate resta misteriosamente confortevole. Chi viaggia sulla Transiberiana da Mosca a Vladivostock deve farsi sei giorni e mezzo
di treno; ma se invece va a Pechino, arrivato a un po’ più della metà – a Irkutsk, capoluogo della Siberia orientale (il confine tra le due Siberie è il fiume Jenissei), devia in direzione sud-est e imbocca la Transmongolica che, più o meno in altri tre giorni, lo sbarca nella capitale cinese.
Ma solo chi ha un sacco di soldi da spendere (le linee ad alta percorrenza sono care) oppure è un succube impenitente del fascino di Agatha Christie accetta di farsi senza soste questi itinerari. Il buon viaggiatore, invece, preferisce concedersi due-tre giorni, o almeno uno, di visita ai centri principali. È senza dubbio faticoso cambiar di treno e cercare ogni volta un albergo: ma come rinunziare al santuario della Madonna di Kazan, al Cremlino di Nijni Novgorod, a Ekaterinburg dove nel 1917 fu soppressa la famiglia imperiale e che oggi è un luogo di pellegrinaggio monarchico, a Irkutsk fondata nel 1661 dai cosacchi che stavano intraprendendo l’epica conquista dell’est siberiano, a Ulan Ude con la sua colossale testa bronzea di Lenin (più di sette metri) nella piazza principale, a Ulan Bator presso la capitale gengizkhanide di Karakorum? Ognuno di questi centri meriterebbe un viaggio a parte. Ma se ci si dovesse ritagliare, all’interno di questo itinerario, una “propria” esperienza speciale, la cosa più consigliabile sarebbe indugiare alcuni giorni tra la sponda di sud-ovest e quella di sud-est del lago Bajkal, uno dei più grandi e il più profondo tra i “mari d’acqua dolce” del pianeta. Lì, al centro della Siberia, dove la taigà di conifere e betulle comincia a cedere alla steppa di stagni e praterie, accampato tra Russia e Mongolia, c’è forse il cuore profondo dell’antichissima cultura uraloaltaica (o turcotartara): la “Buriatia”, regione autonoma della Federazione Russa e terra del glorioso e misterioso popolo dei buriati.
Tra le genti mongolosiberiane – i samoiedi, i tungusi, gli evenki, i khalkhas – che col trattato di Kjakhta del 1727, sotto Caterina I zarina-vedova di Pietro il Grande, entrarono a far parte dell’impero, i buriati, oggi un po’ meno di mezzo milione, sono senza dubbio l’etnia più ricca di fascino: e rivendicano fieramente la loro identità. Varrebbe la pena di raccontarla a lungo, la storia dei buriati, se non altro perché il centro pulsante della loro tradizione è quel che resta di una cultura che per millenni è rimasta diffusa su un “continente dimenticato”: quello che dai confini della Russia europea, della Cina e della Manciuria attraverso lo stretto di Bering ghiacciato d’inverno, gelido ponte che unisce l’Asia all’America, giunge fino alle profonde foreste degli Appalachian Mountains, nell’attuale New England. Perché, come la storia non ricorda (ma l’etnofilologia, l’antropologia e l’archeologia provano senz’ombra di dubbio), quell’immenso territorio era allora popolato di gruppi tribali nomadi, cacciatori e allevatori, magari aspramente nemici tra loro eppure profondamente imparentati. I mongoli siberiani e i native Americans delle praterie appartengono a etnie affini, dotate di una comune origine e di un sistema mitico-rituale dalle infinite diramazioni eppur coerente e ben riconoscibile. Lo sciamanesimo.
Peccato che la cultura storica media del nostro Paese ignora tutto di una delle avventure più straordinarie della storia del mondo, la conquista del territorio siberiano e dell’Alaska avviata a metà del Cinquecento dallo zar Ivan IV il Terribile che cedette la Siberia ancora da conquistare in affitto alla famiglia mercantile degli Stroganoff, la quale per tre secoli si servì dei gruppi consortili dei “coloni-mercenari-soldati” cosacchi e dei loro ostroghi (fortezze-fattoria) per conquistare l’immenso territorio ricco di legname, di ambra, d’oro, di gemme e di zibellini che consentì nel primo Settecento a Vitus Bering di scoprire il “passaggio” che da lui prende nome e alla grande Caterina II, nel 1791, di divenir sovrana dell’Alaska. Se alcuni anni dopo, nel 1867, lo zar Alessandro II non avesse venduto quel suo territorio transpacifico al presidente degli Stati Uniti Andrew Johnson, oggi forse la storia sarebbe diversa.
La cultura della quale i buriati sono i fieri, estremi custodi, è quindi il fossile nobilissimo d’una realtà sopravvissuta per millenni alle carestie, alle epidemie e ai genocidi. Furono loro a imporre nel 1741 che la loro religione ufficiale, il buddhismo vajrayana (quello che noi conosciamo come il buddhismo tibetano) divenisse una delle religioni ufficialmente riconosciute nell’impero. Solo negli Anni Venti del Novecento sui grandi santuari buddhisti si abbatté la mannaia sovietica, con chiusure, distruzioni e deportazioni. Ma nel 1944 lo sforzo del- la “Grande Guerra Patriottica” compì l’impossibile miracolo. Il generalissimo Stalin dovette riconoscere l’apporto delle comunità religiose che – nonostante alcune defezioni all’inizio dell’invasione tedesca, nel ’41 – erano rimaste fedeli all’Unione Sovietica e avevano combattuto per liberarla. La Chiesa ortodossa russa fu ovviamente oggetto di speciale favore, ma chiese cristiane e moschee musulmane furono riaperte o addirittura ricostruite in tutto il territorio sovietico, sia pure con parsimoniosa prudenza. Fu allora che un gruppo di monaci buddhisti buriati chiese ufficialmente ed ottenne dal vojd il ripristino di alcuni luoghi di culto. Il più grande e venerabile di essi, radicalmente rinnovato di recente, venne riaperto nel 1946: è il datsan di Ivolga, il santuario a una quarantina di chilometri da Ulan Ude, oggi veneratissima meta di pellegrinaggio.
Ma il buddhismo dei buriati, al pari dell’Islam dei kirghisi, dei turkmeni e degli uzbeki, è in realtà profondamente impregnato di qualcosa d’altro. Non si tratta di sincretismo: siamo piuttosto dinanzi all’originale e irreversibile amalgama tra il sistema religioso vajrayana a sua volta molto complesso e una sorta di monoteismo impersonale fondato su un sistema di animismo diffuso, secondo il quale cielo, terra e inferi sono popolati di “spiriti” e ogni essere vivente o no ha a sua volta una sua forza vitale, una sua “anima”. Rileggere il vecchio evergreen di Mircea Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, e magari rivedere l’incredibile capolavoro di Akira Kurosawa,
Dersu Usala, fa comprendere che cosa sia lo sciamanesimo.
Il sistema sciamanico non è affatto una dottrina in sé “iniziatica”: è una pratica, un insieme di tecniche, tramandate di generazione in generazione all’interno dei membri di certe famiglie “segnate”. Sciamani o sciamane non si diventa: si nasce. Lo sciamano è sacerdote, mago, veggente e soprattutto “medico”: dei corpi e delle anime. Per quanto all’interno del sistema esista una distinzione rigorosa tra “sciamani degli spiriti” e “sciamani dei morti”, la funzione specialistica di questi medium è il dominio delle infinite forme degli stati dell’essere conseguibile attraverso una serie di “stati di coscienza alterata” tutti tecnicamente conseguibili e controllabili. Lo sciamano è un “ponte” tra il mondo superiore, quello degli spiriti, il mondo mediano, quello degli esseri umani e di tutte le creature viventi, e il mondo infero dei “liminali” dei defunti, quindi delle anime in cerca di una via d’uscita dal labirinto angoscioso della morte e desiderose di contatto con chi ancora è in possesso della forza vitale.
Fin dall’antichità preistorica, una serie di segni contraddistinguono lo sciamano: quelli più comuni sono la claudicanza e la cecità almeno parziale. Lo sciamano è spesso zoppo, al pari di Efesto, o cieco da un occhio, come Wotan/Odino. Uomo della steppa e soprattutto della foresta, è in stretto contatto e quasi in condizione di solidarietà corporativa con i maestri del fuoco: i carbonai e soprattutto i fabbri (un proverbio buriate dice: “fabbri e sciamani vengono dallo stesso nido”). Mastro ferraio abilissimo in quelle società arcaiche detentrici per prime dei segreti della fonditura e della lavorazione dei metalli, lo sciamano porta vesti liturgiche fittamente appesantite di amuleti di ferro: cerchi sulla fronte, catene, chiodi, chiavi, sonagli, campanelle. Il ferro, il più possente dei metalli, lo fa “stranamente” somigliare a quei guerrieri indopersiani dell’antichità che i romani chiamavano catafratti e che, completamente coperti di un’armatura a scaglie in cuoio o metallo, mischiavano cerimonie sciamaniche d’iniziazione militare al loro credo mitico-religioso mithraistico o mazdaico.
Nel museo etnografico di Ulan Ude, accanto alle commoventi prime testimonianze storiche dei nomadi uraloaltaici Hsiung-Nu (i Hunoi dei bizantini, i nostri unni) ho scoperto con un colpo al cuore gli antenati e i cugini nemmeno troppo lontani degli eroi della mia infanzia: mi sono imbattuto nei conici tepee coperti di pelle, cugini delle yurte mongole; nel bagno rituale di vapore, la bania parente della sauna; nel “palo sciamanico” che serve alla comunicazione tra le “aree dell’universo” (la superiore, la media, l’inferiore) e che, come il suo parente totem pellerossa, è una variabile dell’Albero della Vita.
Com’è immenso, e quanto è piccolo, il mondo. Quanto ci è estranea e incomprensibile, e quanto ci è intima, la storia.
11. Fine

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...