Oggi è il XX settembre…”Porta Pia. Il Risorgimento tradito e la vendetta di Garibaldi” MAURIZIO MAGGIANI

 da Repubblica in edicola oggi
Schermata 2017-09-20 alle 07.14.16
quadro di Michele Cammarano
E alla fine questo re che non ha mai vinto una battaglia in tutte le sue guerre, questo re di un paese nuovo di zecca che ha avuto la faccia di bronzo di numerarsi secondo, così che fosse chiaro come il sole che tutto era cambiato ma non era cambiato un bel niente, eccezion fatta s’intende per uno sterminato territorio che era andato a prendersi al Bivio della Taverna alla testa di un esercito con i moschetti puntati contro chi glielo stava mettendo nelle mani, questo re che ha governato i nuovi territori con lo stato d’assedio, con lo strozzo dei dazi su pane e sale e con il generale Cialdini, sterminatore di briganti e fucilatore di bambini, questo re alla fine ha avuto la sua battaglia vinta, ed è
stata l’ultima battaglia, la definitiva vittoria, l’asso che piglia tutto. S’è preso Porta Pia, e di là dalla porta, Roma. L’ha preparata bene la sua battaglia; ha atteso con pazienza che i prussiani annientassero il suo sodale di sempre Luigi Napoleone il Piccolo, plurigolpista imperatore dei francesi che solo quattro anni prima gli aveva regalato Venezia ma insisteva nel tenersi a cuore il papa re, si è assicurato un corpo di spedizione con un rassicurante rapporto di forze di cinque a uno, ci ha messo a capo il general Cadorna, gran sterminatore di palermitani e siciliani in genere e padre amatissimo di Luigino, il Cadorna di Caporetto, e ha preso con comodo d’assedio la città eterna, ha ordinato di dare qualche colpetto alle mura ma senza esagerare e si è premurato che fosse un ufficiale ebreo a dare l’ordine di fare fuoco, di modo che nessuna delle cattolicissime persone per bene, lui compreso, fosse oltraggiata dalla promessa scomunica pontificia.
Non ci fu nessun assalto bersagliere, nessuna battaglia, aperta la breccia la prima cosa che si vide furono le bandiere bianche, se ci furono dei caduti furono per troppo zelo, solo a San Pancrazio Nino Bixio, monarchico ma pur sempre garibaldino e massone che a vedere i preti gli prudevano le mani, fece un po’ di casino in più. Così Roma divenne italiana e ebbe il suo nuovo inizio, fu presa dal re piemontese per, come ebbe cura di avvisare per tempo il papa re, “l’indeclinabile necessità per la sicurezza dell’Italia e della Santa Sede” di preservarla dalle mene rivoluzionarie “del partito della rivoluzione cosmopolita” che già vent’anni prima si era tragicamente impossessato della città eterna facendone una immonda repubblica. Il partito della rivoluzione cosmopolita aveva le facce del generale Garibaldi, il conquistatore di regni, ai domiciliari, e del conquistatore di anime Giuseppe Mazzini, in galera a Gaeta perché con lui si poteva andare con la mano più pesante; per rivoluzione cosmopolita il sabaudo Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, intendeva la Rivoluzione Italiana, più castamente ricordata anche come Risorgimento, e i suoi bersaglieri che sfilano per Roma, incredibile come si assomigliassero ai zuavi francesi che vent’anni prima sfilavano per le stesse vie alla caduta della Repubblica Romana, e il general Cadorna che si insedia a dettar legge da Villa Patrizi, sono la fotografia in posa della sua sconfitta, definitiva. Roma è la capitale del re e non della fratellanza di uomini liberi, fratelli d’Italia, che testa per testa hanno sancito un patto di mutua responsabilità e comune sovranità ed eletto Roma come testimone, eterna lei, eterno il patto. Magari sarà per questo che la presa di Porta Pia non è mai diventata canzone, ballata, racconto di popolo, epopea, leggenda. Il XX Settembre è lì, inchiodato sulle targhe stradali, e non si muove da lì, sempre troppo vicino a piazza Mentana, a via Cairoli, a largo Aspromonte, per poter dimenticare che Roma fu il sogno, l’ideale, il dovere, per quanto durò quella rivoluzione, per cinquant’anni, per due generazioni di patrioti. Quella sì che fu un’epopea, un romanzo di cento leggende, e fu ballate e canzoni, e ci sono voluti tre re, un dittatore e cento governi di questa nostra repubblica per tacitarle e seppellirle. Anche se qualcosa vive, sempre, anche solo in silenzio. I volontari che andavano con Garibaldi alla difesa della Repubblica Romana cantavano, piuttosto sguaiatamente, una marcetta che faceva “ a Roma a Roma ci sta un papa che di soprannome si chiama Pio nono, lo butteremo giù dal trono che papi in Roma non ne vogliamo più, lo metteremo in una pignatta che fiol di vacca buon brodo ci darà”. Chi sopravvisse tra loro cantava la stessa marcetta vent’anni dopo andando ancora verso Roma, ma chi sopravvisse a Mentana, a Villa Glori, a Monteroton- do, ne prese a cantare un’altra, dolente, disperata, la Canzone della madre abbandonata in cerca del suo Achille. Che si chiamava proprio Achille, Achille Cantoni forlivese, ed era partito ragazzo per la Repubblica Romana e da uomo per Mentana con la sua donna Ida e le sue cento ferite, e da Mentana non torna, e sua madre monta sul biroccio e se lo va a cercare, e tutto quel che trova è la sua bella camicia addosso a un contadino, Dimmi o contadino dimmi la verità, quel pann che porti indosso dove tu l’hai comprà? Non voglio dir bugie voglio dire la verità a un generale sul campo che noi abbiam spoglià.
È finita così la rivoluzione, tre anni prima di Porta Pia, quando il popolo si è detto lasciamo perdere e si è messo discosto a guardare, e poi a frugare nel campo di battaglia, e poi ad allibirsi al cospetto della ghigliottina in Largo de Cerchi, dove il vicario di Cristo in terra faceva mozzare la testa a due muratori, due dei suoi. È singolare che ci siano così tante vie e piazze Mentana nel Paese; perché mai ricordare una battaglia persa, l’ultima battaglia per la liberazione di Roma? Liberazione era detto e scritto, non conquista. Perché niente come il senso di colpa pretende la memoria, e a imporre quelle cento vie e piazze Mentana è stato un popolo che si è imposto di ricordare che a essere sconfitti furono degli eroi, furono dei coraggiosi e degli speranzosi a cui aveva pensato di poter almeno assomigliare, e quella sconfitta ha la sua ragione nella loro solitudine; ancora una volta per l’ennesima volta nella storia universale degli umani il popolo ha abbandonato i suoi eroi, e non vuole scordarselo. Sì, però, Garibaldi? Può mai darsi sconfitto il generale Garibaldi, l’umiliatore di re, l’edificatore di nazioni? Vogliamo scherzare? Mentre il re si prende la sua Roma senza popolo, una città che pullula di comparse, il generale prende su le sue stampelle e i suoi compagni, i fratelli d’Italia, di Grecia, d’America, di Polonia, e il suo cappellano militare, Frà Pantaleo che celebrava messa con la pistola ficcata nel cingolo, e va a difendere la repubblica di Francia, “ Sì! concittadini miei, noi dobbiamo considerare un sacro dovere soccorrere i nostri fratelli di Francia”, va a umiliare il suo persecutore Napoleone il Piccolo, va a sbeffeggiare le insegne prussiane a Digione e va a farsi abbracciare dal principe Bakunin alla Comune parigina. Perché, per dirla alla garibaldina, nostra patria è il mondo intero e nostra fede la libertà.

5 pensieri su “Oggi è il XX settembre…”Porta Pia. Il Risorgimento tradito e la vendetta di Garibaldi” MAURIZIO MAGGIANI

  1. Il dolore e la nausea data del Metotrexate si sono un po’ attenuati, in compenso ho un mal di gola terribile, mali di stagione, ma devo prendere anche l’antibiotico perché ho le placche bianche … giusto perché ho tante difese immunitarie, no? Vabbè, dai, tengo duro. Tu, tutto bene?

  2. Si, ieri sera ho ripreso la compressina omeopatica perché avevo dei dolorini alle spalle ; stamane tutto sparito; quando vieni a Marotta da Alessandrini? Mi dispiace sentire che soffri….

  3. Non sono in grado di spostarmi adesso, devo ancora valutare tutto, ho tempi lenti e lunghi … vediamo come andrà il controllo che ho tra un mese e mezzo, poi vedremo. Grazie, caro, un abbraccione. ❤ ❤ ❤

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