Andate a vedere “L’equilibrio “

Non è un film divertente , anzi alcune scene sono crude ; ma ci insegna molto dell’Italia di oggi, soprattutto del Meridione.

Don Giuseppe , parroco a Roma, dopo tanti passati in Africa, chiede al vescovo di essere portato a casa sua, nella Terra dei Fuochi.

Qui prende il posto di don Antonio, parroco anziano: è molto benvoluto dai parrocchiani, perché si è speso molto nella battaglia contro le ecoballe e i rifiuti tossici interrati che tanti morti per tumore hanno causato fra loro. E sa mantenere l’equilibrio … che è il consiglio , la raccomandazione principale che dà don Antonio a don Giuseppe salutandolo. Cosa vuol dire quel sapere mantenere l’equilibrio lo si scopre poco dopo: Assunta, giovane parrocchiana molto bella, dopo molte ritrosie confessa al nuovo parroco che il suo compagno abusa da tempo di sua figlia dodicenne. Don Giuseppe ne chiede conto a don Antonio il quale minimizza dicendo ” Si inventa tutto perché è piena di psicofarmaci ” . Don Giuseppe porta la bambina a fare le analisi e l’esame di un medico : ha subito ripetutamente violenza sessuale, è il referto del medico. Allora don Giuseppe va a denunciare il fatto al Commissariato: l’ispettore va a casa di Assunta, che, presente il suo compagno …, nega tutto e anzi accusa don Giuseppe di averla infastidita. Il boss di quartiere minaccia più volte il giovane parroco di limitarsi a fare il parroco e non immischiarsi in cose che non lo riguardano: lui da lavoro a molte famiglie del quartiere grazie allo spaccio. Don Giuseppe dopo aver provato a chiedere al vescovo, che lo scarica senza tanti complimenti ( invece di mantenere l’equilibrio sta creando solo problemi) trova un sotterfugio per portare via dalla casa del compagno Assunta e sua figlia. È la goccia che fa traboccare il vaso; il boss prova ad impiccarlo interrompendo all’ultimo momento. Don Giuseppe si dimette da parroco : torna don Antonio applauditissimo dai parrocchiani che avevano abbandonato la chiesa: saper mantenere l’equilibrio vuol dire chinare la testa davanti al boss, far pascolare la capra del boss nel campo da calcetto con i ragazzi fuori sulla strada, chiudere gli occhi davanti agli orchi che violentano i bambini…quello vogliono i parrocchiani dal parroco, non “altro”. Quindi quello “sbagliato” è don Giuseppe che aveva fatto il contrario, col risultato che i parrocchiani disertavano le messe e ritiravano i figli da catechismo: vivendo alle spalle del camorrista, vogliono in parroco che sa stare al suo posto, un parroco asservito nei fatti alla camorra , anche se a parole la condanna per aver inquinato l’ambiente sotto terra coi rifiuti tossici e sopra coi fuochi dei rifiuti che avvelenano l’aria di diossina.

Questa la scheda del film da My Movies

VINCENZO MARRA AFFRONTA CON RESPONSABILITÀ E SCHIETTEZZA UNO DEGLI ARGOMENTI PIÙ SPINOSI NELL’ITALIA CATTOLICA.

Recensione di Paola Casella

martedì 5 settembre 2017

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Don Giuseppe, parroco a Roma, chiede di essere trasferito nella sua terra d’origine, la Campania, e la sua richiesta viene accolta: prenderà il posto di Don Antonio, che sovrintende la parrocchia di un paesino del napoletano con grande entusiasmo, ed è molto apprezzato dai fedeli. Appena arrivato Don Giuseppe si scontra con l’ostilità di suor Antonietta, braccio destro di Don Antonio, e si imbatte in Assunta, una giovane donna che nasconde un doloroso segreto. In breve dovrà decidere se lasciarsi coinvolgere dai problemi che affliggono i parrocchiani o “farsi i fatti propri”, come lo invitano a fare coloro che collaborano a vari livelli con la malavita locale.

Nel suo tradizionale stile nitido, Vincenzo Marra affronta uno degli argomenti più spinosi nell’Italia cattolica: il ruolo della Chiesa nel rapporto con la malavita organizzata. E lo fa al grado zero, raccontando una figura di sacerdote discreta e pragmatica, che affronta i problemi che incontra uno alla volta, rimboccandosi le maniche, e assumendosi la responsabilità di ogni sua azione.

La traiettoria narrativa è, come sempre in Marra, spietata nella sua lucidità: ai compiacimenti e ai fronzoli il regista-sceneggiatore preferisce lo sguardo dritto, la chiarezza nel raccontare un mondo che “quest’è”, da molto tempo, e non ha alcuna intenzione di cambiare. Si intuisce il suo dolore nel raccontare di un luogo in cui la Chiesa si scaglia solo contro quelle sacche di malaffare che hanno perso interesse, agli occhi del malaffare: dunque è lecito combattere apertamente i rifiuti tossici interrati ma non la droga spacciata alla luce del sole. Marra racconta un luogo in cui chi “non si arrende mai” passa da matto suicida, è un disturbo alla quiete pubblica, e dimostra di non saper mantenere quell’equilibrio cui fa cenno il titolo: il che, in Italia, significa voltare la testa dall’altra parte davanti ai problemi e alle responsabilità.

2 pensieri su “Andate a vedere “L’equilibrio “

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