La nuova frontiera dell’eco-cucina? Il forno solare “da borsetta”: in stoffa e pesa meno di mezzo chilo –di Donata Marrazzo 01 settembre 2016

dal Sole 24 ore

Un forno da borsetta, realizzato in sartoria, che cuoce ravioli, muffin, culurgiones al pomodoro, polpette di verdure, composte di frutta: ricette solari preparate in una “textile solar bag prêt-à-porter”che capta in modo diretto la luce del sole, grazie a spicchi di tessuto leggeri e orientabili. Si chiama Social Oven ed è stato confezionato in Sardegna nel laboratorio della cooperativa ogliastrina Tèssere, recuperando scampoli usati, depositati nella banca dei tessuti sociali di Cardedu e Baunei, purificati naturalmente e trasformati in filati per la lavorazione al telaio. Le tessitrici lo vendono on line, insieme al ricettario della “Solar Chef” Raffaelangela Pani.

Social Oven in cambusa

La progettazione è stata affidata ad Alexander Scano, esperto di energie rinnovabili e cucina solare, al fisico Andrea Mameli e all’astrofisico Manuel Floris, direttore del planetario de L’Unione Sarda: catturasole ad alta efficienza energetica, il forno pesa tra i 150 e i 500 grammi, per due o otto porzioni. Chiuso è grande quanto un libro. Attraverserà l’oceano nella cambusa della barca dello skipper Gaetano Mura, durante le prossime regate.

Edilizia Food&Peace

Nato in collaborazione con centri di ricerca e università, Socialoven è stato sviluppato da Edizero Architecture of Peace, una delle aziende di Daniela Ducato, la bioimpenditrice che ha abolito la petrolchimica, producendo materiali per l’edilizia naturali e “pacifici”, attraverso la trasformazione delle eccedenze dell’agrofood. Zero veleni, zero CO2, zero consumo di suolo. Così è entrata nella top ten mondiale delle eccellenze tecnologiche. All’interno della struttura (22mila mq), la prima materioteca di prodotti bioedibili, tracciabili e agriderivati.

Casa Verde CO2.0, 72 aziende in rete

Cavaliere della Repubblica per meriti ambientali, Daniela Ducato è partita da un’idea semplice ma rivoluzionaria: trasformare gli scarti delle lavorazioni agricole in prodotti e sistemi per la bioedilizia, fra i settori maggiormente inquinanti proprio a causa dell’utilizzo del petrolio, “arma di guerra in tante parti del mondo”, sottolinea l’imprenditrice che sin dall’inizio ha avuto il sostegno del marito Oscar Ruggeri, titolare di un’azienda di materiali edili. Affiancata da un team di biologi, ingegneri, architetti, agronomi, ha creato l’associazione Casa Verde CO2.0 mettendo in rete 72 aziende, di cui 40 in Sardegna, e riqualificando interi territori, dal Medio Campidano all’Alta Marmilla.

Il mamma-pensiero di Daniela Ducato

“All’origine di tutto c’è il mio “ mamma-pensiero”: guardare le cose dal basso, con gli occhi delle api, delle farfalle, dei bambini – spiega Daniela Ducato – ho iniziato partecipando alla riqualificazione delle aree degradate di Guspini, il comune in cui vivo con la mia famiglia, e alla rinascita dei suoi giardini. Abbiamo aperto le case, i cortili con i gatti, ripreso l’apicoltura, condividendo emozioni e saperi locali. Così ho scoperto, ad esempio, che l’antiruggine in Sardegna si fa da sempre con le bucce di pomodoro”.

La contadina dell’edilizia

“Sono una contadina dell’edilizia. Come per uno chef, anche per me carciofi, spezie e pomodori sono ingredienti fondamentali. Ma li guardo con occhi diversi. So che dalle eccedenze delle uve di Barbera, di Chianti e di Cannonau posso ottenere sfumature di grigio piene di vibrazioni, molto più che da un colore pantone”, aggiunge mentre cuoce nel suo fornetto solare due porzioni di suppas sarda con pane e olio extravergine.

Una filiera naturale e sostenibile

Dal latte ricava collanti per le pareti, dagli scarti dell’olio d’oliva un prodotto da addizionare alla malta, da pomodori e vinacce i colori degli intonaci, dalla lana delle pecore sarde un eccezionale isolante termico (e anche un disinquinante “mangia petrolio” per il mare). E poi terra cruda, terra cotta, sughero e fibre dalla poseidonia spiaggiata: Daniela Ducato ha dato vita con il suo gruppo alla filiera perfetta della bioedilizia, generando nuovi posti di lavoro. I suoi prodotti sono richiesti in tutto il mondo. Anche per la loro sostenibilità: “Non mi interessa produrre a costi elevati prodotti di nicchia – conclude – Per essere competitiva con l’edilizia convenzionale ho pochi strumenti: rigore scientifico e innovazione tecnologica”.

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