“Casa Faletti: il noir in una stanza” di Maurizio Crosetti

MEMORIE DI FAMIGLIA
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La tastiera Yamaha e la libreria nello studio di Giorgio Faletti. Sopra la scrivania, vicino al suo computer, Roberta ne ha messo un secondo: “Mi siedo lì e lavoro: è come averlo accanto”

Nella stanza c’è ancora tutto lui. Ci sono gli occhi da husky di Giorgio Faletti in una serie di ridenti fotografie, c’è la sua tastiera Yamaha, la sua scrivania piena di cose anche se sono tre anni, ormai. Ci sono un Telegatto, alcune stampe buffe, due chitarre e gli scaffali con i libri.

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04 — Il Telegatto

Gli oggetti nello studio della casa di Asti raccontano le molte anime di un uomo senza schemi, di un campione senza ruolo preciso, il cantante, l’autore, il comico, lo scrittore noir e lo scrittore romantico, l’attore e il pittore.

La moglie Roberta ha addosso un bel sorriso, perché non stiamo mica visitando un mausoleo.

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01 — Roberta Bellesini, moglie di Giorgio Faletti. Dietro di lei, la Vespa dipinta da Ugo Nespolo
Sulla scrivania di Giorgio sono appoggiati due computer: perché?
« Quando lui se n’è andato, ho messo il mio monitor accanto al suo e non ho più spostato niente. Mi siedo lì e lavoro: è come averlo accanto. Giorgio, il mio compagno di banco».
Non aumenta la tristezza, così?
« Per niente, anzi mi sento accudita. Il suo sguardo mi accarezza con quell’espressione da prendere in giro tutto».
Adesso le leggo qualche frase dell’ultimo lavoro di Giorgio, la parola c’è pure nel titolo, “L’ultimo giorno di sole”. Il libro è appena uscito per Baldini&Castoldi, l’opera è in teatro con Chiara Buratti che recita e canta. Un commiato?
« Per nulla. Giorgio finì di scrivere i testi a dicembre 2013, la diagnosi arrivò un mese dopo ma lui stava benissimo e fino all’ultimo era convinto di farcela».
Le frasi, dunque: “In una cosa eravamo diversi: sapevamo ridere”.
«Giorgio era un uomo molto divertente. A volte io mi trovavo in cucina e lui, dallo studio, mi chiamava con la voce di Vito Catozzo, oppure con quella di Carlino».
“Camminare fino al fondo di un mondo inventato”.
«Giorgio creava in continuazione, la sua testa era stracolma di cose. E non prendeva mai un appunto. Non si metteva a scrivere un libro se prima non aveva in mente tutta la trama, ogni preciso passaggio. Io gli dicevo: amore, scusa, ma fatti una scaletta, pensa se inciampi, batti la zucca e dimentichi tutto».
“Sorridere con addosso una disperata paura della morte”.
«Come regalo di Natale per Chiara Buratti, in quel 2013 fece rilegare la prima stesura de L’ultimo giorno di sole,copertina in pelle rossa: aveva pensato quest’opera teatrale proprio per Chiara. A gennaio, durante un controllo medico di routine venne fuori il cancro: il destino è davvero il miglior sceneggiatore, purtroppo. Ma la paura della morte, Giorgio l’ha tenuta lontana».
“Ho risalito la collina fino alla cima”.
«Se avessimo saputo quello che stava succedendo».
“Di colpo, ricordo tutto”.
«Tutto».
“Linda, perché la vita è così corta”?
«Quante cose Giorgio avrebbe ancora fatto, era pieno di idee, spunti, soggetti».
Mi fa vedere il cassetto dove teneva i suoi lavori?
«È lì, il secondo dall’alto a destra nella scrivania, ma appoggiava le cose anche qui dietro, sul ripiano della libreria».
Non teme che si possa dire che avete rovistato? Con le opere postume c’è sempre questo rischio.
«No. L’ultimo giorno di sole era pronto, è stato solo ridotto un po’ per la trasposizione teatrale. Lui ci teneva tantissimo. La parte musicale finì di sistemarla con Andrea Mirò durante la terapia, si sentivano dall’America quasi ogni giorno. Lo stesso vale per La piuma uscito nel 2015, un anno dopo la morte. Nessun intervento sul testo, anche se per Giorgio doveva essere un musical, ovviamente impossibile, dopo. Quando finiva un lavoro tornava indietro pochissimo, l’editing lo aveva fatto nel cervello».
In quel cassetto c’è ancora qualcosa?
«Qualche canzone, diversi soggetti cinematografici ma nessun romanzo o racconto. Nel tempo valuteremo, decideremo: alcuni di questi soggetti sono molto dettagliati e sviluppabili. Non vogliamo celebrare Giorgio solo per quello che ha fatto, ma con quello che stava ancora facendo. E sempre e soltanto con la certezza che sia giusto, altrimenti il cassetto rimane chiuso».
A che punto è la serie tv da “ Io uccido”, cinque milioni di copie vendute?
« Stiamo concludendo la revisione della sceneggiatura, scritta da Anthony Cipriano con la mia supervisione. A giugno ci siamo visti a Los Angeles, è un professionista sensibile, i dialoghi sono essenziali così come la psicologia dei personaggi, mi pare che ci siamo».
Avete già scelto regista e interpreti?
« Ancora no. Penso che per vedere Io uccido servirà almeno un altro anno e mezzo. Con Aurelio De Laurentiis che comprò i diritti già nel 2003 stiamo facendo un lavoro accuratissimo. Sarà la sua prima serie tv da produttore e ci tiene».
Come si trova con lui? Che tipo è?
«In pratica, la sua famiglia mi ha adottato. Negli ultimi anni le vacanze le abbiamo passate insieme. Mi portano allo stadio, io sono juventina, quindi è strano ma divertente. Aurelio segue tutto di persona, è un maniaco dei dettagli ed è un uomo affettuoso. Alla fine saranno dodici puntate: non si potevano comprimere le ottocento pagine del libro in un film, ci abbiamo provato ma non funzionava».
Qui nello studio di Giorgio c’è un pannello con Snoopy scrittore e Charlie Brown che legge una lettera, si presume di un editore: “ Caro collaboratore, se ci manda altre storie veniamo a picchiarla di persona”.
«Quando Giorgio portò a leggere i primi racconti, Alessandro Dalai disse che erano ben scritti ma il genere non tirava tanto. Forse, provando con un romanzo…».
La solita frase per scoraggiare.
«Eh, ma dopo qualche mese Giorgio tornò con Io uccido, altro che mollare. E Dalai capì all’istante cosa aveva tra le mani. Lui era anche l’editore di Linus: questo pannello stava da Baldini&Castoldi e un giorno lo vedemmo arrivare in dono».
Per l’esergo di “Io uccido”, Giorgio scelse García Lorca: “Per la strada va/la morte, incoronata,/ di fiori d’arancio appassiti./ Canta e canta/ una canzone/ sulla sua chitarra bianca/e canta e canta e canta”.
«Nel libro ogni omicidio viene preceduto da una canzone. E comunque è un’immagine molto poetica, evocativa, questa morte incoronata che cammina e canta».
Non sarà stato facile per suo marito saltare gli steccati di genere, scollarsi di dosso le etichette.
«Infatti, tutti lo credevano un autore comico. Nessun problema se scriveva Porco il mondo che c’ho sotto i piedi,diverso era se si cimentava con storie sovrannaturali o noir. Adesso è uno dei più tradotti nel mondo dopo Umberto Eco, non male».
Qui è pieno di chitarre, ne abbiamo contate dodici.
«Perché Giorgio era prima di tutto un musicista, lì trovava la sintesi tra le sue due anime, note e parole. Non passava giorno senza suonare la sua Yamaha, da autodidatta. A volte Angelo Branduardi gli chiedeva di mostrargli come facesse, mettendo la mano storta per certi passaggi, fuori dalle regole. Angelo si divertiva molto».
Qui è anche pieno di libri: che lettore era Giorgio?
«Sapeva l’Iliade a memoria, ma amava soprattutto i thriller: in particolare Spillane, Connelly, Deaver. E tra gli italiani Piero Degli Antoni, che per primo lo aveva spinto a scrivere racconti».
Qui c’è un bel quadro con una bandiera americana.
«Giorgio dipingeva, aveva un piccolo studio ad Asti, anche se pochi lo sapevano».
Qui, veramente, c’è anche una Vespa in salotto.
«Una volta Giorgio partecipò a una convention della Piaggio a Pontedera, e come compenso chiese questa moto dipinta da Ugo Nespolo. Mai usata, naturalmente. È un pezzo da museo».
Ci sono tante foto e immagini di Giorgio Faletti in queste stanze, in terrazzo c’è un collage del volto disegnato da alcune frasi. Una dice: “L’importante non è quello che trovi alla fine della corsa, ma quello che provi mentre corri”.
«In queste parole c’è tutto di lui. Che è qui, e ancora corre. Mi mette allegria la sua faccia intorno a me.Disperato ma non serio: è il titolo del suo primo album». 
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02 — Appeso al muro, un pannello di Snoopy che l’editore Alessandro Dalai regalò a Faletti dopo aver letto Io uccido
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05 — Sei chitarre elettriche della sua collezione

11 pensieri su ““Casa Faletti: il noir in una stanza” di Maurizio Crosetti

  1. Penso di aver letto tutti i libri di Faletti anche se i miei preferiti sono i primi due. Fa uno strano effetto vedere lo studio in cui sono stati concepiti.
    Buona settimana 😊

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