Scandalo Università: “Il parere è a cacchio di cane” “Il mio me lo scrivo io”

Ansa
Roulette Studenti che si affidano a un concorso

Negoziati, pubblicazioni valutate a “cacchio di cane”, giudizi negativi e positivi già predisposti per un singolo candidato. Funzionava così l’Abilitazione Scientifica Nazionale di diritto tributario, nell’anno 2013, descritta nelle diecimila pagine d’inchiesta condotta dalla procura di Firenze e dalla Guarda di Finanza. Prendiamo, ad esempio, la conversazione tra i commissari Fabrizio Amatucci e Adriano Di Pietro, mentre discutono delle valutazioni per i candidati alla prima e alla seconda fascia.

“FABRIZIO”, dice Di Pietro, “non ritengo che la seconda fascia sia di negoziato, la seconda fascia è di valutazione…”. Negoziato? Le norme non prevedono alcun negoziato. E infatti nella richiesta di misura cautelare – Di Pietro e Amatucci sono agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione proprio per la spartizione delle abilitazioni – il procuratore aggiunto Luca Turco e il sostituto Paolo Barlucchi scrivono: “Disarmante il lavoro in commissione, dove … si è sempre proceduto escludendo rigorosamente valutazioni sui singoli, procedendo invece a valutazione di gruppi di candidati, o ‘ pa cc h et ti ’, scambiati uno contro uno o per coppie”. C’erano poi i candidati in bilico, quelli più incerti, sui quali si rinviava la contrattazione. Gli incerti risultavano suddivisi persino in sottocategorie – “una barzelletta di valore mondiale” chiosa l’accusa – costituite dai gruppi denominati “incerti verso il sì” e “incerti verso il no”. Tutto ha una logica: gli incerti erano “utilizzati nella fase in cui le due fazioni sondavano possibili baratti di abilitazioni…”. I “pacchetti – aggiungono i pm – nella trattativa finale … hanno assunto delle denominazioni”: c’era infatti la soluzione “rigorosa” con 4 o 5 candidati, quella che ne prevedeva 10, infine la “allargata” da 14. “Pacchetti – continua l’accusa – negoziati sino all’ultimo, evitando di seguire il dettato normativo, che imponeva di confrontarsi sui singoli candidati, uno alla volta, di votare e depositare sulla piattaforma informatica i relativi giudizi… ”.

Bene. Ecco come venivano elaborati e formulati alcuni giudizi. Per la seconda fascia – quella che secondo Di Pietro non doveva essere oggetto di negoziazione – è sufficiente leggere la seguente mail, che il commissario Amatucci inviava al commissario spagnolo Carlos Espadafor: “Caro Car- los, ti comincio ad inviare i miei primi dieci giudizi individuali per II fascia. Come vedi per alcuni candidati come D’Angelo ho pensato di preparare due giudizi uno negativo ed uno positivo che potrei decidere di utilizzare a seconda della linea rigida-restrittiva o più aperta che si seguirà. Ho deciso di dare un giudizio favorevole anche senza maggioranza ad Albertini, Buccisano, Ciarcia, Cociani , Corrado Oliva, Donatelli e Giorgi che mi sembrano bravi quanto gli altri già 8 condivisi. Ci sentiamo più tardi”.

Nel caso di D’Angelo, insomma, il professor commissario Amatucci aveva le idee chiarissime: aveva già redatto un giudizio positivo e uno negativo, da adoperarsi alla bisogna e, s’immagina, entrambi – sebbene di segno opposto – compiutamente argomentati. Ma andiamo avanti. Si scopre anche che, per i giudizi sulle pubblicazioni, Amatucci si avvale di Maria Pia Nastri, ricercatrice di seconda fascia, abilitata l’anno prima. Nastri – s’immagina – avrà profuso un notevole impegno nella selezione degli scritti ovvero – per usare le parole dell’accusa – per la “valorizzazione delle singole pubblicazioni” e“i giudizi dei candidati … del commissario Amatucci”. Lasciamo alle sue stesse parole l’estrema sintesi della situazione: “Io qualcuno l’ho preso, ma a cacchio di cane, cioè il primo della lista, il più recente e quello sulla lista… si segnala buono questo… e gli altri accettabili…”. Più chiaro di così: Nastri rivela di aver scelto le pubblicazioni “a cacchio di cane”, magari la più recente o la prima della lista, che ha segnalato come buona e giudi- cando accettabili le altre. Ne parla con la collega Roberta Alfano, anch’ella coinvolta, con Giovanna Petrillo, nella redazione dei suddetti giudizi. Le tre ricercatrici, per comunicare, avevano deciso di creare una chat su whatsapp denominata, per l’occasione, la “banda del torchio”. Così funzionavano i lavori della commissione che, peraltro, vivevano le fasi più significative fuori dalle università: in luoghi privati.

GLI INVESTIGATORI, nel corso delle indagini, hanno intercettato una serie di “trattative” andate in scena nello studio del professor Di Pietro dove tutti i commissari – con l’eccezione di Espadafor, in collegamento Skype dalla Spagna – si davano appuntamento. Qui “trattavano” prima di ratificare le loro scelte nei consessi ufficiali. Tra l’opzione “rigorosa” e quella “allargata” fu scelta infine una via di mezzo. A ottenere l’abilitazione – spartiti tra le due associazioni di tributaristi, la Società studiosi di diritto tributario e l’Associazione italiana professori di diritto tributario – furono scelti infatti 7 candidati.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...