Critica cinematografica:”Blade Runner, il replicante di un film cult” di Federico Pontiggia

Esce il seguito del film cult

RELITTO O RELIQUIA? Harrison Ford:mai è apparso così sensibile, empatico e bravo: merito suo o, anche, demerito degli altri?

Le lacrime si confondevano nella pioggia, ora non più. Gli occhi sono asciutti, e nevica. Di colombe nemmeno l’ombra. Trentacinque anni dopo – trenta nella finzione – il replicante non è più anelante, ma riluttante, sebbene si creda di più di quanto non sia. L’atteso seguito di Blade Runner esibisce bene, benissimo quel che il cinema è diventato dal 1982 fin qui: bello senz’anima. Nel migliore dei casi, s’intende. Dirige Denis Villeneuve, e Ryan Gosling, l’impassibile, ineffabile Ryan Gosling, è il suo profeta: il nuovo Blade Runner replica a soggetto, anzi, replica un soggetto, è un simulacro, la copia di un originale mai esistito. Purtroppo, si fa per dire, quell’originale è esistito, l’abbiamo visto e rivisto nelle sue infinite versioni ( final e director’s cut), e ancora non ce lo leviamo dagli occhi e, non esageriamo, dal cuore: Blade Runner aveva l’a ur a , Blade Runner 2049 no. Il follow-up di Villeneuve è inferiore alla somma delle sue parti, è tante ottime cose, ma non è un capolavoro, forse nemmeno un grande film. Forse è solo eccelsa riproduzione tecnica. Forse.

SENZA FARE spoiler, anche se è dannatamente complicato, si segue l’agente K della Polizia di Los Angeles (Ryan Gosling), un Blade Runner a caccia di replicanti, i Nexus 8: ne scova subito uno (Dave Bautista), e si sente apostrofare “voi nuovi…”. Il lascito è un bulbo oculare, scannerizzato a uso e consumo del suo capo Madame (Robin Wright, a metà tra The Congress di Ari Folman e House of Cards), che lo tiene talmente al guinzaglio da lasciare intendere, semmai ce ne fosse bisogno, uno scarto ontologico.

Occhio per occhio, fiore per fiore, uno scheletro ben presto riesuma un dubbio: tra un sogno di una pecora elettrica e un altro, non è che gli androidi possano perfino partorire? Correlato, che cosa fa di un umano un umano? La risposta è affidata a un valente regista umanista, capace di rendere u- mana la fantascienza ( Arrival, 2016), umano l’action ( Sicario, 2015), umano il dramma familiare (Prisoners ,2013). Ma questa di fantascienza, com’è: umana, troppo umana o nemmeno un po’? La terza, diremmo, poiché sebbene la tensione sia per l’umano, e la detection conseguente, il film stesso fa autocritica: “Anche senz’anima non sei male”, si sente dire K. Apprezzabile la sincerità, meno il precipitato: se con il Philip K. Dick de Il cacciatore di androidi ( Do Androids Dream of Electric Sheep) il sogno era una solida realtà per umani e non, qui noi spettatori che sogniamo? Basta un sontuoso apparato visuale, un su- perbo proscenio visivo a farci sentire nostro quel che provano o, meglio, fanno i personaggi? Che cosa proviamo, sentiamo, sogniamo con Blade Runner 2049? A differenza di quanto non accada a K, Denis Villeneuve non (ci) dimostra di aver fatto proprio, ovvero di sentire, le emozioni originariamente provate e offerte al pubblico da Ridley Scott, e non perché vari a tal punto sullo spartito da sconfessare il Blade Runner del 1982, ma perché non ci crede – né ci fa credere – mai. Superficiale e bello, epidermico e bellissimo, giammai epico, patetico, poetico: Denis Villeneuve conferma la cifra principale del suo talento, la versatilità; il direttore della fotografia Roger Deakins troverà probabilmente la quattordicesima candidatura agli Oscar e, finalmente, la prima statuetta; Gosling ribadisce che quando si tratta di non muovere un muscolo facciale e incassare non ha eguali. E più non dimandare. Visuale e visionario non sono sinonimi, almeno non più di quanto lo siano pioggia e neve, Blade Runner K e Blade Runner Rick Deckard. Già, Harrison Ford, che mai è apparso così sensibile, empatico e bravo come qui: merito suo o, anche, demerito altrui? Relitto o reliquia che sia, ha un diapason che gli altri nemmeno si immaginano, figurarsi sogna- re: il Blade Runner del 1982 è la cosa migliore del Blade Runner del 2017, o 2049 che dir si voglia, e non servirebbe aggiungere altro.

MALGRADO l’esperienza di Deakins e la perizia di Villeneuve, c’è più cinema in quell’icastica didascalia senza immagini, “Ho visto cose…”, di Rutger Hauer che in queste immagini senza didascalia, che pure di 2049 sono la meglio cosa. Di arco narrativo (personaggi, quali il Wallace cecato di Jared Leto, abbandonati a se stessi) e dialoghi (il “tu come stai?” messo in bocca a Ford di fronte a un Gosling lacero-contuso grida vendetta) meglio tacere, ma singolare è l’assonanza tra questo e un altro recente cavallo di battaglia di ottimo regista, Dunkirk di Christopher Nolan: vale a dire, la sceneggiatura dov’è? Se nondimeno Dunkirk sa giostrare i tempi e volare alto, al contrario, lo script di Hampton Francher e Michael Green immobilizza e sterilizza. A tal punto che quando una ragazza piange nessuno in platea presterà il fazzoletto. Da domani in sala, con un rammarico: quanto ci sarebbe stato bene un icastico “Ho letto cose…” in bocca a Gosling, eh? Fatto sta, l’idea di Blade Runner1982 straccia questo Inception 2049 di Villeneuve.

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