“L’altra Caporetto” di Paolo Rumiz

TOLMINO ( SLOVENIA OCCIDENTALE)
In questo viaggio non troverete una sola linea dritta. L’uomo che ne è protagonista, e che tenteremo di inseguire nelle sue pazzesche evoluzioni per montagne, crinali, canaloni e boscaglie, è un maestro di svolte, deviazioni, agguati e nascondigli. Cent’anni dopo, l’ombra di questo leggendario, imprendibile infiltrato lascia ancora impresse nel paesaggio le orme dei suoi zigzag sul confine orientale d’Italia. Il nome di costui è Erwin Rommel, protagonista dello sfondamento austro-tedesco sul fronte di Caporetto il 24 ottobre del 1917.Schermata 2017-10-06 alle 21.16.06.png
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Primo tenente del battaglione Fucilieri da montagna del Württenberg, a 26 anni non ancora compiuti, gestendo un’autonomia decisionale sconosciuta agli ufficiali italiani, riesce in 52 ore quasi ininterrotte di azione a travolgere cinque reggimenti, conquistare una decina di posizioni, catturare novemila uomini di truppa e centocinquanta ufficiali. Il tutto con perdite irrisorie e percorrendo a velocità inverosimile, in combattimento, una quarantina di chilometri, 2500 metri di salita e 800 di discesa, da Tolmino fino alla vetta del Matajur, quota 1641. Un’impresa che è storia e mito nello stesso tempo.
La Caporetto che racconteremo è la Caporetto vista dal nemico. Abbiamo vissuto un secolo di analisi e autocritiche, spesso italicamente autolesioniste, in cui abbiamo analizzato fino allo sfinimento ogni aspetto della nostra sconfitta. Ci siamo processati più dei Francesi, che nella guerra del ’14-’18 conobbero ribellioni e cedimenti non inferiori ai nostri.
Abbiamo evocato fantasmi di sciopero militare, prodotto su noi stessi luoghi comuni disfattisti, scaricato tutte le colpe sul capro espiatorio Cadorna, affermato che Caporetto ci rappresenta come popolo più del Grappa e del Piave. Per questo ci è sembrato opportuno narrarci alla rovescia, dalla parte di quello che allora fu il miglior esercito del mondo e alla luce della meticolosa preparazione tedesca. Materiali portati con 2400 treni, oltre 2200 tra cannoni e bombarde, un milione di granate a disposizione, 30 mila cavalli. La conoscenza perfetta del terreno, studiato per settimane. Qui, in particolare, ci guarderemo con gli occhi di un combattente assai speciale, modernissimo eppure capace di riconoscimenti cavallereschi d’altri tempi. Un uomo che, dopo 29 mesi di massicce offensive frontali italiane costate un’ecatombe, ci sorprende aggirandoci con manovre-lampo che polverizzano — talvolta senza sparare un colpo — i teoremi dei nostri generali sulla guerra di posizione.

Primo giorno

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24 ottobre 1917, ore 02.00.

Comincia il cannoneggiamento tedesco. Fuoco tambureggiante sotto una pioggia torrenziale, le montagne grondano, l’Isonzo è in piena. Soldati tedeschi e austriaci fradici hanno da poco attraversato il fiume per concentrarsi sulla riva destra, nella piccola testa di ponte a ridosso delle prime linee italiane. Dovranno aspettare in silenzio l’ordine di attacco previsto per le otto. Ufficiali e graduati controllano gli orologi. Ognuno di essi ha una mappa a colori del terreno appesa al collo. Nulla è lasciato al caso. Scrive Rommel «Fiammate di oltre mille bocche da fuoco guizzano ai due lati di Tolmino » . Le montagne rimbombano, ogni esplosione echeggia e si ripete nella valle tra il Kolovrat e il Monte Nero. Fattore acustico micidiale, sconosciuto sugli altri fronti, più pianeggianti, della Grande guerra. Gli italiani non vedono nulla, una fitta nebbia copre il fondovalle.
Cent’anni dopo siamo nello stesso posto, di prima mattina, dopo una magnifica notte stellata. In testa alla pattuglia Jože Šerbec, direttore del museo della guerra di Caporetto, che conosce ogni pietra di queste montagne. Poi Bruno Petti, generale già comandante delle truppe alpine; Lucio Fabi, storico della Grande guerra; Elio Candussi, del Club alpino italiano, con sua figlia Giulia, fotografa; il regista Alessandro Scillitani e chi scrive. Il confine italiano è a tre chilometri ma siamo in un altro mondo. La terra dei campanili a cipolla, delle zucche e del succo di mela. Bambini biondo-pannocchia vanno a scuola a piedi, da soli. Ciclisti e canoisti zigzagano attorno all’acqua verde dell’Isonzo che qui porta il nome di So?a.
Seguiamo fedelmente la relazione di Rommel, dal libro Fanteria d’attacco nella traduzione di Giorgio Cuzzelli, 2013, Leg edizioni, titolo originale Infanterie greift an, scritto nel 1937 per la scuola militare di Dresda. «Abbiamo freddo e tutti non vedono l’ora che cominci l’attacco. Ma i minuti sono interminabili » . E ancora: « Invano i riflettori nemici tentano di penetrare la pioggia. Il fuoco di sbarramento nello spazio intorno a Tolmino, da noi atteso e temuto, non si scatena». Il tiro lungo degli austro-tedeschi ha tagliato le linee telefoniche italiane. Cadorna dorme tranquillo al quartier generale di Udine. Il generale Badoglio ha ordinato di non azionare cannoni senza suo ordine. Ma l’ordine non arriva.
Ore 08.00. «Negli ultimi quindici minuti prima dell’attacco – leggo sulla relazione di Rommel – il fuoco raggiunge un’incredibile violenza. Il turbine di proiettili che esplodono copre con una densa nube le posizioni nemiche distanti solo poche centinaia di metri » . Alle otto in punto parte l’attacco. « L’artiglieria e le bombarde allungano il tiro. Davanti a noi il reggimento della guardia del corpo si alza per partire all’assalto » . Le truppe d’assalto raggiungono la prima linea italiana nei pressi di San Daniele. «I resti del presidio ci vengono incontro correndo con le mani alzate e i volti contratti dalla paura».
E noi si inizia la salita a mezzacosta e poi in ripida salita sotto il monte Hlevnik, metri 886, trampolino per la dorsale del Kolovrat. I fucilieri da montagna vanno su svelti nonostante i quaranta chili sulle spalle e le uniformi appesantite dalla pioggia. Hanno alle spalle un duro allenamento sui monti della Serbia e della Romania. Jože sfronda la sterpaglia col machete che tiene alla cintura. Sotto di noi l’Isonzo scorre come allora. La Slovenia è sempre quella agreste di un tempo. Ma molte cose sono cambiate. La foresta è più fitta. A Plezzo, verso Nord, oggi c’è un campeggio sulla spianata dove all’alba 900 mortai spararono il gas contro gli italiani. E noi si sale per sfasciumi in mezzo a faggi e tronchi marci. Ogni tanto, uno scivolone. I rumori della valle si allontanano. La campana delle 9, un tagliaerba.
Ore 10.00. Ci chiediamo come facessero i soldati di allora a salire con tutta quella roba addosso. Fucile, viveri, munizioni, bombe a mano, elmetto, telo tenda, badile, ricambi di vestiario. Questo per chi non aveva anche la mitragliatrice leggera o il telefono a filo. È verso la fine della salita che gli italiani fanno fuoco contro il distaccamento Rommel da una posizione fortificata alle falde del monte. È la seconda linea di difesa. Sotto una pioggia scrosciante, i fucilieri si avvicinano senza far rumore lungo un sentiero mascherato. Il tenente incarica una pattuglia di prendere la posizione di sorpresa mediante aggiramento, «possibilmente senza sparare né lanciare bombe a mano».
Il colpo riesce: decine di prigionieri sono catturati senza colpo ferire, traditi dal teorema dei loro stessi generali. Che è: attaccare sempre, guardare sempre avanti, controllare dal fronte ciò che sta di fronte. L’attacco da dietro non è contemplato. Il concetto di difesa elastica nemmeno. Rommel capisce la chiave del successo. Fare in fretta, aggirare infiltrandosi. Scrive: « Maggiore sarà la nostra penetrazione e tanto meno i nemici saranno preparati alla nostra comparsa e tanto più facile sarà la lotta » . Sembra di leggere Tito Livio sulla battaglia della Trebbia, quando Annibale, preparando l’imboscata ai Romani, rassicura i suoi ufficiali dicendo: «Romani non sunt ad hoc genus belli adsueti». I Romani non sono abituati a questo tipo di guerra.
Ore 11.00. Saliamo per un costone tormentato da crateri di bombe verso la vetta di cima Hlevnik. Scheletri di baraccamenti. Postazioni e trincee devastate da radici di alberi cresciuti dopo il micidiale bombardamento di cent’anni fa. Qui i tedeschi rischiano di essere colpiti dalla loro stessa artiglieria, ma Rommel rinuncia a sparare i razzi di avvertimento alle batterie di fondovalle per non segnalare la sua presenza al nemico. Sa che in simili condizioni mai gli italiani si aspetterebbero un attacco. E così a mezzogiorno raggiunge la vetta del monte. « Ovunque notiamo un gran numero di italiani sbandati, che in gran parte vengono catturati». Segno evidente di una grave assenza di comandi. I tedeschi sono così veloci che non hanno quasi tempo di occuparsi dei prigionieri.

Ore 13.00 
Salita ripida verso la dorsale del Kolovrat. Il bravo Jože legge sul terreno ogni movimento dei tedeschi. Non solo conosce il luogo, ma ha accompagnato centinaia di esperti di tutto il mondo su questo fronte. Soprattutto, ha lavorato sulle mappe e sui magnifici plastici della battaglia esposti nel suo museo di Caporetto. Leggiamo: « Ha smesso di piovere. La nuvolaglia finora fitta sopra le nostre teste comincia a diradarsi » . Ai tedeschi compare il crinale del Kolovrat. Difficilmente intendono il senso augurale di quel nome: vrata
vuol dire porta. Ed è l’irruzione a sorpresa nelle postazioni italiane sulle rocce sotto il passo Na Gradu (Solarie), quota 1066. Altri prigionieri. Profumo di zuppa appena scodellata. «Le scatolette italiane e il rancio già pronto placano il nostro robusto appetito».
Ore 17.00.
Facciamo merenda a quota 1066, nel punto dove i fucilieri da montagna incontrano le truppe alpine bavaresi, salite da un altro versante. Il loro obiettivo è la postazione del Pod Klabuk, quota 1114, accanto al passo Solarie: ma, protetta da robusti reticolati, la brigata Taro non ha nessuna intenzione di mollare. «Le vedette italiane dimostrano di essere all’erta e non esitano ad aprire il fuoco con bombe a mano e mitragliatrici » , il che costringe Rommel a mettersi «ripetutamente al coperto» e i bavaresi ad arretrare. A questo punto il maggiore Bothmer, che li comanda ed è pure conte, ordina a Rommel di mettersi ai suoi ordini e di presidiare la posizione senza combattere, riservando la gloria a se stesso.
La relazione Rommel qui fa educatamente capire che c’è un battibecco fra i due. Leggiamo: «Ai ragazzi del Württenberg non piace affatto combattere in seconda linea», e così Erwin, sornione, si permette di far notare al signor conte che la decisione spetta solo al suo capo, maggiore Sproesser, che vanta una superiore anzianità di servizio e sta per arrivare. Rommel sa di poter ottenere dal suo comandante – come avverrà all’alba del mattino dopo la massima libertà d’azione. Jože tira fuori una grappa di lamponi, la offre alla compagnia. Spiega che per i bavaresi quel rifiuto sarà uno smacco difficile da digerire, e forse non ancora digerito. Nelle loro relazioni sulla battaglia del Kolovrat, Rommel è tuttora citato a malapena.
Ore 19.00.
Il sole tramonta verso le pianure friulane. Il generale Petti legge che mentre il Nostro fa sistemare i suoi per la notte nelle postazioni italiane, dal fondovalle arrivano notizie trionfali. La 12.a divisione slesiana ha risalito l’Isonzo quasi senza ostacoli e alle 15 è già riconquistato Caporetto. È il crollo della teoria delle alture dominanti, secondo la quale chi sta in alto vince. Su un tavolo da pic-nic con gran vista sulle Alpi e la pianura friulana, cerchiamo di capire questa inaudita penetrazione. Cadorna, che sapeva dell’offensiva imminente aveva ordinato di stare sulla difensiva. Ma il comandante della seconda armata, generale Capello, non ci sta, cerca gloria, e predispone quella che passerà alla storia, in negativo, come la “Trappola di Vol?e”. Far entrare il nemico in profondità per massacrarlo con le artiglierie da due lati, Kolovrat e Monte Nero, fino a un possente contrattacco dalla seconda e terza linea. La regia è stata affidata a Pietro Badoglio, generale di corpo d’armata, responsabile del settore tra Caporetto a Bainsizza, che si arroga il comando diretto dell’artiglieria (700 pezzi e munizioni per tre giorni) e ordina di non sparare senza un suo ordine. Ma all’arrivo dei tedeschi, Badoglio non sa nulla, né può ordinare nulla perché le linee telefoniche sono saltate. Massone, farà carriera fulminea nonostante i suoi madornali errori.

Secondo giorno

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Ore 00.00. Noi al caldo sotto il piumino dopo una cena di lusso a base di brasato di cervo. Per i tedeschi, invece, è una notte gelida con uniformi bagnate e vento. «Su un duro tavolaccio» Rommel riflette su come penetrare a sorpresa nella terza linea italiana sulle brulle alture del Kolovrat. Le postazioni sono allineate verso Nordovest su una sequenza di alture lungo il crinale fino alla sommità del Monte Kuk. Ha bisogno di rinforzi e si propone di chiedere al suo capo, atteso prima dell’alba, tre compagnie in più. Nell’esercito italiano una simile richiesta sarebbe inconcepibile, turberebbe le gerarchie. Tra i tedeschi no: conta l’obiettivo. In funzione dell’azione da compiere, un primo tenente può assumere temporaneamente anche le funzioni di generale.
Ore 05.00. Notte stellata, fredda. L’erba si copre di brina. Una mezza Luna storta scende verso Udine. Lontano, una striscia argentea: il mare. Il generale Bruno Petti è già sveglio, consulta le mappe dal libro di Rommel. Ore cinque: è il momento in cui arriva Sproesser col resto del battaglione da montagna. Capisce la richiesta del suo tenente e gli assegna quattro compagnie in più, due di fucilieri e due di mitragliatrici pesanti. «Senza la ragionata fiducia di Sproesser – commenta Bruno Petti – forse Rommel non sarebbe diventato quello che è». La colonna parte, dopo aver consumato scatolette italiane al posto del caffè, nascosta dalla strada mascherata costruita dagli stessi italiani. Il contatto col comando non si interrompe mai, grazie ai telefonisti che svolgono la linea volante. I soldati hanno voglia di azione. “E’ bello muoversi dopo una notte fredda”.
Da questo momento l’avanzata dei fucilieri segue in perfetto silenzio le rotonde isoipse alla base delle alture di cresta, disegnando qualcosa di simile alla traccia di uno slalom gigante. Gli italiani si aspettano il nemico da Nord e Rommel cerca il Sud, per aggirarli. La relazione dell’uomo che, nella Seconda guerra mondiale, diventerà la Volpe del Deserto, prosegue con un minimalismo antiretorico che fa da contraltare in modo quasi irritante con l’enormità della prestazione. « I tedeschi restano freddi – commenta il nostro generale – mentre gli italiani si esaltano e si mortificano con la stessa velocità». Ma l’Italia è anche altro: un Paese che rinnega la geografia, considerata la cenerentola delle materie di insegnamento. Caporetto è, al contrario, la vittoria di chi ha studiato le mappe.
Ore 06.30. Il sole di uno splendido mattino autunnale illumina le cime del Kolovrat, un nome che agli Italiani dice poco, e invece è un limes tra i più antichi d’Europa. Separò la repubblica di Venezia e poi l’Italia dall’impero degli Asburgo, poi divenne fronte della Grande guerra, quindi cortina di ferro tra democrazie occidentali e comunismo jugoslavo. Oggi è frontiera aperta con la Slovenia. I gitanti passano da una parte all’altra senza nessun ostacolo su praterie e boschi dove le garitte della Guerra fredda si alternano alle trincee di trent’anni prima. «In questo stratificarsi di storie – osserva Elio – la memoria della Grande guerra giganteggia. Tutto quello che è accaduto dopo sembra sbriciolarsi nel nulla ». Le postazioni italiane sono magnificamente restaurate, ma dagli sloveni. Con gli stessi soldi europei, la regione Friuli ha piantato malandati cartelli e basta. Qui la memoria abita tutta oltre confine.
Rommel intanto scompare e ricompare come Fantômas. Una pattuglia sveglia, una quarantina di italiani che dormono accanto alle mitragliatrici. Le vedette non si aspettano di veder arrivare i tedeschi da dietro. Il sergente Streicher si offre di esplorare i reticolati sotto il Trinski Vrh, il cosiddetto Monte Piatto a quota 1138. Rommel: «Sto per addentare una pagnotta italiana di farina bianca », dopo meno di mezz’ora, senza che si oda nemmeno uno sparo, «Streicher mi invia la seguente comunicazione: pattuglia penetrata, conquistato cannoni, fatto prigionieri». Come se sul Monte Piatto gli Italiani fossero estranei al pandemonio circostante.
Ore 08.00. Camminiamo sul crinale con vista su Monte Nero e Matajur. Sella Nagnoj, lamponi, rose canine, erba di San Giovanni. Merli e cinciallegre fra le trincee dove molti artiglieri son fatti prigionieri mentre compiono «le abluzioni mattutine», probabilmente senza armi leggere a portata di mano. Tran-tran da terza linea dopo quasi trenta mesi di fronte in letargo: una cannonata, una sigaretta, un caffè, un altro colpo e via. L’idea che il nemico sia a due passi non li sfiora nemmeno. A differenza che su quota 1114, lo stato d’allerta è nullo. «Basta un solo fuciliere perché i nemici nel ricovero si alzino, gettino le armi e si mettano in riga». E ancora: «Quando i miei si affacciano improvvisamente alle spalle delle vedette come se fossero spuntati dal suolo, queste sono paralizzate dallo spavento e non pensano a sparare la fucilata d’allarme ». I diavoli del Württenberg avanzano così, senza far rumore, nascosti dai festoni di mascheramento.
Quota 1192: l’assalto si presenta difficile. Gli italiani contrattaccano furiosamente e la seconda compagnia si trova accerchiata da forze cinque volte superiori. Il reparto è gravemente impedito: ha mille prigionieri cui badare con pochi uomini. Bisogna trasferirli sul pendio sottostante ai reticolati, ed è lo stesso fuoco italiano ad accelerarne lo sgombero. Tutti vogliono mettersi al riparo il più rapidamente possibile.
Ora è questione di minuti: la seconda compagnia « può essere salvata solo da un colpo a sorpresa » . Rommel fa piazzare mitragliatrici, poi i suoi « si lanciano con selvaggia decisione contro il fianco e le spalle del nemico. Si ode un formidabile hurrà. La puntata a sorpresa coglie il segno » . Presi da due lati, gli italiani gettano le armi. Alcuni ufficiali tentano di difendersi ma sono sopraffatti. «Ci vuole il mio intervento personale per sottrarli alla furia dei fucilieri da montagna».
Ore 09.15. Passa, cantando, una scolaresca slovena in gita con i professori. La traversata offre panorami immensi. Aver preso quella cresta, per Rommel, è un colpo grosso: significa «una breccia nella linea di resistenza principale del nemico». C’è il rischio di contrattacchi, ma i fucilieri, annota Rommel, «non sono abituati a restituire ciò che hanno conquistato con fatica » , anche se la lotta si fa dura e dall’alto del Monte Kuk gli Italiani ora sparano con mitragliatrici pesanti. L’ultimo e più alto bastione del Kolovrat formicola di uomini: sono uno, forse due battaglioni. Le artiglierie italiane hanno deciso di non aspettare più l’ordine di Badoglio che non arriva, e cominciano a bombardare i tedeschi. C’è tutta Caporetto in questa decisione. Resiste solo chi disobbedisce a comandi inesistenti.
E qui accade qualcosa di inspiegabile. Invece di contrattaccare, gli italiani sul Kuk cominciano a trincerarsi su tre linee sovrapposte. «Il passaggio del nemico alla difensiva è quanto di meglio potessi desiderare», annota il Nostro e, appena arriva il resto dei fucilieri, prepara l’attacco. Ordina di fare in fretta, perché al nemico «bisogna lasciare il minor tempo possibile per trincerarsi». Intanto chiede via telefono l’appoggio dell’artiglieria allo stato maggiore dell’Alpenkorps, proponendosi di dirigere personalmente il tiro. Senza fare storie, l’alto comando gli concede 30 minuti di fuoco della propria artiglieria pesante.
Ore 11.00. I tempi dell’azione sono mozzafiato. Comincia il bombardamento. Frastuono, pioggia di schegge, valanghe di macigni. La preparazione dell’assalto è minuziosa. «Piazzo le mitragliatrici su posizioni coperte… A ogni singola arma assegno un settore di tiro » . Intanto arriva il reggimento bavarese, che ha appena preso quota 1114 dopo furibonda lotta e traversando il Kolovrat ha incrociato i 1500 prigionieri di Rommel scortati verso le retrovie. Quando parte l’attacco in salita con le mitragliatrici leggere e le

 Sturmtruppen con bombe a mano, la risposta italiana è vigorosa, ma appena qualche fuciliere sventola un fazzoletto bianco in faccia al nemico, dalla posizione sovrastante cominciano a uscire i primi disertori. Cento uomini almeno.
Quando parte l’assalto finale col supporto dei bavaresi, Rommel decide di non aspettare la resa del Kuk. Vuole sfruttare ancora il vantaggio della sorpresa. La strada mascherata italiana sul pendio sud del Kolovrat «è un autentico invito a una manovra aggirante » verso il fondovalle dove si snoda la strada che porta a Savogna e Cividale e così si butta di corsa in discesa con un distaccamento dei suoi. I fucilieri «ansimano sotto il peso delle mitragliatrici pesanti » , grondano sudore sotto il sole. Nella frazione di Livske Ravne intercettano italiani che cadono dalle nuvole. « Basta un breve cenno della mano per invitarli a gettare le armi e un altro cenno in direzione est perché si avviino» sulla strada di Tolmino verso la prigionia. « Sono paralizzati dalla nostra improvvisa comparsa » . Anche qui, tutto in perfetto silenzio. « Nulla ci trattiene, nessuno spara».
Ore 12.00.
Scendiamo anche noi per praterie, faggete e abetaie in un inseguimento che non sembra più guerra ma copione di un film. In fondovalle un campanile batte mezzogiorno. La strada è la stessa di allora, costruita dal genio italiano. Ancora solidissima, con muretti di contenimento intatti. Leggo che i nostri in fuga lasciano numerosi muli con ceste piene di ogni ben di dio. Pane bianco, uova, grappoli d’uva, e che i tedeschi affamati si servono a man larga senza fermarsi. Il Capo vuole andare oltre, oltre ancora, scendere verso la valle, all’altezza di Luico (Livek) per intercettare il principale asse di rifornimento del nemico. Col binocolo, vede il paese rigurgitare di baraccamenti e truppe. Sulla strada per Cividale, un viavai pacifico da retrovia. Gli italiani non hanno la minima idea di quanto siano penetrati gli austro- tedeschi dal Kolovrat e oltre il valico di Stupizza.
Ore 12.45.
Ancora giù, per boschi da contrabbandieri, disseminati di bei testi poetici inchiodati ai tronchi. Arriviamo in fondo all’altezza del confine fra Italia e Slovenia, dove la strada compie una doppia, leggera curva. È qui che Rommel compie uno dei suoi capolavori. Anche qui una scena da film. «Da Nord e da Sud vediamo arrivare soldati isolati e veicoli che non sospettano nulla e vengono accolti con molta cortesia da pochi fucilieri da montagna. È un vero divertimento. Durante tutta l’operazione non si verificano sparatorie. I nostri uomini badano che la corsa dei veicoli non subisca rallentamenti nella curva » . Carriaggi, cavalli e muli sono parcheggiati in uno spazio predisposto, ma sono così tanti che presto lo spazio manca.
« Gli affari vanno bene » , commenta il Nostro. « A noi guerrieri affamati il contenuto dei vari veicoli offre leccornie di cui nemmeno sospettavamo l’esistenza. Cioccolata uova scatolette uva vino pane bianco. Presto le fatiche e le lotte delle ore appena passate sono dimenticate. Il morale è altissimo». Ma ecco che da Sud si avvicina a velocità pazzesca un’automobile nemica. I tedeschi hanno tagliato le linee telefoniche e questo ha insospettito gli italiani. La strada viene sbarrata con una carretta di traverso. Un mitragliere apre il fuoco contrariamente all’ordine di Rommel. L’autista e tre ufficiali balzano a terra e si arrendono. Uno riesce a scappare. Un quarto, colpito a morte, giace in macchina. Lo chauffeur la porta al parcheggio. Resterà nel suo ruolo, al servizio dei tedeschi, almeno fino al Tagliamento.

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01 – Soldati italiani fatti prigionieri a Caporetto
Ore 14.30.
Ci fermiamo sulla strada a studiare la topografia dell’agguato. «La velocità della resa degli italiani resta un mistero dopo un secolo», brontola Lucio Fabi. «Ne ho abbastanza degli stereotipi sul popolo italiano imbelle o, viceversa, sugli alti comandi incapaci » . Il film registra un crescendo rossiniano. Una lunga colonna italiana scende da Luico. Soldati tranquilli, a passo di strada, senza misure di sicurezza. I tedeschi si dispongono ai posti di combattimento, sui due lati della strada, e il Capo ordina di sparare solo al trillo del suo fischietto. Quando gli italiani sono a trecento metri, l’aspirante ufficiale Stahl è mandato loro incontro con un bracciale bianco da parlamentare. Deve spiegare che la valle è piena di tedeschi pronti a far fuoco. Per sottolineare il concetto, « i tenenti Grau, Wahrenberger, Streicher e io usciamo allo scoperto con sventolio fazzoletti».
Succede che Stahl è catturato, non riesce nemmeno a spiegarsi, così il fischietto trilla, e giù una grandinata di proiettili. Poco dopo, riecco lo sventolio di fazzoletti. Ma gli italiani sono bersaglieri, e avanzano sparando con mitragliatrici. I tedeschi fanno nuovamente fuoco, per cinque minuti, senza risultato. Solo dopo una terza sparatoria, i cinquanta ufficiali e i duemila uomini della quarta brigata depongono le armi. È lo stesso aspirante ufficiale Stahl a scortarli verso le linee tedesche. Non hanno fatto a tempo a capire la loro superiorità numerica. L’eco dei colpi ha moltiplicato la forza dell’avversario.
Ore 15.30.
La moviola accelera ancora. Il grosso del battaglione del Württenberg, agli ordini del maggiore Sproesser, prende Livek di sorpresa e Rommel lo raggiunge con la lussuosa Fiat italiana, guidata da un italiano, con a bordo una mitragliatrice pesante. Spiega che bisogna tagliare al nemico la strada dell’ultimo bastione, il Matajur, tanto più che anche i bavaresi stanno salendo in quella direzione e i soldati del Württenberg non ci stanno ad arrivare secondi. Sproesser concorda e offre altri uomini per compiere l’impresa. Rommel distribuisce i muli catturati e parte in salita sull’altro lato della valle verso il paesino di Jevš?ek, ai piedi delle prime alture del Matajur.
Saliamo anche noi in silenzio, per la strada che taglia il pendio da Livek, lampadine frontali accese. Traversiamo radure aperte e, alla fine, trincee appena restaurate da quelli del paese. Per i tedeschi è invece arrampicata dura dal fondovalle, lungo un canalone ingombro di sterpaglia. Ci mettono quattro, forse cinque ore, giocando a rimpiattino con le postazioni italiane. Arrivano in paese esausti, col buio, mentre «il brillante disco della Luna illumina lo scosceso pendio, copre con una coltre d’argento prati e cespugli e disegna lunghe ombre nere sui tratti erbosi dietro le macchie degli alberi».
Ore 23.00. A Jevšc’ek, oltre una monumentale betulla, c’è ancora la casa dove Rommel dorme per poche ore. Il proprietario, Stanko Šekli, che abita lì accanto, se la restaura con amore per farne un museo. Stesso letto, stesso tavolo, stessa madia, un elmetto tedesco e altri oggetti. «Per il centenario devo aver finito», dice, e mostra la foto di nonna Marija, che la notte tra il 25 e il 26 ottobre di cent’anni fa ha accolto in casa sua l’uomo destinato a essere leggenda. «Nonna mi ha raccontato tutto. Lui è arrivato con altri ufficiali verso le 23, dopo aver lasciato i soldati e i muli poco sotto il paese. Lei gli ha preparato del caffè, che prima ha dovuto bere per scansare sospetti di veleno. Poi ha offerto delle pere, quelle piccole che vede ancora sugli alberi».
Il distaccamento dei fucilieri è esausto, merita una sosta prolungata. Cinque ore di sonno. Rommel scrive che il paese non è presidiato, ma tutt’intorno è una rete di postazioni trincerate e un andirivieni di nemici. «Durante il nostro avvicinamento – annota – gli italiani tradivano la loro presenza con frequenti grida e una marcia rumorosa, indicandoci in tal modo la strada giusta, il che ci consentì di evitare uno scontro che non desideravamo » .

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02 – Lungo il “trekking Rommel”, il tratto che dal Matajur va verso il Monte Stol e il Monte Canin
Noi andiamo a sistemarci a poca distanza, nel paesino di Avsa. Letto con piumino nella romantica baita del signor Branko Medveš, che ci accoglie con una magnifica cena a base di gnocchi di susine, minestra di zucca, salsicce e vino rosso accanto al fuoco.
Antonio De Toni, che fa da guida sugli itinerari della Grande guerra e ci ha raggiunto dal Friuli, cerca di ridimensionare il mito. « Il libro è stato scritto vent’anni dopo, ed è verosimile che Rommel abbia gonfiato i numeri della sua prestazione in senso autoreferenziale». Prima che vada a nanna, Branko ci mostra la divisa di Keiserjäger che indossa nelle rievocazioni e mi mette in mano un libro sloveno con magnifiche planimetrie sull’impresa di Rommel. Anche lui conosce ogni pietra della sua Heimat. Le trincee lì intorno se le è restaurate da solo, nel tempo libero, e il suo accogliente agriturismo registra prenotazioni per mesi. Sembra voler dire a noi italiani che non può esistere turismo senza culto della memoria.

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Ore 05.00.
Vabbè che il mito non si discute, ma quest’ultima giornata di Rommel è così pazzesca da sembrare inverosimile. In poco più di sei ore arriva sul Matajur con meno di duecento uomini dopo ripetuti combattimenti e la cattura di altre migliaia di italiani. Secondo il sacro testo, Rommel è già partito da Jevš?ek in perfetto silenzio, infilandosi tra le linee nemiche, e a me rode il dubbio di seguire un impostore. Ma il Generale, che è pure già sveglio, mi sussurra che in Germania una balla del genere non sarebbe potuta passare. Tanto più, penso, se verificata meticolosamente da commilitoni invidiosi. Devo rassegnarmi che è tutto vero, che non sto inseguendo il Barone di Münchausen. Abbiamo a che fare con draghi allenatissimi e determinati. E con Italiani sbattuti lì all’ultimo momento, smarriti per assenza di comandi, logistica, conoscenza del terreno e in alcuni casi di armamenti.
Ore 06.30.
Saliamo verso il primo sole che illumina quota 1096. Il pendio è ripido, pietroso, segnato dalle trincee ben ripulite dal bravo Medveš e presidiato da grandi larici, sull’attenti come granatieri. Sui pochi prati, cuscinetti di crochi e, qua e là, gli ombrelli dei funghi chiamati mazze di tamburo. È in quel punto che attorno ai fucilieri si accende una sparatoria da molte direzioni. Rommel perde degli uomini «tra cui l’ottimo tenente Ludwig della seconda compagnia». Poco dopo anche il tenente Aldinger viene ferito. Così decide di ritentare la sorte. Infiltrarsi dietro le posizioni nemiche ai piedi di quota 1096 per sorprenderle dall’alto.
Quando i gruppi d’assalto gridano al presidio nemico di arrendersi, «i soldati esterrefatti voltano la testa e ci guardano. I fucili scivolano dalle loro mani. Fanno cenno di arrendersi. La resa ottenuta senza colpo ferire ha effetto domino sulle trincee circostanti. Si danno prigionieri 1600 uomini e 37 ufficiali. Pochi minuti dopo i tedeschi, resi furibondi dalle perdite, prendono la quota all’arma bianca. Sono esausti, ma non possono permettersi nemmeno un quarto d’ora di riposo. E così, poco dopo, con un pugno di uomini, conquistano anche il Monte Glava, quota 1192, trampolino per l’ultima anticima del Matajur, il Mrzli Vrh.
Ore 09.00. Ora tutto avviene così velocemente che fatichiamo a seguire gli eventi, nonostante una fitta triangolazione tra le mappe, i disegni di Rommel e la conformazione del terreno. Il generale ha con sé un foglio A3 tutto pieno di frecce, orari, linee tratteggiate, cancellature, ma non ne viene fuori. Si sa solo che c’è un enorme ammassamento di truppe ai piedi del Matajur. Un reggimento intero. Gli uomini sono stati sbattuti lì da poche ore, non hanno fatto in tempo a orientarsi. Arrivati in linea nella notte del grande attacco, sono privi di ordini chiari, carriaggi e munizioni. Quelli più in basso, sotto il Mrzli Vrh, sembrano impietriti, e Rommel ne approfitta. Scrive: «Ormai siamo a mille metri. Che davvero non abbiano intenzione di battersi? La loro situazione è tutt’altro che priva di speranze. Se dovessero attaccare con tutte le forze disponibili, finirebbero per schiacciare il debole distaccamento Rommel e potrebbero riconquistare quota 1096».
I tedeschi agitano fazzoletti. Nessuna risposta. Si avvicinano. La folla guarda e non si muove. Un’altra scena da film. Ora Rommel avanza da solo, è a soli cento metri, capisce che non può più arretrare. È allora che la massa comincia a muoversi. «I soldati si precipitano verso di me trascinando con loro gli ufficiali che vorrebbero opporsi. Gettano quasi tutti le armi. A centinaia mi corrono incontro. “Viva la Germania” gridano mille bocche. Un ufficiale che esita ad arrendersi viene ucciso a fucilate dalla propria truppa. Per gli italiani sul Mrzli la guerra è finita».
Sul Matajur si gioca in due tappe la resa, quasi inverosimile, di un’intera brigata: la Salerno. Non sono nemmeno dei pivelli. Sono solo fanti stufi di essere sfruttati, scriverà Malaparte ne
in un esercito pieno di bellimbusti raccomandati e imboscati. Fra i tedeschi corre già il detto: «Italiani, ottimi soldati, mediocri ufficiali, pessimi generali». Ma il mistero rimane, mugugna Lucio Fabi. “ È impossibile capire come si sia potuto sfaldare l’esercito vittorioso che poche settimane prima aveva preso la Bainsizza».
No, davvero non è stata ancora completamente spiegata questa repentina metamorfosi. Solo pochi mesi prima il soldato austriaco Fritz Weber così descriveva i soldati italiani catturati: «Laceri, sanguinanti, sporchi di terra, con uno spirito militare identico al nostro». E poi: «Non ho mai veduto un ufficiale italiano, che sia venuto meno alla sua dignità. Tutti avversari veramente cavallereschi, valorosi, implacabili».
Anche sul Mrzli, quando gli ufficiali italiani si accorgono di quanto pochi sono i tedeschi, tentano di rianimare i soldati, ma ormai è tardi. La truppa non ne vuole sapere e tutti sono scortati in fondovalle. La loro prigionia non sarà una cuccagna: decine di migliaia di Italiani moriranno di stenti in terra straniera, dimenticati anche dalla Patria.
Ore 10.30.
La « mietitura » – come la chiama il generale Fabio Mini nell’introduzione al libro – continua fin sotto la cima. Bastano poche scaramucce e un aggiramento attraverso il bosco a Sud-est, e gli italiani capiscono di non avere scampo. Davanti allo sventolio di fazzoletti, cessano il fuoco. Pagina memorabile di Rommel: «Davanti a noi si trova, distante appena 300 metri, il secondo reggimento della brigata Salerno che si sta radunando e deponendo le armi. Sul bordo della strada, profondamente scosso, il comandante, circondato dai suoi ufficiali, piange di rabbia per l’insubordinazione dei soldati, un reggimento un tempo così fiero. Rapidamente, prima che gli italiani possano rendersi conto dell’esiguità della mia schiera, separo i 35 ufficiali dai 1500 uomini radunati finora e avvio questi ultimi a passo accelerato sulla strada per Livek. Il colonnello catturato schiuma di rabbia quando vede che siamo solo un pugno di uomini » . Poco più in alto un’ultima compagnia sta sparando contro i tedeschi della 12.a divisione che salgono dal versante Nord. Presi alle spalle, si arrendono senza reagire. Anche il presidio sulla vetta segnala di voler gettare le armi.
Ore 11.40.
«Tre razzi verdi e uno bianco annunciano che il massiccio del Matajur è caduto. Per il mio distaccamento dispongo di un’ora di sosta sulla vetta. È una sosta ben meritata. Tutt’intorno vediamo possenti montagne illuminate dal sole. A Sudovest, le ubertose campagne intorno a Udine, il quartier generale di Cadorna. A Sud brilla una sottile striscia: l’Adriatico. Eppure, siamo circondati dalla guerra. Ce lo ricordano i prigionieri seduti in mezzo a noi, il debole fuoco dell’artiglieria e un duello aereo nel corso del quale un apparecchio italiano precipita in fiamme. Detto al tenente Streicher la relazione sul combattimento che il maggiore Sproesser esige di ricevere giornalmente». La corsa di Rommel e dei suoi uomini è finita.
Ore 17.00. I fucilieri del Württenberg scendono a valle verso Savogna, esausti e felici. Faranno ancora miracoli oltre il Tagliamento, tagliando la strada agli italiani in ritirata dalle Dolomiti. Quest’ultimo capolavoro, all’altezza di Longarone sul Piave, frutterà a Rommel e a Sproesser la decorazione più prestigiosa, quella Pour le mérite. Noi torniamo a Caporetto, dove fervono i preparativi del centenario. Nel museo, dalla documentazione fotografica tra le migliori d’Europa, rileggiamo la nostra strada su un gigantesco plastico dove, con un effetto speciale governato da quattro proiettori, si può assistere al dilagare delle truppe austro-tedesche e alla resistenza, in più punti disperatamente coraggiosa, degli italiani. I primi, una macchia blu che si espande al ritmo di tre secondi all’ora, a spese della macchia antagonista color rosso fuoco. Visione impressionante di tentacoli che avanzano e di focolai che si spengono uno dopo l’altro dopo aver cercato una via d’uscita alla disperata per pazzeschi dislivelli.
L’economia di un intero paese vive attorno a questo museo nato dall’iniziativa di pochi, che accoglie e indirizza decine di migliaia di visitatori all’anno. Sarebbe un luogo perfetto per costruire revanscismi umilianti per l’Italia. E invece, proprio qui, si fa l’Europa. È paradossale, ma a Caporetto il soldato italiano è rappresentato meglio che a Redipuglia. I tedeschi che entrano nella “Capanna dell’alpino”, raffigurato mentre scrive alla madre e sullo sfondo si sente il canto friulano Stelutis alpinis in onore dei Caduti, escono con gli occhi rossi. Quanta più emozione qui che davanti alle stravaganti installazioni finanziate dal Friuli- Venezia Giulia per il centenario. Cose come le costose “docce emozionali” che hanno riprodotto i rumori della guerra nella galleria antiaerea di Gorizia dove oggi il Comune relega, pur di non vederli, oltre cento migranti disperati. O il parallelepipedo rosso che sul Carso doveva rappresentare il sangue e che la bora ha portato via dopo due giorni. Cifre enormi per nulla.
Željko Cimpric’, vicedirettore del museo, è un paziente cercatore di storie in questo fazzoletto di terra senza pace dove i disastri si sono susseguiti per un secolo. Vicende di profughi, partigiani, fascisti, montanari, contadini. Come quella di un capitano dei bersaglieri che decide di non sparare su un plotone di austriaci svelato da uno squarcio nella nebbia mentre arranca nella neve fresca. O la lettera di un soldato che scrive: «Quanto è bello dormire per terra dopo giorni ininterrotti di cammino » . O gli Schützen austriaci mascherati da bosniaci, che indossano il fez per non svelare agli italiani il loro afflusso su Plezzo, con tanto di muezzin che chiama alla preghiera due volte al dì. La sera, davanti a una birra, chiudiamo con Željko questa nostra trasferta nella storia. Ricorda quando negli anni Sessanta da queste parti non passavano più di due tre automobili al giorno e lui, da ragazzo, scendeva con la slitta giù dall’ossario italiano sopra il paese. Tutto è cambiato da allora, tranne l’acqua gelida e trasparente dell’Isonzo, cui Željko guarda come a una fonte battesimale e nella quale di tanto in tanto si bagna.

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