“Il mondo dipinto con i colori di Camilleri” di VALERIA PARRELLA

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Da destra, le illustrazioni di Olimpia Zagnoli, Lorenzo Mattotti e Gipi

Il nuovo libro del padre del commissario Montalbano, “Esercizi di memoria”, è una raccolta di ricordi e di aneddoti autobiografici ma non solo Per la prima volta lo scrittore ha chiesto ad alcuni tra i migliori illustratori italiani di entrare nello spirito delle pagine con le loro opere

Fa un certo effetto accostarsi alle parole degli scrittori famosi, quando essi scrivono nel terzo tempo della loro vita. Ogni parte che si vorrebbe narrativa diventa una parte di autobiografia, un luogo dove i lettori riescono a scovare le ragioni dell’opera omnia che hanno letto fino a quel momento. Le pagine degli scrittori quando sono anziani aprono finestre sui principi compositivi delle loro opere e sul nostro essere
lettori, “saperli leggere”, proprio come chiacchierare con una persona avanti negli anni fa mutare l’orizzonte di chi ascolta. Succede con La Capria quando scherza con Silvio Perrella del suo Meridiano Mondadori in vita, con Gabriel García Márquez in Scrivere per raccontarla, con immenso struggente affetto lo si è letto inNostalgia di Ermanno Rea. Lo fa oggi Camilleri, che ha festeggiato 92 anni, in un libro per lui davvero insolito: c’è una luce sghemba. Non è più la luce di Sicilia che inonda le scene del commissario Montalbano, non si posa sul mare di Vigata, è piuttosto la luce di quando sogniamo. Camilleri lo esplicita dal titolo, si pongono come esercizi di memoria, si fondano per quello che sono, dicono: questo è quello che mi ricordo. E la memoria, si sa, è selettiva. Affiorano così, come dal fondo del palcoscenico buio, come tirati via dalla cassa del corredo, figure conosciute. Perché sono le figure della nostra storia d’Italia, di un’Italia fascista, in cui i podestà sono risibili giullari come accade nelle pagine di Gadda e di Dario Fo. Ma anche di quell’Italia stracciata dalla fame del dopoguerra, che si riprende la sua dignità con una pernacchia, come in un racconto di Giuseppe Marotta. E poi sono gli amici di Camilleri che, se stiamo qui, sono per forza anche amici nostri: Eduardo de Filippo, Vittorio Gassman, Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi, persone che entrano e escono dalle stanze della sua casa di piazzale Flaminio come da quelle della nostra immaginazione.
Di Camilleri si sa tutto, la gente lo ama, ma è la posizione, ora, con questo libro, che cambia anche per lui, è qui che per la prima volta si rende inafferrabile. Non è, in questi racconti, l’instancabile narratore che conosce le storie, conosce ancora meglio l’animo umano, i suoi vizi, le sue zone di nobiltà e le sa raccontare: lì Camilleri ha incontrato il suo pubblico. Qui no, qui non sta più seduto, come vantano gli editori italiani (molti lo hanno in catalogo, tutti lo vorrebbero): lui in poltrona, loro tutti zitti sospesi per ore ad ascoltarlo, ipnotizzati dalla sua voce; lì è ancora il padre di Montalbano, lo zio di tutti i giallisti mediterranei. Qui invece è lui giovane, piccolo, spesso solo, come quando intraprende un viaggio alla volta di Palermo per dare il suo primo esame all’università e si trova al cospetto di un brigante dalla lunga barba, seduto in una caverna, che gli parlerà di Hegel (e che gli indovinerà il destino che ha avuto). È lui adesso il bambino, nella casa di campagna dei nonni materni, un siculo normanno biondissimo impassibile e una donna corvina con grandi occhi vivi. È lui che si emoziona a vedere volare gli aquiloni, a osservare, occhi sbarrati (senza capirne bene fino in fondo il senso), un aereo britannico mentre abbatte certi accrocchi di un suo zio ingegnere. È Camilleri al contrario di Camilleri: non il professore all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, che fa lezione di regia al bar, come raccontano trasognati i suoi allievi ora registi: piuttosto è Camilleri lui stesso studente che briga per riportare a casa le ceneri di Pirandello, è lui quando noi non c’eravamo ancora. Di quella luce che si diceva, c’è un particolare che ancora bisogna affrontare, e lo si fa solo perché è lui stesso a volerlo: Andrea Camilleri è diventato cieco, come Jorge Luis Borges, prolifico come lui, e cantore, come lui, dei sud del mondo, con i loro cortili e le loro cisterne; amante, come lui, del poliziesco. Entrambi, nel terzo tempo della loro vita, si aspettano il coraggio, dai lettori che li amano, di ammettere la cecità come possibile: di lasciar loro guardare e descrivere del mondo proprio quella luce e quei colori immarcescibili nella memoria. Camilleri lo fa chiedendo agli amici disegnatori di dipingere ciascuno una tavola per ciascuno dei racconti. E loro eseguono, come possono le migliori matite di questo tempo: Mattotti con le sue figure intrecciate che ci fa vedere come è l’amore dentro di noi (non come è veramente), Olimpia Zagnoli che ci insegna la vera proporzione del nostro corpo (non come crediamo che sia) e, in copertina, Camilleri di Tullio Pericoli come ci piace pensarlo, incravattato e con la sigaretta accesa in mano. Si può presumere che l’abbia fatto “per sfregio”, per spirito felice, per gettare colori al posto delle ombre, offrire luce ai suoi lettori, e pure per circondarsi di amici cari in un libro caro. Insomma perché il nostro immaginario faccia, nei confronti di ciò che si vede, quel leggero slittamento che provoca la cecità senile: uno slittamento verso la meraviglia: un piccolo regalo di compleanno che riceviamo dalle mani del festeggiato.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
I DISEGNI
Da destra, le illustrazioni di Olimpia Zagnoli, Lorenzo Mattotti e Gipi In basso Andrea Camilleri ritratto da Tullio Pericoli I disegni sono tratti da Esercizi di memoria
( Rizzoli)
IL LIBRO
Esercizi di memoria
di Andrea Camilleri ( Rizzoli, pagg. 240, euro 18)

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