Vero o falso. Un’indagine sulla post-verità delle immagini

UMBRIA WORLD FEST. È una riflessione sule modalità narrative», spiega il direttore Marco Pinna

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Foto di Cristina De Middel, «Senza titolo» dal progetto «Jan Mayen»

Nicola Bertasi

EDIZIONE DEL

12.10.2017

PUBBLICATO

12.10.2017, 0:03

AGGIORNATO

11.10.2017, 19:05

Un festival che unisce fotografia e musica nella splendida cornice dei due storici palazzi, Trinci e Candiotti: il 13 ottobre inaugurerà a Foligno la sedicesima edizione di Umbria World Fest. Post-verità, la fotografia nell’epoca dell’incertezza è il tema scelto quest’anno per un confronto aperto. Ad accompagnare gli incontri di palazzo Candiotti, il ruolo da protagonista lo avranno le mostre – ben sette – curate e immaginate dal direttore artistico Marco Pinna, picture editor al National Geographic Italia.

«Gli autori dell’edizione di quest’anno – spiega – rappresentano uno spettro molto ampio di realtà diverse tra loro, si va dal fotogiornalismo più tradizionale fino alla messa in scena di pura fantasia che appartiene storicamente al mondo della fotografia artistica. La scelta vuole stimolare una riflessione anche sulla crisi attuale del giornalismo, che per la maggior parte delle persone è diventato inaffidabile. Il punto è che, in questo clima di incertezza, può capitare che una serie di immagini costruite racconti la realtà in maniera efficace, almeno quanto il fotogiornalismo tradizionale il cui scopo è documentare ciò che accade nella maniera più oggettiva possibile senza alcun artificio o intervento del fotografo».

Entrando nel merito delle mostre, si può scoprire il lavoro di Cristina de Middel che documenta una falsa spedizione al Polo Nord di inizi 900 accanto a un progetto più classico come quello di Max Pinkers che in Lotus letteralmente «mette in scena» la realtà dei transessuali thailandesi. Sono due narrazioni che possono co-esistere nell’ambito della post-verità? «Il filo conduttore è che entrambi i lavori raccontano storie vere – continua Pinna – Sono ricostruite più che documentate, ma i due autori usano linguaggi del tutto differenti. Nel caso di De Middel la vicenda è reinterpretata in una narrazione prettamente artistica, ma basata su materiali e foto d’epoca originali. Un lavoro straordinario, anche perché mescola insieme immagini d’epoca ritoccate con altre scattate ex-novo dall’autrice, uniformate con la postproduzione in un modo che non ci permette di distinguere tra ciò che è originale e ciò che è fiction. Ma la cosa sorprendente è che si tratta della reinvenzione di una spedizione che era già fittizia in partenza, quindi la ricostruzione falsa di un falso! Pinckers invece ’imita’ lo stile del fotogiornalismo classico con immagini ricostruite che sembrano del tutto genuine e spontanee. Non si percepisce la messa in scena, e se non la dichiarasse ci ingannerebbe. Alla fine, però, illustra la storia in maniera fedele ed esauriente. Entrambi i lavori inducono alla riflessione sulle modalità narrative e sugli stili che può utilizzare oggi un fotografo».

Ci sono poi le immagini, apparentemente ingenue e dolci, di J Henry Fair che mostrano scorci e paesaggi di disastri ambientali e le fotografie della Nasa, senza autore ma che diventano una testimonianza del riscaldamento del pianeta. «Le foto dei ghiacciai, finiscono per rappresentare delle vere e proprie prove: roba da tribunale insomma, che evidenziano al di là di ogni dubbio che quei ghiacciai si stanno fondendo, e che di conseguenza il pianeta si sta riscaldando – afferma il direttore di Umbria Word Fest – . In questo caso, la fotografia racconta la verità, pura e dura. In Fair invece interviene l’occhio di un fotografo intelligente e raffinato, che è riuscito a vedere bellezza nei disastri industriali e l’ha sfruttata per attirare l’attenzione dello spettatore e sensibilizzarlo. È una fotografia oggettiva, in misura minore rispetto alle immagini dei ghiacciai (documentazioni pressoché prive di estetica), eppure raggiunge il suo scopo in maniera più efficace. Questo può essere un altro spunto di riflessione sull’utilizzo del mezzo fotografico. A volte, una visione più soggettiva può funzionare meglio di quella meramente oggettiva».

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